giovedì 20 dicembre 2012

A Natale, dimostriamo che i cattivi sono meglio

Una discreta parte della mia infanzia l'ho trascorsa in ospedale.
 
So cosa state pensando: "Ecco, vedi! E vero che è stronza, ma pensa cosa deve averne passate da bambina…”
 
E invece no: se oggi sono così, gli ospedali non c’entrano. Anzi, tutto ciò che praticamente ricordo dei mesi trascorsi in diversi reparti ospedalieri, italiani e non, sono quasi solo cose belle, come le battaglie tra Puffi inscenate dal mio papà e il metro e novanta di mamma che vedevo rannicchiata in una sdraio da campeggio, ogni volta che mi svegliavo la notte.
 
Nessun trauma, nessuna deformazione mentale, tranne l’assurda convinzione che si potesse mungere un pollo, derivante dal fatto che le infermiere mi portavano a fare merenda in cucina con il latte Gallo.
 
E questa felice infanzia ospedalizzata è dipesa unicamente da un fattore: 
 
qualsiasi cosa accadesse, mamma e papà c’erano sempre, e anche l’Uomo Nero sa che nulla di male può succedere a un bambino, se ha vicino i suoi genitori.

Per questo motivo, chiedo a tutti voi una piccola donazione, che poi si dice “piccola”, ma pare che la vita media di un taccagno sia molto più breve di quella di un generoso.
 
Vi chiedo di partecipare al Progetto “Letto amico”, che pur essendo sponsorizzato anche dalla sottoscritta, non prevede nulla di pornografico.
Il progetto si occupa di accoglienza dei familiari di bambini ricoverati in ospedale. A ospitare nelle proprie case sono altre famiglie abitanti nei dintorni dell’ospedale. Quando ciò non è possibile, mamme o papà sono accolti in alloggi (ostelli, agriturismi, alberghi) nelle vicinanze delle strutture di cura, che propongono prezzi di favore.
Siccome vi conosco e probabilmente voi conoscete me, mi sembra doveroso chiarire alcuni punti:
1) A molti, i bambini danno l’orticaria, ma questi non sono bambini comuni. Voi sapete cos’è un ago a farfalla? Probabilmente no, mentre loro non solo sanno cos’è, ma non fanno la metà delle storie che fareste voi per farselo infilare.
2) Ho fatto una scommessa: ho scommesso che avrei raccolto più fondi io facendo la stronza che altri vendendo torte stantie. Quindi fatelo per una buona causa: quella di farmi vincere. Affinché sia chiaro per chi tifate in questa gara di donazioni, basta aggiungere alla causale del versamento (Engy) dopo “Progetto Letto Amico”.
3) Ho oltre 2000 followers su Twitter e buona parte di loro ieri stava per far partire una raccolta fondi per l’acquisto della mia prossima carrozzina. Ora, mercoledì ho speso oltre 30 euro per una crema contorno occhi da 200 millilitri. Lo so che finirò all’inferno, ma non voglio che sia perché ho frodato delle brave persone. Io risparmierò per comprarmi la C100 della Otto Bock e voi aspettate a ricacciarvi i soldi in tasca e metteteli in questo progetto.
4) Le donazioni possono essere detratte dalla dichiarazione dei redditi: basta conservare copia del versamento e pagherete pure meno tasse. E questa cosa ve la dico gratis, mica come il vostro commercialista.
5) Metti che i Maya c’hanno ragione, perché non provare a comprarsi un angolo di Paradiso con una buona azione in extremis? Tanto Gesù è un boccalone: me lo ha giurato Giuda facendo croce sul cuore.
E ora la parte seria.
La necessità di usufruire del Progetto”Letto amico” parte dal personale del Dipartimento Materno Infantile. Ed ecco gli estremi per donare un posto letto presso strutture amiche:

IBAN

IT35T0504801798000000032072 – Banca Popolare Commercio e Industria Filiale Milano Niguarda - causale “Progetto Letto amico” (Engy)

 

Potete donare anche con Carta di credito, PostePay e PayPal:

http://www.abiemmeci.org/ABIEMMECI_Onlus/Diventa_Sostenitore.html

 

Se invece potete mettere a disposizione un “letto amico” nella vostra casa, potete contattare nerionoria@gmail.com (socia sostenitrice dell’associazione Abiemmeci e una che sicuramente andrà in Paradiso, dato che lavora con me).

