lunedì 22 dicembre 2014

Confessioni natalizie di un cannibale

Tra poco è Natale, ma facciamo finta che sia la festa del Ringraziamento Cannibale.
Troppo spesso diamo le cose per scontate, salvo incazzarci se una cosa scontata viene meno. Eppure le cose che ci sono sempre, sono quelle di cui non riusciremmo mai a fare a meno. Sono con noi, giorno dopo giorno, e le trattiamo come parti di noi: ci stanno attaccate, come un braccio o una gamba. Eppure, proprio come diamo per scontato che braccia e gambe non si allontanerebbero mai dal nostro corpo, così ci abituiamo a pensare che alcune persone, capacità, sentimenti, rimarranno sempre al loro posto. Ma non è necessariamente così. Il problema è che ce ne accorgiamo solo quando è tardi. Pensate forse che il Capitano Uncino fosse cosciente di quanto tenesse alla propria mano sinistra prima che finisse in pasto ad un coccodrillo?
Beh, oggi voglio ringraziare ciò di cui non sento mai la mancanza, perché c'è.
Per esempio, voglio ringraziare pubblicamente i miei denti e la mia mandibola, con cui riesco non solo a masticare e parlare - cosa quest'ultima di cui sono grata solo io - ma anche ad aprire scatole e bustine, sotto la supervisione ammirata ed impotente delle mie manine ipotoniche. 
Ovviamente grazie al mio sistema immunitario, che non sta lì a recriminare per tutti gli oggetti che metto in bocca allo scopo di svitarli, strapparli, sbucciarli, ma capisce la situazione e fa quel che deve, senza nemmeno tossicchiare d'irritazione. 
Grazie al mio polpaccio destro, che mi sostiene per i secondi necessari, ogni volta che serve. A volte sembra debba cedere e mi pare addirittura di sentirne la voce arrochita dallo sforzo che si ripete: "Resisti, resisti... Engy ha bisogno di te!"
Grazie ai miei polmoni, che nonostante funzionino a regime limitato, il più delle volte riescono a far arrivare tutto l'ossigeno che serve al cervello, anche se da quello che dico  e scrivo non si direbbe.
Grazie al mio cuore, che batte più di una puttana e che è capace di stringersi e allargarsi segretamente, facendomi sentire dentro tutto ciò che i miei muscoli facciali non riescono o non vogliono esprimere fuori. Senza di lui, sarei morta dentro... e credo pure fuori. 
Grazie alla mia lingua, sempre pronta e tagliente, anche se per il prossimo anno vorrei chiederle di provare a rispondere un po' meno d'impulso e vediamo come va. 
E grazie anche a tutte le parti del mio corpo che funzionano meno bene, ma sicuramente sempre al meglio delle loro possibilità.

E ora la parte più difficile.

Grazie alle persone che sopperiscono giorno dopo giorno a tutti i miei limiti fisici e mentali. E' solo grazie a voi se non mi mancano mai davvero degli arti funzionanti, dei pensieri positivi e dei dubbi utili. 
A volte ho l'impressione di avere un corpo perfetto, con decine di braccia e gambe, muscoli, sangue caldo e forza. Se nella vita ho fatto tanto, è solo perché non vivo nell'involucro chiuso di un solo corpo fisico, ma posso contare su tanti altri corpi, pronti ad intercambiarsi e unirsi ogni volta che mi serve. Io ho braccia e gambe a Bolladello, Azzate, Milano, Sassari, Massafra, Roma... Ho un corpo senza confini altri che quelli dell'amore che riesco a dare e ricevere. E ho decine di cuori che soffrono quando soffre il mio, che sono felici quando è felice il mio e che spesso combattono anche quando il mio non ne ha le forze. 
La mia testa contiene molteplici voci che mi aiutano a decidere, che mi fanno vedere più punti di vista, che mi sostengono e che mi riprendono, se sto esagerando. Non posso sentirmi mai sola, perché dentro e fuori di me esiste un mondo di persone che ci sono e che ci sono state. E ogni nuovo incontro importante diviene un nuovo pezzetto di me, che prima non sapevo mancasse. Io mangio le persone, le assaporo, le sminuzzo e poi - se apportano nutrienti - divengono parte di me, proprio come le seadas che ho mangiato in Sardegna ora sono parte delle mie cosciotte.
Come potrei mai arrendermi con un simile esercito dentro di me? 
Quest'anno si sono aggiunti diversi tasselli alla mia vita. Pezzi di un puzzle fondamentale, che non sapevo nemmeno fosse incompleto. 
Da un po' di tempo, abitano nella mia testa l'Assessora che non vuole cambiare tutto il mondo, ma che migliora concretamente almeno quello che può toccare e se ne sbatte le ovaie se il risultato non si vede dallo spazio. Perché siamo un foruncolo sul culo del mondo e se non puoi cambiare il mondo, può sicuramente schiacciare il foruncolo per evitare che suppuri.
C'è Mary Poppins, che canta coi bambini, racconta favole, accarezza anime e ti mostra che essere troppo buoni non equivale ad essere stupidi.
C'è un'itera Comunità bergamasca, che sembra il villaggio dei Puffi, dove tutti sono diversi e non si può fare a meno di nessuno.
C'è il Prete innamorato di Gesù, che cerchi di sfidare ogni volta che puoi, ma che cazzo vuoi andare a dire a uno cotto perso? E puoi perdere giorni a dirgli quanto marcio è quel che c'è dietro dietro a sta cosa di Gesù e lui ti dà pure ragione, ma la verità è che si sceglie il propio compagno di vita, ma mica si può scegliere che parenti deve avere, no? Pure a me stanno sulle balle i suoceri, chi sono per giudicare? E poi capisci che ti tieni in testa questo personaggio perché ha qualcosa che non potrai avere mai. E non provi invidia, perché il cuore a volte può sentirsi pieno di una mancanza, e non è necessariamente sempre sgradevole.
Dulcis in fundo c'è Pollyanna, che vive nel mio stesso orribile mondo e giorno dopo giorno affronta gli orchi cattivi sbattendo le sue lunghissime ciglia da cerbiatto, anziché abbaiando da cane idrofobo, come la sottoscritta. E se lei ci crede, allora deve essere vero che non tutti gli orchi sono cattivi, ma solo ignoranti e che con un po' di zucchero (o vaselina), le cose si fanno entrare meglio in testa. E ti dici che prima o poi dovrai provare anche tu, perché se davvero non credi più che le persone possano migliorare, è ora di cambiare lavoro.

