mercoledì 15 ottobre 2014

Io e Hulk andiamo dallo stesso analista

Anche se non lo dico in giro - che poi la gente mi racconta i propri - la mia tesi di Laurea all’Università l’ho scritta sui sogni. A parte che cacchio significano quelli degli altri, so quasi tutto quel che c’è da sapere sui prodotti di una mente addormentata… oddio, diciamo di una mente in fase R.E.M., che di menti addormentate se ne vendono in giro anche troppe pure di giorno. Comunque, ci ho messo quasi un anno di addestramento a rendermi conto di sognare ogni notte e un po’ di più a ricordare i miei sogni. Quanto al coglierne i significati, il mio Inconscio non è che s’impegni più di tanto con la censura e il camuffamento. Pare infatti che la Me Addormentata sia stronza quanto e più della Me Sveglia.
Come dicevano La Fata Madrina e Sigmund Freud, il sogni son desideri… di felicità. Ma non è mica vero che nel sonno non hai pensieri, a meno che non ti sia calato un flacone di Roipnol. Quando dormi, hai esattamente gli stessi pensieri di quando sei sveglio, senza alcun filtro logico e nessuna razionalizzazione. Nel mio caso, faccio sogni così tranquilli che quando mi appare Freddy Krueger tiro un sospiro di sollievo. Altre volte invece, passo proprio la notte in bianco, perché mi ha fatto male qualcosa: generalmente è la vita.
Da sveglia puoi auto-ingannarti quanto vuoi e sentirti forte, ma i sogni non mentono mai, per questo li ascolto… per questo e perché comunque sarebbe difficile ignorare qualcuno che si mette a urlare nel cuore della notte, specie se sei tu.

I sogni mi hanno sempre comunicato grandi verità.
 
Durante una crisi mistica, sognai di essermi smarrita su una strada stretta e tortuosa, che scorreva a filo di un baratro (il bello dell’Inconscio è che sa essere incredibilmente melodrammatico nelle sue rappresentazioni metaforiche). Cercai l’aiuto di un prete, per raggiungere la mia famiglia, che si era riunita in un posto di montagna per festeggiare Paqua. Ma il prete ingranò la marcia sbagliata e gli rimase il cambio in mano, facendo fermare l’auto proprio con due ruote dentro e due fuori dal ciglio. A quel punto mi sono svegliata serena come un furetto sotto anfetamina e mi sono riaddormentata dopo due ore, trovandomi su un treno che sapevo diretto nella direzione sbagliata. Chiesi informazioni a due preti, ma confessarono di essersi persi anche loro.
Tipico del mio Inconscio è cominciare con un sogno di facile interpretazione, farmi svegliare e riaddormentare, per presentarmi una versione semplificata del sogno precedente, dimostrando così di considerarmi una pessima psicologa.
E’ però anche da riconoscere che è il mio Inconscio ad arrivare prima di me ad alcune semplici risposte, del tipo: “Se sei in crisi mistica e vuoi trovare una via d’uscita, ti stai rivolgendo alle persone sbagliate”.
Sembra una cazzata, ma per capirle davvero le cose, non devi solo saperle, ma anche sentirle.
Sempre il mio Inconscio, nell’ultimo periodo di stanchezza, mi ha indicato dove stava la minaccia con un messaggio a prova di stupido: mettendo un cartello sopra la porta della mia Università con la scritta “HIC SUNT LEONES”, dopo avermi precedente fatto sognare che un branco di leoni fuggiti dallo zoo stava entrando nella mia casa, attraverso un buco nella rete che non avevo notato.
In questi giorni ho seguito il consiglio notturno: ho messo una toppa alla recinzione e ho ricominciato a ruggire a pieni polmoni. Pare che da qualche giorno il leone si lamenti di soffrire d’insonnia, senza rendersi conto che è un bene, perché appena chiuderà gli occhi, sarò io ad apparirgli in sogno.
Lunedì notte invece, il mio Inconscio ha dato il meglio di sé. Ero nel suo studio (sì, il mio Inconscio ha uno studio, perché al contrario di me, lui è riuscito a diventare un'analista) e, ovviamente, lui era tale e quale sputato Sigmund Freud. Ero lì a parlargli dei miei cazzi, mentre lui sbadigliava (del resto lo farei anche io ascoltando i problemi altrui: è il motivo per cui non sono diventata analista). Raccontavo a quell’insensibile del peso della vita, della stanchezza, del bisogno di una pausa tra un casino e l’altro. E mentre parlavo, l’acqua ha iniziato a invadere la stanza e a salire. Sapevo che sarei annegata, ma Sigmund mi ha detto di restare dove stavo, perché avevamo ancora quindici minuti di tempo. Mi ha chiesto di chiudere gli occhi, fare qualche respiro veloce, digrignare i denti e tendere i muscoli del corpo. Mi ha costretto a rievocare nella mente tutte le cose che mi avevano fatto arrabbiare negli ultimi dieci giorni e ha voluto che mi aggrappassi a quei pensieri. Poi mi ha ordinato di ripetere più volte, a voce sempre più alta: “lo sono arrabbiata, furiosa, completamente nera, furibonda, incazzata. Io sono...”. L’acqua saliva e io ero sommersa nel gorgo dei miei pensieri omicidi. Quando è arrivata alla bocca, invece di spaventarmi e affondare, mi sono gettata a bomba dal lettino, come quando entro in piscina: senza pensare che è fredda e che potrei non riuscire ad emergere se per caso ai miei muscoli quel giorno gira male. Ho toccato il fondo (metafora un po' scontata: l'ho detto pure io all'Inconscio). Poi ho visto una mano protesa: era quella di Sigmund, ma invece di tirarmi fuori, mi spingeva la testa sotto. Così l’ho morsa e ho cominciato a nuotare. Poi quello stronzo si è messo a ridere e mi ha dato il suo più mite consiglio: “Come dissi a Hulk, il segreto non è restare calmi, ma essere sempre incazzati. Lo hai capito così o devo dirtelo con un sogno a prova di deficiente?”
Beh, non so se ho proprio capito tutto, ma sicuramente è meglio che alle soluzioni ci arrivi da sola, la prossima volta, perché il mio Inconscio è evidentemente specializzato in terapia d’urto... cioè, più di me.
 