 

Per saperne di più:

ABIEMMECI (Associazione Genitori ed Amici del Bambino Malato Cronico dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano): http://www.abiemmeci.org/ -  Tel./Fax +39 02 64442162 - e-mail: info@abiemmeci.org

Questo è tutto.

Sappiate però che monitorerò personalmente l'andamento delle donazioni e che so essere più stressante di un gatto attaccato ai maroni.

mercoledì 19 dicembre 2012

La fine è vicina: la lingua italiana lo sa

C’è chi sostiene che le regole codificate della lingua italiana non possano stare al passo con l’evoluzione della lingua naturale. Sarò anche vecchia, ma  continua a sfuggirmi cosa ci sia di evolutivo o di naturale nell’inviare sms criptati. Davvero, “proprio nn ho cpt xkè scrivere così dovrebbe essere + fiko” . E scusate se non ci ho messo pure una faccina, ma ho dovuto farmi prestare la macchina Enigma solo per scrivere questo virgolettato e ora mi sento tutta scombussolata. M’è preso un malessere intestinale e un’inspiegabile voglia di scaricarmi una canzone degli One-Direction … brrrrr.
 
I bimbiminkia scrivono così sempre, mentre io, ogni volta che ometto il punto alla fine di un tweet, rivedo davanti a me Madre Vittoria, col suo lungo righello minaccioso. Ah… le suore! Qualcosa di buono a loro lo devo: se con una penna in mano sono brava quanto con un pennello, un pirografo o ago e filo, lo devo solo alle suore. A volte mi chiedo se abbia perso più sangue pungendomi con l’ago o per le righellate sulle nocche … ciò nonostante, sono loro grata ogni volta che posso dar sfoggio della mia calligrafia.

Da anni mi sono fatta passare l’orticaria alla vista di enunciati intrapresi con la lettera minuscola. Alle pulci sulla punteggiatura poi, ho quasi praticamente rinunciato … Proprio io, che facevo impazzire la mia professoressa d’italiano delle superiori, costretta a leggere periodi di decine di righe, alla ricerca di un punto idoneo a interrompere la frase, dovendo infine riconoscere che, nonostante la pletora d’incidentali e l’assurda lunghezza dell’enunciato, non mi si poteva accusare d’altro che di farraginosità.
Ora rileggete l’enunciato di cui sopra e considerate che penso a voi ogni volta che mi sforzo di produrre frasi non più lunghe di due righe.
Però non provate a leggerla tutta d’un fiato, che non vi voglio sulla coscienza a Natale.

Giuro che mi sforzo quotidianamente di superare le mie allergie ortografico-grammaticali. Con il correttore di Word ho imparato quasi a convivere, anche se si ostina a pensare che termini come “intellettivamente”, “karmico”, “pre-moderna” e “Mmm …” esistano solo nella mia fantasia. Passi per le prime tre parole, che magari uso solo io, ma l’interiezione “Mmm” rappresenta il 60% del vocabolario di qualsiasi psicologo: non me lo può cassare così!
Suppongo che, fino al giorno in cui il correttore di Word continuerà a sottolinearmi in rosso anche “One-Direction”, io debba accontentarmi.
Lo so che, volendo, il correttore si può disabilitare, ma vuoi mettere il piacere di consultare il Devoto-Oli solo per dimostrare al computer che è una capra?
Comunque, come dicevo, su tante cose ho imparato a chiudere gli occhi: quando fai selezione del personale, non puoi scartare tutti i curricula che contengono errori ortografici/grammaticali. E per inciso, ho appena notato la greca rossa sotto la parola “curricola”.