Quindi grazie a tutte le persone vecchie e nuove che ho conosciuto là fuori e ho portato qui, dentro di me. So che spesso vi sentite scomode e schiacciate dal mio ego ipertrofico, ma prometto di provare a lasciarvi più spazio nel prossimo futuro.


mercoledì 5 novembre 2014

L’allegra eutanasia

Non cesserà mai di stupirmi come una religione che dica di credere nel libero arbitrio si prodighi tanto per criticare o addirittura ostacolate il diritto di scegliere – e perché no, sbagliare - delle persone.
Non si è fatto attendere nemmeno questa volta il giudizio del Vaticano sulla decisione di una giovane donna, Brittany Maynard, che ha stabilito lucidamente il modo per lei più dignitoso per morire. Ma ecco che arriva un uomo che indossa sottanoni ed enormi patacche d’oro al collo, che ci tiene a spiegarci che la scelta di Brittany non è dignitosa. Oserei quantomeno asserire che è opinabile persino credere che “dignitoso” sia farsi ungere la fronte d’olio come una patatina fritta e supplicare un Dio di non comprovata esistenza di perdonare i propri peccati. Immaginandomi sul letto di morte, se mentre soffro le anticipate pene dell’Inferno devo proprio scegliere tra raccontare ad uno sconosciuto i cazzi miei e l’iniezione di morfina, non ho troppi dubbi. Ma posso tranquillamente accettare che per un cristiano sia dignitoso morire così… Che altro ci si potrebbe aspettare da gente che considera fico crepare lapidati, bruciati, scarnificati, scuoiati o attaccati a ruote dentate? Però mica tutti siamo cristiani e, soprattutto, mica tutti siamo votati al martirio eh!
Non serve essere psicologi per capire che quando una persona inizia una frase con “Non per giudicare…”, quello che sta per fare è precisamente esprimere un giudizio. Non si smentisce in tal senso Mons. Carrasco de Paula che dice: “Non giudichiamo le persone, ma il gesto in sé è da condannare. Una morte così non ha assolutamente nulla di degno.“ Eh Monsignore, questo non è “non giudicare”, ma farlo cercando pure di pararsi (male) il culo.
 
Esiste un limite personale al dolore e alla sofferenza che ciascuno riesce a sopportare. Tale limite non può essere stabilito dal Vaticano. Normalmente le persone non bramano di morire anzitempo. Quando ciò accade, non possono essere altri a decidere che devi vivere comunque.
 
La Chiesa ci tratta da sempre come bambini cattivi, a prescindere dall’età. Il continuo criticare le scelte altrui, il cercare addirittura di proibire ciò che considerano “sbagliato”, trasmette solo l’idea che per loro siamo tutti idioti amorali, che farebbero le peggio cose, se solo ciò non comportasse finire in galera o all'Inferno.
Nella vita mi è capitato di stare davvero male. Da bambina mi hanno tagliuzzata ovunque e ricordo ancora bene non solo le notti in cui mi svegliavo in ospedale per il dolore alle gambe, ma anche che preferivo resistere il più possibile, che farmi fare la puntura per dormire. Mi terrorizzava non avere alcun controllo sui miei stati di coscienza e avevo solo sette anni. Da adulta ho provato altri dolori davvero difficili da sopportare, eppure mai una volta mi è passato per la mente di voler morire. Questo perché sapevo sarebbero finiti e che i momenti brutti sarebbero comunque stati meno di quelli belli. Ma quando si ha la certezza che non esiste via d’uscita e che quello che provi è destinato solo a peggiorare? Arriva credo un momento in cui semplicemente decidi che non vale più la pena resistere. Ora, io posso davvero capire che qualcuno che crede in un certo tipo di Dio possa donargli la propria sofferenza, ma questa è e deve essere una scelta individuale. Personalmente è una scelta che non condivido, ma da qui al dire che sia una decisione da condannare, mi pare che qualche differenza ci sia. Lo so che i bravi cattolici pensano ci si debba affidare al buon Dio, ma se permetti sono disabile dalla nascita: non è che abbia fatto molto per guadagnarsi la mia fiducia!
 
Sostenere poi che rendere legale l’eutanasia sia un modo per incentivare le persone a farla finita è un po’ come dire che portare le persone al Gran Canyon sia un incoraggiamento a buttarsi di sotto. Non è che rendere una cosa legale la faccia improvvisamente desiderare di più… anzi, a ben guardare, di solito è il contrario. Al limite serve a portare allo scoperto una pratica già presente in Italia e a trasformarla in qualcosa di più civile e controllabile. Se la possibilità di scelta riguarda la propria morte in caso di malattia terminale, renderla legale non coinciderà col trasformarla in qualcosa di divertente da fare quando t'annoi. Per arrivare a desiderarla al punto di metterla in atto, bisogna prima aver annientato l’istinto più potente dell’uomo: la sopravvivenza. Però un uomo che si sente in trappola spesso prende decisioni più impulsive di chi sa di poter scegliere. Il suicidio non sempre è pianificato a lungo, mentre l’eutanasia dovrebbe esserlo per forza di cose… In Svizzera, dove l’eutanasia è legale, molte persone alla fine hanno dei ripensamenti. A volte è proprio l’idea di poter spingere il maniglione antipanico in qualsiasi momento e uscire, a dare la forza per resistere dentro. Fai sentire un uomo in trappola e farà del male agli altri o a se stesso, pur di liberarsi.
 