 

martedì 30 settembre 2014

Forza scimmioni: sparatemi!

Ogni giorno un disabile si alza e inizia a chiedersi se vuole essere un leone o una gazzella. Perché la verità è che il disabile vive in una savana urbana di barriere architettoniche, mezzi di trasporto inaccessibili, trafile burocratiche destinate a lui e a lui soltanto, per non parlare poi dell’ignoranza, del pregiudizio e della mancanza di educazione delle persone.
Se il disabile decide di essere un leone, si cotona la criniera affinché sembri più folta, infila la dentiera e fa i gargarismi davanti allo specchio, emettendo qualche ruggito di prova. Poi, sale sul suo furgone accessibile, raggiunge la stazione e cerca un parcheggio per disabili... ma li trova tutti occupati (o, da settimana scorsa, a tempo, grazie alle geniali idee di SEA), generalmente da gente che non possiede i requisiti necessari. E no: essere stronzi o rincoglioniti non è un requisito necessario. 
Se per sbaglio incontra uno di questi soggetti che, facendo finta di nulla, tenta di salire sulla propria auto, il leone inizia a ruggire. Se non incontrano nessuno, invece, alcuni leoni rigano le auto che non espongono il cartellino, giusto per marcare il territorio. Io non sono tra questi leoni, ma posso capirli benissimo: sfregiare la portiera di chi occupa abusivamente il tuo spazio, non è un atto vandalico, ma giustizia retributiva. 

Questo è solo l’inizio della lunga ed estenuante giornata di un disabile leone, che di solito ruggisce così tanto che, la sera - quando e se riesce a rientrare a casa - non è nemmeno più in grado di miagolare... e va a letto.

Il disabile gazzella invece, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, appena si sveglia, non inizia a correre più veloce, per non essere divorato dal leone. Il leone c’ha già i cazzi suoi cui pensare, che rincorrere le gazzelle affinchè muovano il culo. Il disabile gazzella semplicemente decide di rimanere nella tana e non entrare nella savana. Spesso, col tempo, il disabile gazzella non si alza più nemmeno dal letto, che tanto non ne vale la pena.

E’ da dire che al leone è vero che sta sul culo la gazzella, perché se ci fossero più leoni, forse a lui toccherebbe ruggire di meno. Però, più invecchia, più il leone comprende le ragioni della gazzella e ciò gli rende sempre più difficile decidere chi essere ogni mattina.