Ecco, fosse passato da me, uno come Word ora non farebbe il correttore di bozze.
Il congiuntivo è morto e già lo sappiamo.
La punteggiatura è un organo vestigiale, che pochi di noi utilizzano ancora … pace.
Posso far passare gli errori di stampa: con tutti quelli che scappano a me, ci mancherebbe altro!
Se poi scrivi su uno smartphone, devi proprio avere dita da quattrenne per non scambiare qualche lettera o far partire diversi “Sto arrivando!”.
Certe cose le capisco, davvero!
Anche se non comprendo come sia possibile nell’epoca del Thesaurus di Word, posso perdonare persino l’utilizzo della stessa parola in periodi più brevi di una riga.
Posso soprassedere su una “s” messa alla fine dei termini stranieri e posso quasi (e sottolineo quasi) farmi una ragione del fatto che chi non ha frequentato il Classico mi metta la stramaledetta “s” anche alla fine di item, media e curriculum.
Ma nemmeno sotto minaccia di morte potrei mai accettare lettere di presentazione in cui i “ch” siano sostituiti da “k” o parole come “qualcosa” o “qualcuno” vengano orribilmente amputate. Che poi, da quando si usano le mail, non c’è più nemmeno la scusa di risparmiare carta e inchiostro!
Caro bimbominkia, se vuoi comunicare in dislessichese con la tua “fida” ci sta dentro. Ma se stai scrivendo ad una matusa come me, documentati prima: io l’ho fatto per scrivere in bimbominkiese! Google lo abbiamo inventato noi, ma te lo prestiamo volentieri, se proprio non vuoi farti venire la tendinite da vocabolario. Ti dirò di più: prima di inviarmi il tuo curriculum, leggilo, rileggilo e quando avrai finito il ciclo per sei volte, mettilo su Yahoo! Answer con la domanda: “Mi segnalate le cazzate più grandi che ho scritto nel CV?”
Quanto a me, devo continuare la mia cura delle intolleranze lessicali. Già ho smesso di frequentare la Messa pur di non sentire altri “Kyrie è lesso”, “lux perpetua, luce ateis” e “Misere nobis”. Se va avanti così, dovrò autoescludermi dall’intero consesso sociale.
E non provate nemmeno a pensare che davvero non importi come vi esprimete: l’unico stagista di cui abbia mai perorato la causa dell’assunzione nel mio ufficio, è una sorta di Accademia della Crusca vivente, con vocabolario interattivo real time italiano-inglese. Mi pecca solo nell’uso dei sinonimi nelle frasi, ma è un peccato veniale. Confido in un prossimo aggiornamento del sistema Carlo 2.1.
 
Ho selezionato hotel ove trascorrere le ferie sulla base delle risposte scritte dai concierge: non potrei mai dormire sotto lo stesso tetto di qualcuno che scrive “Abbiamo la scivola per i diversabili”. A prescindere dal fatto che al termine “diversabile” preferisco di gran lunga “sciancrato” o “storpio”, non si può azzardare un neologismo di moda (speriamo passeggera) nella stessa frase in cui scrivi “la scivola”!
Ho chiesto mi venisse sostituito l’autista più che per il fatto che per andare da A a B passava per Z, soprattutto perché continuava a chiedermi di fare retromarcia dicendo: “Dottoressa, avanza, avanza di dietro con la carrozzina”.
Lo so: sono una persona orribile. Che volete farci?
Sono diversamente abile e pare che l’abilità che mi differenzia da buona parte dei normodotati sia l'utilizzo della lingua italiana.


Qui sopra la prova del fatto che, se sei ugualmente brava con penna, pennello, pirografo, ago e filo... sotto sotto c'è una suora. Peccato non facessero anche fisioterapia.

martedì 11 dicembre 2012

Il pendolare e la turista: nemici naturali

E niente. E’ che da due giorni ho un sacco di tempo in più da trascorrere sulle banchine della stazione o sul treno, grazie al tilt del sistema informatico di gestione dei turni delle Ferrovie. Cose che accadono quando ti sostituiscono l’abaco con un computer, suppongo.
 
E quando aspetto sulla banchina, mi tocca tenere la mente impegnata, che c’è gente che addormentandosi al gelo non s’è risvegliata più. Un po’ penso alla mia vita da pendolare e un po’ cerco di non pensarci, soprattutto quando inizio a fantasticare su attentati terroristici in cui vesto i panni della kamikaze imbottita di tritolo che si scaglia contro la locomotiva. Solo che non siamo mica in una canzone di Guccini, che la locomotiva arriva in stazione quando dovrebbe, giusto in tempo per saltare in aria.
 