Ora, non provare nemmeno a tirarmi fuori la storia che una persona che desidera togliersi la vita è depressa. Ti ricordo che sono psicologa e il mio impegno va’ precisamente nella direzione di aiutare le persone a non suicidarsi. Alcune a volte vorrei ucciderle, ma nessuna di queste rientra nella categoria di quelle che vorrebbero lo facessi. Dovessi mai fallire nel dissuadere un aspirante suicida, sono sicura che mi farei un profondo esame di coscienza, mi chiederei se davvero ho fatto tutto il possibile per aiutare quella persona, se ho trascurato qualcosa… sicuramente ci starei male. Ma ricordo ancora un libro di psicologia, in cui si parlava di un paziente a grave rischio suicidario, rinchiuso in una camera imbottita con tanto ti camicia di forza, che riuscì ad ammazzarsi in modo truculento, rimbalzando decine di volte sul materasso, sino a sfondarsi il cranio a testate sul soffitto. La storia era messa lì per dire che, per quanto un terapeuta ce la metta davvero tutta, se qualcuno ha davvero deciso di farla finita, alla fine ci riuscirà. Ed è precisamente quello che dico al telefono, quando mi chiamano dicendo di volersi uccidere: “Io non posso in nessun modo impedirti di farlo, ma dato che mi hai chiamato, farò tutto quello che mi permetterai di fare per aiutarti”. L’ho detto solo due volte nel mio lavoro di accoglienza telefonica e ognuna delle due volte è sembrato che il cuore mi scoppiasse in gola per la paura. Ma so che alle persone va lasciata la responsabilità della propria vita: se togli quella, diventa più facile uccidersi, perché puoi dare a qualcuno la colpa di non averti salvato. Anche agli psicologi piacerebbe poter fare miracoli, ma non siamo Dio e non possiamo né forse vogliamo decidere per gli altri.
Ovvio che un malato terminale sia a rischio depressione: non credo che sapere di avere un tumore al cervello renda nessuno particolarmente allegro, a meno che il bubbone non prema sulla corteccia cerebrale ventromediale. L’eutanasia però non è un suicidio ed è capzioso definirlo “suicidio assistito”. L’eutanasia è diritto all’autodeterminazione, quando non c’è alcuna possibilità che si possa continuare a vivere senza convulsioni, dolori lancinanti, alimentazione o ventilazione forzata… ma soprattutto senza speranza di miglioramento. E lo sta dicendo una persona che accetterebbe ognuna di queste cose, tranne forse il dolore. Non tutti riescono a credere nei miracoli, io poi ho sempre preferito le dure verità alle false speranze. Un prete una volta mi disse che Dio non dà alle persone più di quello che sono in grado di sopportare. Beh, se è così, quando qualcuno decide di morire, per me è Dio che ha fatto male i conti.
 
Rimane da capire se alla fine il Dio dei cristiani s’incazzi di più quando un malato terminale non riesce a sopportare oltre la propria condizione o quando i credenti giudicano o cercano di impedire il libero arbitrio, che mi risulta sia un Suo dono… Magari se ce l’ha donato, vuole proprio che lo usiamo no? E si dà il caso che sia uno di quei doni che implichi il rischio di sbagliare, ma senza il quale non si può scegliere. Insomma, sarebbe come comprare il motorino a tuo figlio e poi proibirgli di usarlo. Se non vuoi che lo usi, almeno non regalarglielo no?
 
Personalmente, dovessi credere in Dio, mi piacerebbe pensare che Lui non giudichi troppo male chi ricorre all’eutanasia e forse nemmeno al suicidio: se una persona decide di morire, non serve punirla… mi pare evidente che abbia già sofferto abbastanza in vita.
 
Scegliere di morire non è codardia e nemmeno coraggio: credo sia semplicemente essersi scontrati col proprio limite di sopportazione. Esclusi i casi di distorsioni cognitive e malattie psichiatriche - che per definizione compromettono la capacità di giudizio e quindi il libero arbitrio - chi siamo noi per giudicare il modo in cui una persona lucida decide di morire, quando la malattia lo condanna ad una fine orribile?
 
Onestamente, col senno di ora, non credo sarei capace di ricorrere all’eutanasia... ma mi piacerebbe sicuramente poter scegliere, senza migrare in Oregon.
 
Su, Santa Madre Chiesa! Non dico che certe cose ti debbano piacere, ma prova a dare fiducia ai tuoi figli. Anche riconoscendo il diritto all’eutanasia, all’aborto o ai matrimoni gay, non staresti dicendo che sono cosa buona e giusta: staresti solo dando la possibilità alle persone di esercitare il libero arbitrio. Che poi certe decisioni siano giuste o sbagliate, lascia che sia Dio a giudicare… Anche se non sono certa esista, ho più fiducia nel Suo metro di giudizio che nel tuo.
 
 

lunedì 27 ottobre 2014

Ancora una volta, punto tutto sui cattivi!

Oggi voglio raccontarti di un mondo bellissimo: ci sono stata giusto ieri. In effetti è difficile crede che un posto così bello possa trovarsi dalle parti di Bergamo di sotto, soprattutto se per arrivarci attraversi un mucchio di paesini dai suffissi ridondanti: Trezzo D’Adda, Groppello D’Adda, Cassano D’Adda… come se ci fosse davvero bisogno di aggiungere un “D’Adda” alla fine di ogni nome, mica ci si dimentichi che da quelle parti ci sta il fiume omonimo. Comunque, uno dei posti che mi sono piaciuti di più nella vita sta a Fara Gera - indovina un po’? – D’Adda. Beh… il paese in sé non ha nulla di eccezionale: alcuni edifici storici degni di nota, tante graziose case con cortile, qualche abitazione “moderna” di bellezza opinabile, ma di inopinabile inaccessibilità. Il paese poi sta in Italia e pertanto non brilla per abbattimento delle barriere architettoniche, ma ho visto di peggio. Ciò che rende davvero speciale Fara Gera D’Adda sono però lo persone e lo dico io, a cui stanno un po’ tutti sugli zebedei. In particolare, a Fara Gera D’Adda, ci sta l’associazione di volontariato “Al di là del mio naso c’è”.
 