A giugno io compirò quarant’anni e si sa che verso i quaranta qualche bilancio ci scappa. 
Guardo chi sono, dove sono, come ho agito e mi par quasi di essere soddisfatta. 
Finora mi sono sempre comportata da bravo leone e ho fatto quello che fa ogni leone, anche se non è divertente come la gente sembra pensare. Il leone non sta simpatico a quasi nessuno, nella foresta preferiscono evitarlo e il più delle volte gli altri non capiscono che cazzo abbia da sbraitare tanto ogni giorno. Quasi tutti, sotto sotto, pensano che il leone esageri. Eppure il leone ha solo un'alternativa alla vitaccia da leone scorbutico: una scelta di merda. 

Così, fino ad oggi, ogni mattina, ho scelto di essere un leone e ho affrontato la savana.

Settimana scorsa è arrivato un nuovo problema, un'inezia a confronto di ciò che ho già affrontato. Però, dopo l'incazzatura iniziale, ho guardato fuori dalla finestra e ho visto la savana: non è cambiata di una virgola, non in meglio almeno. Il mio impatto sul mio ambiente di vita è stato infinitesimale. Non che non mi sia impegnata... l'ho fatto, davvero, al massimo delle mie possibilità. 
E se ci sono volute tutte le energie dei miei primi quarant’anni per migliorare di un niente il mio habitat, cosa potrò mai fare ora che di certo non sto ringiovanendo? 
La savana si prende gioco di me, mi deride: non solo non accenna a diventare più vivibile, ma aggiunge nuovi, piccoli ostacoli ogni giorno, anche laddove prima qualcosa funzionava. 

Non conta più che nella vita ne abbia affrontate e superate davvero di peggio. 
Non conta che sia una sciocchezza quella davanti a cui sto seriamente pensando di fermarmi. 
I latini non erano mica scemi quando dicevano che la goccia scava la roccia. 
Anche se la roccia è una roccia e sta lì, chessò, dal neolitico, ed è ben più dura della goccia, alla fine sono sempre le minchiate che ti spezzano. 
Decine di piccoli e insignificanti problemi di burocrazia, accessibilità, cultura, educazione, facili da vincere singolarmente, ma che si ammassano gli uni sugli altri come un branco di piranha, portandosi via un pezzettino di te, giorno dopo giorno. 
Non importa quanti ne fai fuori: alla fine lo sai che vinceranno loro e che stai solo rimandando l’inevitabile.

Ogni mattina, scegliere chi essere, è un po’ più difficile della mattina precedente. 

Il problema è che sono stata leone per troppo tempo per riuscire a vivere anche un solo giorno come gazzella. Per cui, per favore, mettete via la comprensione, il perbenismo, l’indignazione da social network e fate una scelta: affrontate davvero la savana insieme a me, oppure sparatemi. Non posso continuare questa vita attorniata da primati urlanti che osservano dal proprio rifugio sugli alberi dei problemi che considerano non loro. 
Un giorno cadrete anche voi da quella maledetta pianta perché sarete troppo vecchi per tenervici aggrappati o solo perché vi siete distratti un momento. Quella mattina vi sveglierete in un mondo che non credevate fosse il vostro e, la maggior parte di voi, sceglierà di essere gazzella. 

Quindi, smettetela di giudicare questo leone che non ce la fa più a essere se stesso, perché se la savana è una savana, è soprattutto colpa della vostra passività.



sabato 20 settembre 2014

Vedo la luce... ma vorrei vederne molte di più

A tutti quelli che mi dicono di sorridere mentre mi scattano una foto, dico che non ne sono capace, perché mi manca la mimica. La verità è che non è vero che non so sorridere, è che in Italia non ho motivi per farlo. Così è finita che i miei ipotonici muscoli facciali si sono disabituati, rendendo di fatto molto faticoso sorridere ed estremamente semplice indossare il muso cattivo.