Il bello del pendolarismo però, lo devo ammettere, è che di fronte ad un treno in ritardo, soppresso o scomparso in circostanze misteriose, siamo tutti uguali. I pendolari intendo.
 
Perché oltre ai pendolari ci sono le turiste Milano-Malpensa. Sì, le turiste rompicoglioni sono sempre donne e si riconoscono dalle valigie ipertrofiche e dalla propensione a dirigersi verso l’aeroporto con cinque minuti di margine sulla partenza del volo. Non fosse per i camion con rimorchio che si trascinano dietro, le riconosceresti comunque dalle manifestazioni ansiose: tamburellano, agitano le zampe, sbuffano, si alzano, vanno in bagno – no dico: VANNO IN BAGNO… SU UN TRENO!!! – e a un certo punto telefonano, condividendo tutte le loro preoccupazioni con il presunto interlocutore e col resto del vagone. Quando ormai è chiaro che stanno per perdere irrimediabilmente il volo, ecco che schiacciano l’interfono o vagano alla ricerca del Capotreno che, ovviamente, in caso di ritardo, si barrica nella cabina col macchinista, indossando il giubbotto antiproiettile sotto la divisa.
 
E il pendolare osserva. Non che sia curioso: solo che gli è difficile continuare a leggere il suo libro con una scimmia impazzita che gli sbraita accanto.
 
Hanno inventato apposta gli i-pod per questo, ma a volte neppure questi bastano. Perché quando i decibel e i movimenti della viaggiatrice inesperta superano una certa soglia, il pendolare inizia a chiedersi se nei suoi viaggi esotici la turista non abbia contratto la rabbia o la meningite. Del resto, quale persona sana di mente si dirige in aeroporto, su un treno, senza un buon margine di sicurezza? Persino sui siti degli aeroporti internazionali c’è scritto: “Consigliamo di recarsi in aeroporto tre ore prima della partenza”… “perché non si sa mai” (preposizione finale sottointesa).
 
Ma la viaggiatrice occasionale non sa leggere… e questo spiega pure perché posizioni tutto il suo set di valige firmate, color panna, sul posto riservato ai disabili. Infatti, quale abitué delle trasferte si comprerebbe mai una valigia firmata, color panna? Una valigia che peraltro non è nemmeno in grado di spostare? Vivere in città può farti sentire come una formica, peccato che un essere umano non possa davvero sollevare cento volte il suo peso, salvo esposizioni a raggi gamma pare.
Che a guardarle ci si chiede se stiano per caso pensando seriamente di partire e non tornare mai più… altrimenti perché portarsi dietro la casa? Peccato però che poi te le ritrovi due settimane dopo, sul percorso Malpensa-Milano, che si attaccano al cellulare e condividono sempre col resto del vagone gli episodi salienti della loro vacanza:

“Ho fatto tutto il giro di qua e di là. Però mica potevi bere o mangiare quel che volevi: solo acqua in bottiglia e ciò nonostante ho perso due chili non ti dico come... L’animazione un mortorio, per fortuna c’era qualche locale in zona, roba anni ’80 neh. La Mimma s’è scottata peggio che i gamberi del buffet, mentre il Pier e la Fede come cane e gatto. La spiaggia stupenda per carità, ma la pulizia in camera te la raccomando!”

E il pendolare sempre lì ad ascoltare, suo malgrado, chiedendosi perché mai il volo su cui evidentemente è riuscita a imbarcarsi non sia colato a picco nel Triangolo delle Bermuda e augurandosi almeno che in quel Resort dall’igiene discutibile si sia beccata il tetano.