Ecco, lo so cosa stai pensando: “Guarda guarda… sta a vedere che ora mi chiede soldi per beneficienza!” Prima o poi, tutti gli handicappati lo fanno no?
E invece no.
I soldi sono un modo troppo semplice per lavarsi la coscienza senza sporcarsi le mani con la vita degli altri. Per ora voglio solo raccontarti alcune cose di loro e non storcere il naso, che la cosa ti interessa più di quanto puoi credere. Se arriverai alla fine e mi sarò sbagliata, allora ti rimborserò in natura... ho delle splendide verze nell'orto!
 
Credo che la parafrasi che più si avvicini a rendere l’idea di chi sono quelli di Al di là del mio naso c’è sia, in effetti, “Furetti strafatti d’entusiasmo”… Ecco, come found raiser mi sa che faccio schifo, ma tanto mica ti sto chiedendo dei soldi. Comunque è così: non posso indorare troppo la pillola, se la realtà è questa. Sono persone incontenibili, vulcani di idee, individui iperattivi e drogati di vita, a cui se dai il “LA” son capaci di finirti l’Incompiuta di Beethoven e di fargliene scrivere almeno altre nove da sordo e morto. Io mi sono sempre considerata un tipo originale, eppure ogni volta che aprivo bocca per dare un consiglio, saltava fuori che non solo ci avevano pensato, ma l’avevano pure già fatto ed erano tipo alla decima edizione. In effetti non so se mi piacerebbe far sempre parte di quel gruppo, perché sono troppo egocentrica per accettare che altri possano avere così tante idee migliori delle mie. Però ogni tanto è bello incontrare delle persone sveglie. E non sveglie nel senso di intelligenti, ma nell’accezione vera: persone che hanno gli occhi aperti e vivono ogni giorno una vita nuova e diversa. Loro la mattina si svegliano davvero… anzi, scommetto che spesso sono svegli persino di notte. Insomma, l’esatto contrario di tanti zombie uccisi dalla routine della propria piccola immutabile vita.
 
E’ da dire che loro missione associativa ha un che di vulcaniano. Leggo infatti sul loro sito un unico obiettivo: “Condividere l’unicità e irripetibilità di ogni persona e scoprire la diversità come parte essenziale per la vita”. Vedere che la filosofia delle “infinite diversità in infinite combinazioni” esiste anche sulla Terra e persino al di fuori di un club di Star Trek, è stato un po’ come scoprire l’America senza confonderla con le Indie. E lì di diversità se ne vedono tantissime e quelli all’apparenza più normali sono di gran lunga i più strani, almeno per lo standard dei bipedi a cui mi hanno (male) abituata. Ti dico solo che, appena sono arrivata da loro, mi hanno chiesto se volessi partecipare alla colazione al buio. Ora, confesso che all’inizio ero titubante: mi stavano davvero chiedendo di guidare da bendata una carrozzina a motore da 112 chili in un bar affollato di gente?! Quando ho capito che erano seri, mi sono chiesta per un attimo se fossero pazzi… ma chi sono io per dire di no a un pazzo? E così mi sono fatta bendare, accompagnare attraverso quelli che mi sono parsi cunicoli tortuosi e lunghissimi da un bipede-guida e ho scoperto che senza vederci una cicca è molto difficile persino trovare la propria bocca per infilarci della torta. Però non ho calpestato nessun piede… forse perché in effetti, quando succede, non è detto che l’azione sia sempre inintenzionale come dichiaro. Insomma, non contenti che non camminassi, mi hanno pure fatto sperimentare un altro handicap. E una cosa l'ho capita: come cieca sarei una frana!
 
La colazione al buio è stata solo l’inizio della giornata. Poi si sono caricati mezzo paese – Sindaco e Assessori inclusi – sulle sedie a rotelle e gli hanno fatto fare un bel giro dimostrativo della loro città. Io, finalmente miracolata del dono della vista, ho deciso di fare per un po’ la parte del cane guida di qualche bipede bendato… Pare che mi piaccia troppo fare i dispetti per avere un futuro assicurato nel ramo “animali da soccorso”.
La parte più inutile della giornata, diciamocelo, è stato il mio discorso per perorare la causa dell’abbattimento delle barriere architettoniche. A furia di frequentare amici preti, mi sa che ho preso anch’io il vizio di predicare ai convertiti. Per fortuna ci siamo consolati col pranzo condiviso, i giochi senza barriere e il miracoloso orto accessibile, con tanto di galline e oche mute, che solo quelle parlanti facevano troppo poco diverso. Oggi più che mai devo impegnarmi a svolgere bene il mio lavoro, prima che qualcuno mi mandi a zappare la terra, perché in effetti ora potrei.
 
Ma questi ragazzi non si limitano mica solo a restituire braccia rubate all’agricoltura. Fanno corsi di musica, rappresentazioni teatrali, esposizioni d’arte, corsi di vera cucina da incubo, soprattutto quando ti chiedono di spadellare bendato... E quando parlo delle loro creazioni non sto mica parlando dei soliti “lavoretti” da oratorio: io ho un quadro nel mio soggiorno che ha attirato l’attenzione di più di un intenditore. Quando mi hanno chiesto dove l’avessi comprato, ho risposto che si trattava di un artista materico emergente... ci mancava poco che lo rivendessi a caro prezzo!
E questi furetti bombati di extasi endogena non sembrano semplicemente capaci di vedere un punto d’arrivo: stanno pensando di fare il vino, mettere delle arnie per il miele, installare un gigantesco barbecue e condividere tutto ciò che hanno con il primo venuto!
 
La cosa più incredibile è che riescono davvero a coinvolgere la Comunità: ai vecchi contadini del paese non sembra vero di dare consigli su semina e raccolto, invece di guardare tutto il giorno i cantieri. E mica solo loro si son fatti prendere la mano da queste persone diversamente normali. Dentro Al di là del mio naso c’è, ogni persona può portare qualcosa e prendere molto, molto di più. Ogni idea è un reale punto di partenza e ogni abilità trova uno spazio. L’unica cosa che non devi fare con loro, è andare lì a chiedere cosa puoi fare. Non presentarti a mani vuote: porta chi sei (pure se sei stronzo come me) e quello che sai fare. Basta questo perché aggiungano un posto a tavola anche per te. In cambio ti chiederanno solo di non aver paura di provare tutto ciò che c’è da provare.
Se come me spesso pensi che non possa esistere un mondo migliore e ti viene voglia di mollare tutto e mandare il mondo a ranare, fai un giro a Fara o a Pontirolo: la loro carica di energia positiva e voglia di fare è generosa e dura a lungo.
 