Non è facile rientrare in Italia, non con la testa intendo, perché il corpo, purtroppo, è rientrato già da due settimane. 
Non è facile abituarsi a un mondo diverso, anche se per pochi giorni. Cioè no, quello è facile, ma non lo è affatto tornare alla vita di prima.
E non stiamo parlano di barriere architettoniche o almeno non solo. 
Londra non è perfetta. Anche se si possono prendere tutti i bus e buona parte della metro con una sedia a rotelle - cosa che per quanto mi concerne, avvicina di molto al concetto di "perfezione" -, i locali privati restano imperfetti. Spesso c'è il gradino in ingresso a pub e ristoranti e quasi sempre manca un bagno per disabili. Ciò che difficilmente manca, è l'accessibilità del luogo pubblico... difficilmente, ma a volte capita anche quello. Su una cosa sono chiari: se dicono che è accessibile, lo è, e se dicono di no, spesso quasi lo è, ma non per qualche dettaglio. Mica come in Italia che chiedi ai ristoranti se hanno un cesso accessibile e ti ritrovi in un locale dove manco un bipede passa dalla porta del bagno! 
Ma non è della chiarezza e dell'onestà che mi sono innamorata, o almeno non solo. E allora di cosa? Beh, delle persone! Potete fare tutte le battute che volete sugli inglesi, ma la verità è che non siamo degni di succhiargli i calzini per quanto concerne l'educazione. E per educazione non intendo non dire parolacce o non ruttare in pubblico, intendo l'attenzione e il rispetto per le persone.
In cinque giorni di vacanza, nessun inglese mi ha permesso di mettermi in fila dietro di lui, nessun autista di bus ha finto di non vedermi per non estrarre una pedana, nessun passeggero è rimasto seduto sul posto riservato ai disabili.
Vi dirò di più.
Se arrivavo davanti a un ascensore con delle persone in attesa, quelle mi cedevano il posto.
Se il pullman era pieno, piuttosto scendevano i bipedi, pur di farmi salire.
Se mi fermavo un minuto per consultare la cartina, arrivava sempre qualcuno a chiedere dove dovevo andare e a indicarmi la strada.
Ok, così è pretendere troppo, ma c'è una bella differenza tra questo e il provare a scavalcarmi mentre tento di salire su un treno, o il far finta che non esisto mentre attendo da ore l'ascensore, o il piazzare il set da dodici valigie in lega sul posto riservato e poi fingere di non vedere la carrozzina da 112 kg. con sopra la disabile furiosa.
Solo una volta, ad un museo, un bimbetto di una scolaresca mi è sfrecciato davanti, prendendo dentro la carrozzina. L'insegnante, dopo essersi accertata che non mi avesse fatto male, ha preso in disparte il pupattolo e, senza tirar fuori le solfe all'italiana sulla signora che ha la bua e non può camminare, lo ha ripreso, dicendogli che doveva semplicemente imparare ad usare prima gli occhi e poi la testa. Quindi gli ha chiesto di scusarsi per la sua disattenzione. Non si è scusata al posto suo, non ha alzato la voce, non ne è scaturito un dramma. Ben altro atteggiamento rispetto al bambino italiano che fuori dal terminal continuava zigzagarci davanti, mentre mio marito cercava di trattenere la carrozzina sullo scivolo in forte pendenza, col padre che sorrideva imbarazzato, senza prendersi per mano il moccioso... che peraltro rischiava di essere investito più o meno involontariamente.

Dopo soli due giorni londinesi ho iniziato a girare con un sorriso ebete stampato in faccia... e non mi sembrava poi così difficile. Chi ben mi conosce, sa che la mia espressione standard è tipo "maschera di ferro con le palle girate", eppure lì sembravo Buddha dopo un cannone di marijuana.
E' stato stupendo poter abbassare la guardia, rilassare i muscoli facciali ed essere gentile a mia volta. E' stato ancor più meraviglioso rendersi conto che Londra è davvero una città cosmopolita, con persone di tali colori e fogge, che nulla risulta davvero strano, nulla attira più di tanto l'attenzione. L'Italia, a confronto, è più indifferenziata della pattumiera. Siamo conformati al punto che pensiamo basti un tatuaggio per essere originali e diversi dagli altri.
E' difficile spiegarlo, ma ho provato la normalità degli sguardi. Le persone non mi fissavano, ma nemmeno fingevano di non vedermi per non sembrare invadenti. 
I londinesi ti guardano, ti salutano, stanno attenti a dove sono e a chi li circonda, ma non fissano nessuno. 
Dì più: loro ascoltano. Ho visto pochissimi indigeni andare in giro con le cuffie a palla o col naso appiccicato agli smartphone. Al massimo il naso stava dentro un giornale e solo se non intralciavano nessuno.