Contrariamente alla turista, i pendolari sono tutti maschi - nel senso che hanno le palle - e sono creature molto riservate. Raramente si scambiano qualche convenevole, tipo: “’nGiorno”, “Sera” o “Prima lei”, ma solo quando hanno tentato lo scarto finale e si sono scontrati in discesa o in salita dal treno.
Ovviamente ci riconosciamo al volo tra noi, un po’ perché prendiamo gli stessi treni, un po’ perché comunichiamo molto a livello non verbale:

LIBRO APERTO + CUFFIE = DO NOT DISTURB
Non che non interagiamo mai… lo facciamo quando serve, per comunicazioni di servizio:

“A che ora c’è stasera (lo sciopero - soggetto sottointeso)?”
“Il primo (treno di merda - soggetto sottointeso) che parte è il 18.28”
Oppure

“Ieri a che ora sei arrivata tu (a casa/al lavoro – complemento di luogo sottointeso)?”
“LassaStà!”

Per lo più l’idioma pendolare è però caratterizzato da brevi interiezioni a fior di labbra come:
“Eh già…” – a commento del “In ritardo anche oggi (sempre il treno di merda – soggetto sottointeso)”

“Eh beh…” – a commento della frase tipica dell’abbonato “115 euro al mese, però che servizio!”

“Boh!” – in risposta a “E oggi cosa è successo (ancora quel fottutissimo treno di merda – soggetto sottointeso che ha sfracassato le gonadi)?”
E poi c’è il solito “Mmm” che, a seconda dell’intonazione e del numero di emme, si usa tanto in psicologia quanto tra i pendolari, per dire tutto e niente, ma con senso di rispetto e partecipata condivisione.

Il pendolare è una creatura rassegnata: parte sempre un’ora prima di quello che dovrebbe e anche se arriva due ore dopo non si scompone. Potrebbe suonare la sirena antincendio dell’intera stazione e rimarrebbe comunque impassibile, seduto al suo posto, sicuro si tratti di un guasto. E anche fosse un vero incendio, quando mai gli ricapita di trovare un posto a sedere?
Il pendolare non è asociale: è anzi una creatura con un grande senso di appartenenza al branco. Osserva chiunque varchi il vagone del clan con estrema circospezione. Se l'intruso sale chiacchierando in compagnia, sorride, incrocia lo sguardo di qualcuno o ha un cellulare in mano, il pendolare rischierebbe pure di perdere il treno pur di cambiare vagone. Se se ne accorge troppo tardi, comunica il proprio fastidio ai colleghi pendolari, mediante alzate di occhi al cielo e piccoli gesti rotatori delle mani, che imitano quelli delle gonadi.

Non è asocialità: è istinto di conservazione.
Pensate poi a quelli come me, che di lavoro devono ascoltare i problemi della gente… capite vero che non ho nessuna voglia di ascoltarli anche fuori dall’ufficio, per di più gratis?

Se proprio dovessi fare counseling anche in treno, mi piacerebbe organizzare dei gruppi di auto-aiuto per pendolari: con un piccolo extra, puoi partecipare ad una terapia di gruppo, con seduta fiume assicurata dalle tempistiche di Trenord.
Potrebbe funzionare:

“Ciao, sono Fabio, è faccio il pendolare da cinque anni”
“Ciao Fabio…”

Un sacco di servizi potrebbero essere erogati a pagamento sui treni, il parrucchiere per esempio… o il servizio bar… rigorosamente con caffè decaffeinato. Sul 18 e 28 potrebbero farci pure l’aperitivo:
THE NEVER ENDING HAPPY HOUR

Il pendolare è pragmatico: lui ha inventato l’abbigliamento a cipolla, per adattarsi a qualsiasi clima esterno ed interno, sapendo che spesso il secondo è diametralmente opposto al primo, oppure è di segno uguale, ma elevato alla quarta, nel senso più sgradevole possibile.

Il pendolare sa che ogni sciopero ha le sue scomode fasce protette e nella borsa ha sempre tutto ciò che serve alla sopravvivenza: libro, i-pod, cellulare, carica batteria, fazzolettini, qualsiasi tipo di medicinale legalmente trasportabile per uso personale, acqua, ‘schiscetta’ e razioni militari di emergenza.
Al pendolare i Maya e il 21 dicembre 2012 gli fanno un baffo: anche fosse davvero l’ultimo viaggio diretto verso la fine Mondo, sanno che sicuramente sopprimeranno il treno.

video
Filmato: Piede di disabile pendolare che allontana trolley di turista con calcio rotante. Il fatto che avessi la telecamera pronta, la dice lunga sulla frequenza degli episodi.