E ora… ti avevo detto che non avrei chiesto soldi no? Ecco, però a loro serve una sede molto più grande, perché quella attuale non riesce più a contenere l’entusiasmo e le idee di oltre 100 piccole grandi menti iperattive.
 
Magari conosci qualcuno che ha qualche capannone o un grande spazio coperto che potrebbero usare, soprattutto nei week-end.
 
Magari sei un ricco industriale che sta qui a perdere tempo, leggendo e basta di un mondo migliore, quando avrebbe i mezzi per costruirne pure un bel pezzettino.
 
Oppure vorresti dare una mano concreta e piantare qualche chiodo nella nuova struttura in legno che stanno costruendo come spazio coperto per l’area dell’orto… Ti avanza mica del legname, qualche trave? Non scherzo mica: va che gli servono pure le materie prime!
 
E se non hai cose da dare, non ti resta che contattarli via mail e dargli te stesso: vedrai che qualcosa di buono riusciranno a cavare persino da uno come te… se ce l’hanno fatta con me!
 
Ok. Forse sei lontano. Lo capisco sai. Però scommetto che, ora che hai sentito di questo strano e nuovo mondo, pure tu vorresti contribuire a tirarne su una parte. E allora, se proprio non riesci a donare altro per via della lontananza, ecco, solo in questo caso, accetteranno un po’ a malincuore anche un piccolo contributo in denaro. Uno grande poi fa passare qualsiasi malumore eh!
Ma non dubitare… Conoscendoli, non si limiteranno a prendere i soldi e a dimenticarsi: ogni volta che si incontreranno, lasceranno un posto libero solo per te, per condividere quell’angolino di strambo paradiso che anche tu avrai contribuito a creare con ciò che puoi.

Ma non fidarti di quello che dico io: dai un occhiata a loro sito e alla loro pagina Facebook... perditi nelle foto di ciò che sono:

Sito: http://www.aldiladelmionaso.it/
Facebook: https://www.facebook.com/pages/Al-di-la-del-mio-naso-c%C3%A8/215418901845361?fref=ts
 
Ora che hai visto, se hai forse deciso di poter partecipare solo con una donazione, sappi che io sono contraria alle raccolte fondi.
Ti propongo invece una scommessa:
-          Se segui il mio blog perché in fondo ritieni che io sia una brava persona, magari perfino una di quelle che prima o poi capirà che Dio esiste e agisce davvero per vie misteriose (e pure un po' perverse), allora fai una donazione ad “Al di là del mio naso c’è”, scrivendo nella causale “W i buoni”.
-          Se invece non te ne frega nulla della beneficienza o vuoi semplicemente evitare che le brave persone o addirittura i cristiani cattolici mantengano il presunto primato di fare del bene, fa sempre una donazione (considerala un male necessario al limite) ad “Al di là del mio naso c’è”, scrivendo nella causale “W i cattivi”.
-          Se sei un prete o un credente e non vuoi correre il rischio di vedere una come me a Messa, puoi sempre omettere la causale di versamento o scriverci un esorcismo.
Se vinceranno i buoni, per tutto il mese di dicembre mi asterrò da commenti sarcastici sulla Chiesa, i suoi rappresentanti e i credenti tutti. Di più: a Natale parteciperò alla Santa Messa, in religioso silenzio e senza nemmeno alzare gli occhi al cielo, se non per via di qualche improbabile impulso di conversione.
Se vinceranno i cattivi, continuerò a pensare che, alla fine, ho scelto di far parte del gruppo più figo: quelli che non hanno bisogno di Dio per far del bene e che in Paradiso non ci vogliono andare, perché è pieno di bigotti.
Siccome non vogliamo fare discriminazioni di reddito, vincerà il gruppo che farà più donazioni, a prescindere dal valore pecuniario. Ovviamente, essendo una dei cattivi, per una donazione particolarmente generosa, sono dispostissima a truccare i risultati.
Forza signori: fatte il vostro gioco!

Al di là del mio naso c’è

Per donazioni ad e/o contributi liberali, i seguenti IBAN:

1) B.C.C. TREVIGLIO IT 32 Q 08899 52990 0000 00163610
BANCA PROSSIMA IT65 P033 5901 6001 0000 0010 261

2) adesioni al 5 per 1000 C.F. 93030420165
 

 

mercoledì 15 ottobre 2014

Io e Hulk andiamo dallo stesso analista

Anche se non lo dico in giro - che poi la gente mi racconta i propri - la mia tesi di Laurea all’Università l’ho scritta sui sogni. A parte che cacchio significano quelli degli altri, so quasi tutto quel che c’è da sapere sui prodotti di una mente addormentata… oddio, diciamo di una mente in fase R.E.M., che di menti addormentate se ne vendono in giro anche troppe pure di giorno. Comunque, ci ho messo quasi un anno di addestramento a rendermi conto di sognare ogni notte e un po’ di più a ricordare i miei sogni. Quanto al coglierne i significati, il mio Inconscio non è che s’impegni più di tanto con la censura e il camuffamento. Pare infatti che la Me Addormentata sia stronza quanto e più della Me Sveglia.
Come dicevano La Fata Madrina e Sigmund Freud, il sogni son desideri… di felicità. Ma non è mica vero che nel sonno non hai pensieri, a meno che non ti sia calato un flacone di Roipnol. Quando dormi, hai esattamente gli stessi pensieri di quando sei sveglio, senza alcun filtro logico e nessuna razionalizzazione. Nel mio caso, faccio sogni così tranquilli che quando mi appare Freddy Krueger tiro un sospiro di sollievo. Altre volte invece, passo proprio la notte in bianco, perché mi ha fatto male qualcosa: generalmente è la vita.
Da sveglia puoi auto-ingannarti quanto vuoi e sentirti forte, ma i sogni non mentono mai, per questo li ascolto… per questo e perché comunque sarebbe difficile ignorare qualcuno che si mette a urlare nel cuore della notte, specie se sei tu.