Quello è il mondo in cui voglio vivere. 
Non Bolladello, dove se esco con la mia carrozzina a motore le persone si sentono autorizzate a fissarmi come un cantiere.
Non Milano, dove tutti guardano troppo in alto, come se non potesse esistere nessuno sotto il metro e venti, o troppo in basso, per non incrociare alcuno sguardo, mica che poi ti chiedano qualcosa, facendoti perdere tempo.
Voglio vivere nel posto in cui ho visto una ragazza araba velata di nero, col pierging al naso, lavorare al check-in e sorridere ad una battuta di un ebreo ortodosso, con tanto di cappello e treccine. Voglio vivere dove tutto ciò è normale, dimenticando che, qualche miglio più in là, i loro due popoli si stanno ammazzando, convinti di non poter vivere assieme. 

Non dico che tutti nel Regno Unito siano così, però sono abbastanza da farti dimenticare gli altri. Perché, ora l'ho capito, io non voglio davvero che la gente si faccia i cazzi suoi quando passo io. Io voglio che prestino attenzione e rispetto. Voglio che le persone non mi fissino, ma mi vedano. 

La verità è che in Italia siamo ancora troppo uniformati per considerare normali le diversità. 
Siamo troppo bianchi, troppo bipedi, troppo vestiti tutti uguali per non essere attratti come falene dalle differenze. 
E come le falene,  finiamo troppo spesso per scottarci con una luce che non avremmo dovuto fissare tanto a lungo. 
Ma l'alternativa non è chiudere gli occhi e fingere che la luce non esista. L'alternativa è riempire il mondo di luci sempre più luminose, colorate e diverse, fino al giorno in cui nessuna luce saprà abbagliarci e spaventarci.

Vorrei poter dire che anche l'Italia ha i suoi lati positivi e le sue persone splendide. So che è così perché ne conosco. Il problema è che il rispetto vero non è così diffuso come pensiamo. E' molto più facile trovare il perbenismo... quello anzi si spreca a mazzi. E, per chi sta seduta tutto il giorno dove sto io, è dolorosamente immediato distinguere il rispetto dal perbenismo.

Vorrei solo vivere in un posto dove non sentirmi né un'aliena né una specie da proteggere.




lunedì 4 agosto 2014

Dove l'avrò messa?

Diverso tempo fa ho perso qualcosa.
Sul momento, non me ne sono nemmeno accorta.
Quando me ne sono accorta, pensavo non fosse poi così importante, perché prima non mi era mai servita a molto.
E quando ne ho avuto davvero bisogno, non c'è stato verso di ritrovarla, per quanto l'abbia cercata ovunque.
Allora ho provato a sostituirla, ma non era la stessa cosa.
A un certo punto, ho addirittura pensato di non averla mai davvero avuta... può una cosa vera sparire così, senza lasciare traccia?
Eppure a volte mi manca... può mancare una cosa che non è mai esistita?

Da quel giorno però ho imparato a curare meglio tutte le altre cose importanti, affinché nient'altro vada perso.
Ho fatto una lista e almeno una volta al mese la rileggo e controllo che ci sia tutto.
Continua a mancare solo quella cosa, al punto che non vorrei mai averla avuta.

E la tua lista di cose importanti l'hai fatta?
Hai controllato se c'è tutto?