 

giovedì 6 dicembre 2012

Per chi non sta pensando d'impiccarsi con un festone di Natale

Oggi sono capitata sul Blog della Pole e non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul suo post relativo alle Feste, che tra l'altro consiglio: http://chiarapoli.blogspot.it/2012/12/io-confesso-e-non-sono-montgomery-clift.html?spref=tw
A parte il fatto che lei nel 2012 ha concluso molte più cose di quante io ne abbia cominciate in tutta la mia vita, in molti passaggi mi ci sono ritrovata. D'accordo su tutta la linea ma, proprio per questo, particolarmente determinata nella felicità festiva.

Da piccola ho trascorso anche io alcuni natali e festività varie in ospedale, ma mio padre mi rincoglioniva con simulazioni di epiche battaglie tra Puffi, trasformando così un trauma potenziale in un ricordo felice. Un po' quello e un po' che una volta ci andavano giù tranquilli con la morfina.

A volte in effetti credo di avere un danno cerebrale, perchè tutti pensano che una persona "nelle mie condizioni" debba essere per lo più infelice, mentre io ci riesco solo raramente.

Magari sono spesso incazzata, ma l'infelicità richiede troppa concentrazione e perseveranza per essere una mia caratteristica.

A dirla tutta, non è nemmeno vero che mi incazzo tanto spesso: un po' sembrare dura aiuta a far valere i tuoi diritti e un po' quest'aura da Grinch trovo che mi doni alquanto.
Vi svelo un segreto: se sfodero lo sguardo alla Clint Eastwood e dispenso risposte perfide con flemma glaciale, non sono realmente incazzata.
Ma è probabile che non mi abbiate mai visto nemmeno nello stato simil-aggressivo, a meno che non siate dell'ASL, delle Ferrovie o non abbiate parcheggiato sul posto disabili.
Le staffe le perdo assai raramente, in compenso, quando accade, lo spettacolo è davvero raccapricciante. Vi dico solo che  nella provicia di Varese sono stati nominati cinque nuovi esorcisti e almeno due abitano dietro casa mia.

Sotto le Feste poi, sono ancora più felice, nonostante il picco di utenti che richiedono una consulenza psicologica anzichè un colloquio di orientamento.

Perchè in prossimità delle Feste i sentimenti si estremizzano: chi di solito è vagamente triste, contempla di impiccarsi coi festoni dell'albero e è chi tendenzialmente ilare, sconfina nel delirio paranoide e va in giro con campanellini e corna da renna. Lo farei pure io, se solo non sembrasse fuori luogo indossare un copricapo da pirla con la gente che ti apre il cuore e i dotti lacrimali davanti.

Qualche motivo per essere di buon umore prima di Natale in effetti però ce l'ho. Innanzi tutto nella casa materna iniziano i consueti battibecchi su cosa la genitrice debba o non debba inserire nel menù:

antipasto sì, antipasto no?

Le fazioni son sempre quelle: da un lato i "Se non fai l'antipasto a Natale, quando?" e dall'altro i "Poi finisce che mangiamo solo quello". Nonostante le lunghe dissertazioni e i cambi di posizione, a memoria d'uomo, la conclusione è sempre la stessa: "Ok all'antipasto, ma non esageriamo".
E ciò apre il campo alla faida successiva, che vede il fratello schierato sulla campagna "Gamberetti in salsa rosa o morte!" - antitesi fittizia, dato che è allergico ai crostacei -, la sottoscritta più che mai agguerrita nella lotta a favore dell'inclusione del patè di prosciutto e del succedaneo del caviale, il padre con le alici Rizzoli e la sorella col suo "Ma a me fa schifo". Così ovviamente si fa l'en plein, con aggiunta di affettati, sott'oli e i cazzo di cetriolini che nessuno ha mai chiesto, ma si trovano puntuali sulla tavola di Natale, tra le melanzane e i pomodorini ripieni, affinchè tutto sappia d'aceto. Potrebbero pure essere gli stessi del 1990, per quel che ne sappiamo.