I sogni mi hanno sempre comunicato grandi verità.
 
Durante una crisi mistica, sognai di essermi smarrita su una strada stretta e tortuosa, che scorreva a filo di un baratro (il bello dell’Inconscio è che sa essere incredibilmente melodrammatico nelle sue rappresentazioni metaforiche). Cercai l’aiuto di un prete, per raggiungere la mia famiglia, che si era riunita in un posto di montagna per festeggiare Paqua. Ma il prete ingranò la marcia sbagliata e gli rimase il cambio in mano, facendo fermare l’auto proprio con due ruote dentro e due fuori dal ciglio. A quel punto mi sono svegliata serena come un furetto sotto anfetamina e mi sono riaddormentata dopo due ore, trovandomi su un treno che sapevo diretto nella direzione sbagliata. Chiesi informazioni a due preti, ma confessarono di essersi persi anche loro.
Tipico del mio Inconscio è cominciare con un sogno di facile interpretazione, farmi svegliare e riaddormentare, per presentarmi una versione semplificata del sogno precedente, dimostrando così di considerarmi una pessima psicologa.
E’ però anche da riconoscere che è il mio Inconscio ad arrivare prima di me ad alcune semplici risposte, del tipo: “Se sei in crisi mistica e vuoi trovare una via d’uscita, ti stai rivolgendo alle persone sbagliate”.
Sembra una cazzata, ma per capirle davvero le cose, non devi solo saperle, ma anche sentirle.
Sempre il mio Inconscio, nell’ultimo periodo di stanchezza, mi ha indicato dove stava la minaccia con un messaggio a prova di stupido: mettendo un cartello sopra la porta della mia Università con la scritta “HIC SUNT LEONES”, dopo avermi precedente fatto sognare che un branco di leoni fuggiti dallo zoo stava entrando nella mia casa, attraverso un buco nella rete che non avevo notato.
In questi giorni ho seguito il consiglio notturno: ho messo una toppa alla recinzione e ho ricominciato a ruggire a pieni polmoni. Pare che da qualche giorno il leone si lamenti di soffrire d’insonnia, senza rendersi conto che è un bene, perché appena chiuderà gli occhi, sarò io ad apparirgli in sogno.
Lunedì notte invece, il mio Inconscio ha dato il meglio di sé. Ero nel suo studio (sì, il mio Inconscio ha uno studio, perché al contrario di me, lui è riuscito a diventare un'analista) e, ovviamente, lui era tale e quale sputato Sigmund Freud. Ero lì a parlargli dei miei cazzi, mentre lui sbadigliava (del resto lo farei anche io ascoltando i problemi altrui: è il motivo per cui non sono diventata analista). Raccontavo a quell’insensibile del peso della vita, della stanchezza, del bisogno di una pausa tra un casino e l’altro. E mentre parlavo, l’acqua ha iniziato a invadere la stanza e a salire. Sapevo che sarei annegata, ma Sigmund mi ha detto di restare dove stavo, perché avevamo ancora quindici minuti di tempo. Mi ha chiesto di chiudere gli occhi, fare qualche respiro veloce, digrignare i denti e tendere i muscoli del corpo. Mi ha costretto a rievocare nella mente tutte le cose che mi avevano fatto arrabbiare negli ultimi dieci giorni e ha voluto che mi aggrappassi a quei pensieri. Poi mi ha ordinato di ripetere più volte, a voce sempre più alta: “lo sono arrabbiata, furiosa, completamente nera, furibonda, incazzata. Io sono...”. L’acqua saliva e io ero sommersa nel gorgo dei miei pensieri omicidi. Quando è arrivata alla bocca, invece di spaventarmi e affondare, mi sono gettata a bomba dal lettino, come quando entro in piscina: senza pensare che è fredda e che potrei non riuscire ad emergere se per caso ai miei muscoli quel giorno gira male. Ho toccato il fondo (metafora un po' scontata: l'ho detto pure io all'Inconscio). Poi ho visto una mano protesa: era quella di Sigmund, ma invece di tirarmi fuori, mi spingeva la testa sotto. Così l’ho morsa e ho cominciato a nuotare. Poi quello stronzo si è messo a ridere e mi ha dato il suo più mite consiglio: “Come dissi a Hulk, il segreto non è restare calmi, ma essere sempre incazzati. Lo hai capito così o devo dirtelo con un sogno a prova di deficiente?”
Beh, non so se ho proprio capito tutto, ma sicuramente è meglio che alle soluzioni ci arrivi da sola, la prossima volta, perché il mio Inconscio è evidentemente specializzato in terapia d’urto... cioè, più di me.
 
 

martedì 30 settembre 2014

Forza scimmioni: sparatemi!

Ogni giorno un disabile si alza e inizia a chiedersi se vuole essere un leone o una gazzella. Perché la verità è che il disabile vive in una savana urbana di barriere architettoniche, mezzi di trasporto inaccessibili, trafile burocratiche destinate a lui e a lui soltanto, per non parlare poi dell’ignoranza, del pregiudizio e della mancanza di educazione delle persone.
Se il disabile decide di essere un leone, si cotona la criniera affinché sembri più folta, infila la dentiera e fa i gargarismi davanti allo specchio, emettendo qualche ruggito di prova. Poi, sale sul suo furgone accessibile, raggiunge la stazione e cerca un parcheggio per disabili... ma li trova tutti occupati (o, da settimana scorsa, a tempo, grazie alle geniali idee di SEA), generalmente da gente che non possiede i requisiti necessari. E no: essere stronzi o rincoglioniti non è un requisito necessario. 
Se per sbaglio incontra uno di questi soggetti che, facendo finta di nulla, tenta di salire sulla propria auto, il leone inizia a ruggire. Se non incontrano nessuno, invece, alcuni leoni rigano le auto che non espongono il cartellino, giusto per marcare il territorio. Io non sono tra questi leoni, ma posso capirli benissimo: sfregiare la portiera di chi occupa abusivamente il tuo spazio, non è un atto vandalico, ma giustizia retributiva. 