lunedì 28 luglio 2014

Come sono diventata un angelo

Stavolta sono proprio morta.
Più che dal fatto che sto qui a fissarmi fuori dal mio corpo, l'ho capito perché sono in piedi. Almeno credo di essere in piedi, ma non oso guardare dalla vita in giù, scoprendo magari chissà... che non avendo mai sviluppato un'immagine corporea dalla patata in giù, potrei pure essere uno spirito mezzobusto.
Starei ancora lì a fissarmi un po', ma mi urta l'idea che domani mattina mi troveranno col magliettone di Mickey Mouse, la bocca spalancata e quel rivolo di bavetta che prima dell'alba si sarà essiccato sulla federa. Immagino mio marito sniffare il cuscino a giorni di distanza dalla mia dipartita e sospirare: "Ha ancora il suo odore... bleah!"
Guardalo lì! È tutto scoperto, con le palle al vento. Vorrei accarezzarlo, ma ho visto abbastanza film per sapere che avvertirebbe solo uno sgradevole brivido freddo, così mi limito a coprirlo. Lui con me lo ha fatto ogni notte per dieci anni e questa è la prima e ultima volta che posso farlo io. Alessandro si lamenta e biascica nel sonno: "Naaaah... caldo!" E scalcia le coperte coi piedi.
Per una volta che cerco di essere romantica...
Improvvisamente sento una forza che mi attira verso l'alto. Nemmeno per un momento penso di finire in Paradiso: mi limito a credere che Quello là voglia dirmene quattro prima di spedirmi al piano di sotto. Beh, anche io è una vita che aspetto di dirgliene, e mica solo quattro!
Il viaggio è lungo, ma ne approfitto per ripassarmi un bel discorso mentale.
Sono così assorta che mi perdo l'occasione di una visita della Stazione Spaziale Internazionale. Cacchio! È tipico di me, sia da viva che evidentemente da morta: inseguo un sogno per anni e sul più bello mi faccio distrarre da un obbiettivo secondario.
Il paesaggio è già cambiato: i siderali sfondi di Star Trek si sono sostituiti a luminosi sipari di nuvole che si dipanano davanti a me. Di Pietro in giro nemmeno l'ombra. Deve avermi sentito dire che mi sarei portata dietro un po' di cazzo di sanpietrini da tirargli dietro, per fargli pagare tutti quei mal di schiena da pavimentazione cittadina.
Sulla coreografia nulla da dire, ma nemmeno un angelo in giro. Non mi aspettavo certo squilli di trombe e cori ultraterreni, ma un po' ci rimango male lo stesso.
Sento un moto interiore: o mi sto avvicinando al cospetto di Dio o sono le due birre e la grappa al luppolo che mi hanno stroncato ieri sera.
Davanti a me si stendono due file di torce segnaletiche in fiamme. Sì, proprio quelle che indicano un incidente e, alla fine della strada, un triangolo rosso. Sarà mica quello Dio? Come direbbe Renato Zero: "Il Triangolo no, non l'avevo considerato."
E infatti no. Poco più avanti vedo Dio, seduto di spalle, con le gambe incrociate nella posizione del loto e io riesco solo a pensare: "O porca buddana, per tutta la vita me la sono pure presa col Dio sbagliato!" Mi consolo pensando che ero solita imprecare dicendo "cazzo di Buddha!", quindi in teoria dovrei essere riuscita ad offenderlo più volte lo stesso.
Come se avesse percepito i miei pensieri, si gira appena a guardarmi e mi dice: "Se hai finito di farti i tuoi soliti film mentali, potresti pure venire qui a sederti. O forse preferisci rimanere in piedi, ora che puoi?"
Ecco, diciamo che con tutta la mia immaginazione, mai avrei pensato che il mio discorsetto con Dio sarebbe cominciato con Lui che mi sfotte.
Mi ha preso in contropiede... Fossi ancora sulla mia carrozzina a motore, non sarebbe mai successo. Sono bipede da meno di mezz'ora e già mi faccio prendere per il culo dal primo che incontro. Mi consolo pensando che "il primo" dopo tutto è Dio e si suppone che uno che ha fama di onniscienza possa pure fregarmi, almeno la prima volta... certo, la prima da morta, perché da viva mi ha rifilato una fregatura dopo l'altra!
Imbronciata mi avvicino e mi siedo alla Sua destra: non sono nemmeno il primo ladro a usurpare quel posto a gente più degna. Incrocio le gambe e mi fisso i piedi nudi. Toh… sono dritti! Si vede che sono proprio morta…