Ma l'antipasto serve solo per riscaldarsi: il fulcro politico del Menù Natalizio si raggiunge solo con la Campagna voti Primo VS Secondo e con successivo immancabile ballottaggio Lasagna VS Cappelletti o Tacchino ripieno VS Arrosto. E il bello è che anche qui finisce sempre allo stesso modo, ovvero con mia madre che si ridesta improvvisamente dal buonismo natalizio e commenta:

"Ma voi non abitate mica a casa vostra? Chi lo ha detto che a Natale dovete venire tutti da me a rompere le palle? Perchè non andate un po' dai vostri suoceri?!!"

E, dopo tale velata minaccia, finisce come sempre che, a prescindere da eventuali mezzi accordi precedenti, mammà cucina quel che vuole, con buona pace per tutti.

Come si fa ad essere infelici pregustando giorni interi di battibecchi concitati su qualsiasi cosa riguardi il pranzo di Natale, dal centrotavola, al dolce, passando per il momento migliore in cui scartare i regali al dove buttare i vari tipi di rifiuti? Già pregusto l'istante in cui si aprirà la diatriba sul piatto di plastica e sfodererò il comunicato stampa del Consorzio Nazionale Imballaggi, ove si dice che dal primo maggio 2012 piatti e bicchieri di plastica possono essere raccolti assieme alla plastica appunto!

L'aspettativa del Natale è molto meglio del Natale stesso, soprattutto se vivi in una famiglia di svitati.
Le cose che amo di più dell'Avvento sono tantissime e tutte speciali:

1) I commenti denigratori sulle decorazioni natalizie dei propri familari tipo: "Cos'è, avevano finito i pini e ti han rifilato una sequoia?", "La punta all'albero però potevi metterla da sobrio...", "Per il resto delle palle aspetti la tredicesima?"
2) Il piacere di telefonare al piano di sotto urlando al fratello di smetterla di cantare jingle natalizi come una renna ubriaca.
3) Il solito commento al mio nasone rosso, congestionato dal freddo: "Rudolph, guarda che Babbo Natale ti sta cercando da giorni!"
4) Le facili battute sul papà, che essendo Babbo e chiamandosi Natale è a tutti gli effetti il nostro Babbo Natale, anche se il resto dell'anno ci rivolgiamo a lui con "Minchia babbo!"
5) I commenti sui regali di Natale altrui, che sembra che la gente faccia a gara a regalarci stronzate per farci divertire.
6) Gatta Margot che ogni anno incitiamo senza successo a comportarsi da felino con le palle di Natale e che invece si mette in pose plastiche sotto l'albero, per farsi fotografare.
7) Cagnolina Nikita che si presenta ogni mattina col cappottino in bocca, perchè ha freddo e vuole essere aiutata a vestirsi (come la sua mamma del resto).
8) Gli autoscontri tra carrozzine elettriche per il posto più vicino alla stufa (n.d.r. il bello di avere un fratello disabile è che c'è qualcuno con cui competere a carrozzine pari)
9) I soliti film di Natale, che si guardano tutti assieme: chi per spirito natalizio, chi per profondersi in commenti sarcastici.
10) Il pandoro affogato nello spumante. A me poi che non piacciono i dolci, ci vuole almeno mezza bottiglia per affogarlo.
11) Le partite a Trivial, con me e mio fratello (tre lauree in due) schierati contro il resto del mondo e mio padre che grida tutte le risposte, anche quando non è il turno della sua squadra. Proprio vero comunque che le lauree non valgono nulla.
12) I deliri da Tabù, tipo "Tua sorella, sulla finestra" e chi, come fosse la cosa più naturale del mondo risponde "Brina!" (n.d.r.: da Sa-brina). Oppure le incomprensioni: "Capra!" "Uè, deficiente!"

... in realtà potrei andare avanti per ore, ma mi piacerebbe lo faceste voi al posto mio.

Vorrei arricchire questa pagina del blog con le cose per voi più tragicamente divertenti del Natale o delle feste in generale. Chi non desidera iscriversi apposta al blog (che poi si compromette la reputazione), può sempre comunicarmele a engyengy75@yahoo.it o postarle su Twitter con l'hashtah #CoseDaRenneUbriache : sarà mia premura raccoglierle e postarle.