Questo è solo l’inizio della lunga ed estenuante giornata di un disabile leone, che di solito ruggisce così tanto che, la sera - quando e se riesce a rientrare a casa - non è nemmeno più in grado di miagolare... e va a letto.

Il disabile gazzella invece, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, appena si sveglia, non inizia a correre più veloce, per non essere divorato dal leone. Il leone c’ha già i cazzi suoi cui pensare, che rincorrere le gazzelle affinchè muovano il culo. Il disabile gazzella semplicemente decide di rimanere nella tana e non entrare nella savana. Spesso, col tempo, il disabile gazzella non si alza più nemmeno dal letto, che tanto non ne vale la pena.

E’ da dire che al leone è vero che sta sul culo la gazzella, perché se ci fossero più leoni, forse a lui toccherebbe ruggire di meno. Però, più invecchia, più il leone comprende le ragioni della gazzella e ciò gli rende sempre più difficile decidere chi essere ogni mattina.

A giugno io compirò quarant’anni e si sa che verso i quaranta qualche bilancio ci scappa. 
Guardo chi sono, dove sono, come ho agito e mi par quasi di essere soddisfatta. 
Finora mi sono sempre comportata da bravo leone e ho fatto quello che fa ogni leone, anche se non è divertente come la gente sembra pensare. Il leone non sta simpatico a quasi nessuno, nella foresta preferiscono evitarlo e il più delle volte gli altri non capiscono che cazzo abbia da sbraitare tanto ogni giorno. Quasi tutti, sotto sotto, pensano che il leone esageri. Eppure il leone ha solo un'alternativa alla vitaccia da leone scorbutico: una scelta di merda. 

Così, fino ad oggi, ogni mattina, ho scelto di essere un leone e ho affrontato la savana.

Settimana scorsa è arrivato un nuovo problema, un'inezia a confronto di ciò che ho già affrontato. Però, dopo l'incazzatura iniziale, ho guardato fuori dalla finestra e ho visto la savana: non è cambiata di una virgola, non in meglio almeno. Il mio impatto sul mio ambiente di vita è stato infinitesimale. Non che non mi sia impegnata... l'ho fatto, davvero, al massimo delle mie possibilità. 
E se ci sono volute tutte le energie dei miei primi quarant’anni per migliorare di un niente il mio habitat, cosa potrò mai fare ora che di certo non sto ringiovanendo? 
La savana si prende gioco di me, mi deride: non solo non accenna a diventare più vivibile, ma aggiunge nuovi, piccoli ostacoli ogni giorno, anche laddove prima qualcosa funzionava. 

Non conta più che nella vita ne abbia affrontate e superate davvero di peggio. 
Non conta che sia una sciocchezza quella davanti a cui sto seriamente pensando di fermarmi. 
I latini non erano mica scemi quando dicevano che la goccia scava la roccia. 
Anche se la roccia è una roccia e sta lì, chessò, dal neolitico, ed è ben più dura della goccia, alla fine sono sempre le minchiate che ti spezzano. 
Decine di piccoli e insignificanti problemi di burocrazia, accessibilità, cultura, educazione, facili da vincere singolarmente, ma che si ammassano gli uni sugli altri come un branco di piranha, portandosi via un pezzettino di te, giorno dopo giorno. 
Non importa quanti ne fai fuori: alla fine lo sai che vinceranno loro e che stai solo rimandando l’inevitabile.

Ogni mattina, scegliere chi essere, è un po’ più difficile della mattina precedente. 

Il problema è che sono stata leone per troppo tempo per riuscire a vivere anche un solo giorno come gazzella. Per cui, per favore, mettete via la comprensione, il perbenismo, l’indignazione da social network e fate una scelta: affrontate davvero la savana insieme a me, oppure sparatemi. Non posso continuare questa vita attorniata da primati urlanti che osservano dal proprio rifugio sugli alberi dei problemi che considerano non loro. 
Un giorno cadrete anche voi da quella maledetta pianta perché sarete troppo vecchi per tenervici aggrappati o solo perché vi siete distratti un momento. Quella mattina vi sveglierete in un mondo che non credevate fosse il vostro e, la maggior parte di voi, sceglierà di essere gazzella. 

Quindi, smettetela di giudicare questo leone che non ce la fa più a essere se stesso, perché se la savana è una savana, è soprattutto colpa della vostra passività.



sabato 20 settembre 2014

Vedo la luce... ma vorrei vederne molte di più

A tutti quelli che mi dicono di sorridere mentre mi scattano una foto, dico che non ne sono capace, perché mi manca la mimica. La verità è che non è vero che non so sorridere, è che in Italia non ho motivi per farlo. Così è finita che i miei ipotonici muscoli facciali si sono disabituati, rendendo di fatto molto faticoso sorridere ed estremamente semplice indossare il muso cattivo.

Non è facile rientrare in Italia, non con la testa intendo, perché il corpo, purtroppo, è rientrato già da due settimane. 
Non è facile abituarsi a un mondo diverso, anche se per pochi giorni. Cioè no, quello è facile, ma non lo è affatto tornare alla vita di prima.
E non stiamo parlano di barriere architettoniche o almeno non solo. 
Londra non è perfetta. Anche se si possono prendere tutti i bus e buona parte della metro con una sedia a rotelle - cosa che per quanto mi concerne, avvicina di molto al concetto di "perfezione" -, i locali privati restano imperfetti. Spesso c'è il gradino in ingresso a pub e ristoranti e quasi sempre manca un bagno per disabili. Ciò che difficilmente manca, è l'accessibilità del luogo pubblico... difficilmente, ma a volte capita anche quello. Su una cosa sono chiari: se dicono che è accessibile, lo è, e se dicono di no, spesso quasi lo è, ma non per qualche dettaglio. Mica come in Italia che chiedi ai ristoranti se hanno un cesso accessibile e ti ritrovi in un locale dove manco un bipede passa dalla porta del bagno! 
Ma non è della chiarezza e dell'onestà che mi sono innamorata, o almeno non solo. E allora di cosa? Beh, delle persone! Potete fare tutte le battute che volete sugli inglesi, ma la verità è che non siamo degni di succhiargli i calzini per quanto concerne l'educazione. E per educazione non intendo non dire parolacce o non ruttare in pubblico, intendo l'attenzione e il rispetto per le persone.
In cinque giorni di vacanza, nessun inglese mi ha permesso di mettermi in fila dietro di lui, nessun autista di bus ha finto di non vedermi per non estrarre una pedana, nessun passeggero è rimasto seduto sul posto riservato ai disabili.
Vi dirò di più.
Se arrivavo davanti a un ascensore con delle persone in attesa, quelle mi cedevano il posto.
Se il pullman era pieno, piuttosto scendevano i bipedi, pur di farmi salire.
Se mi fermavo un minuto per consultare la cartina, arrivava sempre qualcuno a chiedere dove dovevo andare e a indicarmi la strada.
Ok, così è pretendere troppo, ma c'è una bella differenza tra questo e il provare a scavalcarmi mentre tento di salire su un treno, o il far finta che non esisto mentre attendo da ore l'ascensore, o il piazzare il set da dodici valigie in lega sul posto riservato e poi fingere di non vedere la carrozzina da 112 kg. con sopra la disabile furiosa.
Solo una volta, ad un museo, un bimbetto di una scolaresca mi è sfrecciato davanti, prendendo dentro la carrozzina. L'insegnante, dopo essersi accertata che non mi avesse fatto male, ha preso in disparte il pupattolo e, senza tirar fuori le solfe all'italiana sulla signora che ha la bua e non può camminare, lo ha ripreso, dicendogli che doveva semplicemente imparare ad usare prima gli occhi e poi la testa. Quindi gli ha chiesto di scusarsi per la sua disattenzione. Non si è scusata al posto suo, non ha alzato la voce, non ne è scaturito un dramma. Ben altro atteggiamento rispetto al bambino italiano che fuori dal terminal continuava zigzagarci davanti, mentre mio marito cercava di trattenere la carrozzina sullo scivolo in forte pendenza, col padre che sorrideva imbarazzato, senza prendersi per mano il moccioso... che peraltro rischiava di essere investito più o meno involontariamente.

Dopo soli due giorni londinesi ho iniziato a girare con un sorriso ebete stampato in faccia... e non mi sembrava poi così difficile. Chi ben mi conosce, sa che la mia espressione standard è tipo "maschera di ferro con le palle girate", eppure lì sembravo Buddha dopo un cannone di marijuana.
E' stato stupendo poter abbassare la guardia, rilassare i muscoli facciali ed essere gentile a mia volta. E' stato ancor più meraviglioso rendersi conto che Londra è davvero una città cosmopolita, con persone di tali colori e fogge, che nulla risulta davvero strano, nulla attira più di tanto l'attenzione. L'Italia, a confronto, è più indifferenziata della pattumiera. Siamo conformati al punto che pensiamo basti un tatuaggio per essere originali e diversi dagli altri.
E' difficile spiegarlo, ma ho provato la normalità degli sguardi. Le persone non mi fissavano, ma nemmeno fingevano di non vedermi per non sembrare invadenti. 
I londinesi ti guardano, ti salutano, stanno attenti a dove sono e a chi li circonda, ma non fissano nessuno. 
Dì più: loro ascoltano. Ho visto pochissimi indigeni andare in giro con le cuffie a palla o col naso appiccicato agli smartphone. Al massimo il naso stava dentro un giornale e solo se non intralciavano nessuno.

Quello è il mondo in cui voglio vivere. 
Non Bolladello, dove se esco con la mia carrozzina a motore le persone si sentono autorizzate a fissarmi come un cantiere.
Non Milano, dove tutti guardano troppo in alto, come se non potesse esistere nessuno sotto il metro e venti, o troppo in basso, per non incrociare alcuno sguardo, mica che poi ti chiedano qualcosa, facendoti perdere tempo.
Voglio vivere nel posto in cui ho visto una ragazza araba velata di nero, col pierging al naso, lavorare al check-in e sorridere ad una battuta di un ebreo ortodosso, con tanto di cappello e treccine. Voglio vivere dove tutto ciò è normale, dimenticando che, qualche miglio più in là, i loro due popoli si stanno ammazzando, convinti di non poter vivere assieme. 

Non dico che tutti nel Regno Unito siano così, però sono abbastanza da farti dimenticare gli altri. Perché, ora l'ho capito, io non voglio davvero che la gente si faccia i cazzi suoi quando passo io. Io voglio che prestino attenzione e rispetto. Voglio che le persone non mi fissino, ma mi vedano. 

La verità è che in Italia siamo ancora troppo uniformati per considerare normali le diversità. 
Siamo troppo bianchi, troppo bipedi, troppo vestiti tutti uguali per non essere attratti come falene dalle differenze. 
E come le falene,  finiamo troppo spesso per scottarci con una luce che non avremmo dovuto fissare tanto a lungo. 
Ma l'alternativa non è chiudere gli occhi e fingere che la luce non esista. L'alternativa è riempire il mondo di luci sempre più luminose, colorate e diverse, fino al giorno in cui nessuna luce saprà abbagliarci e spaventarci.

Vorrei poter dire che anche l'Italia ha i suoi lati positivi e le sue persone splendide. So che è così perché ne conosco. Il problema è che il rispetto vero non è così diffuso come pensiamo. E' molto più facile trovare il perbenismo... quello anzi si spreca a mazzi. E, per chi sta seduta tutto il giorno dove sto io, è dolorosamente immediato distinguere il rispetto dal perbenismo.

Vorrei solo vivere in un posto dove non sentirmi né un'aliena né una specie da proteggere.