In realtà mi fisso le estremità per temporeggiare. Ogni tanto butto un occhio di lato e vedo che Dio non assomiglia per nulla a Buddha, ma è esattamente come me lo immaginavo. Alto… sì beh, non Altissimo, ma almeno un buon metro e ottanta. Sarà sulla sessantina, brizzolato, capelli e barba lunghi.
“Avessero fissato te  in questo modo, avresti già chiesto cosa cazzo c'è da guardare.”
Arrossisco. Merda! Sono appena morta e mi tocca già dare ragione a Dio!
“Scusa.”
“Ti perdono. Ancora.”
Eccolo lì il saccente! Lui fa quello che perdona! Che porge guance su guance, come se quello preso continuamente a cazzotti fosse Lui, mica io!
Finalmente avverto la Carogna che monta dentro e per la prima volta da che sono morta, mi sento me stessa.
Però non so da che parte cominciare.
“Vuoi che cominci io?” – Fa Lui.
"E piantala di leggermi dentro: non è educato!"
“Okay… dunque? Che volevi dirmi?”
“Cos’è, ‘Signor Eterno’, improvvisamente hai fretta?!”
“No, prego, fa pure con calma, ma intanto laggiù il tempo corre…”
Lancio uno sguardo sulla Terra. Vedo mio marito: si è già risposato. Meno male che non poteva vivere senza di me! Guardo meglio, e sta spingendo una sedia a rotelle: è sua figlia. Dieci anni ad usare pillola e preservativo insieme per non generare figli handicappati e lui finisce per sposare la prima bipede sana che passa e mettere al mondo comunque una progenie disabile! Ma mica è colpa sua… io lo so bene!
“Che Gran Figlio di…”
“Ehi ehi… a me dinne quante ne vuoi, ma non mi toccare la Madonna!”
“Tuuuuu! Tu sei… sei…” – Non so cosa sia Lui, ma io sono livida e non trovo un insulto abbastanza grande che riesca a uscire dalla gola strozzata.
“Eddai… da quando non apprezzi l’ironia?”
Sgrano gli occhi allibita. Inizio a urlarGli contro che non è divertente, non è assolutamente divert… e scoppio a ridere. Sì, un po’ devo ammettere che lo è, ma solo da quassù.
Ricade il silenzio.
“Senti D… no, non ce la faccio a chiamarti Dio… significherebbe ammettere troppe cose tutte insieme e non mi va’.”
“E come vorresti chiamarmi?”
“Ti può andar bene D?”
“Suppongo sia già un bel passo avanti rispetto al tuo solito ‘Quello là!’”
“Mica è colpa mia se laggiù non potevo fare chissà quanti ‘PASSI’ avanti!”
“Sì, sì… lo so… Sono ingiusto, stronzo, menefreghista, cattivo e se sei nata disabile è tutta colpa mia. Che poi tu abbia avuto una vita piena e felice, più di qualsiasi bipede, lì io non c’entro eh! Quello che va male è colpa mia, ciò che va bene merito vostro…”
“Sta a vedere che adesso la vittima sei tu…” – sbotto imbronciata.
Cala il silenzio. Ancora. 
Ho come l’impressione di aver sparato una cazzata e non so come uscirne.
“Comunque… sei proprio come ti immaginavo. Fisicamente dico.”
“Sono sempre come mi immaginate, ‘fisicamente’. Certo pensavo di averti creata più originale… Davvero?! Non sei riuscita a fare nulla di meglio che dipingermi come Michelangelo? Copiona…”
“Però indossi una maglietta con Einstein che fa la linguaccia! Quella mica c’era nella cappella Sistina!” – dico a mo’ di giustificazione.
“Non sei affatto brava ad improvvisare su due piedi.”
“Non ci sarò abituata…”
“Dobbiamo star qui a battibeccare in eterno o vuoi riferirmi quelle famose ‘quattro’ che continui a minacciare da che sei nata?”
“Non so da dove cominciare…”
“Ecco, facciamo che comincio io allora?”
“Uff…”
“Lo prendo per un sì. Ti racconto una storia…”

Tutto ebbe inizio quando creai Adamo ed Eva.

"Non ti sembra di prenderla un po' troppo alla lontana?"
"Zitta o giuro che quella lingua te la taglio, realizzando così le preghiere di molti laggiù!"
"In ritardo, come sempre..."
"Ehi!"
"Ok, ok... va avanti..."
 
Da subito mi feci prendere la mano dall’umanità. Era diventata una passione, spesso più nel senso di calvario che di hobby estremamente gradevole. Ci perdevo dietro secoli a crescere questa mia nuova creatura, come un buon padre: tante preoccupazioni, molti dolori, poche soddisfazioni... eppure non riesci mai ad abbandonare sti figli ingrati!
L’umanità era diventata un lavoro a tempo pieno e iniziai a trascurare i miei angeli. Inutile dire che erano incredibilmente invidiosi delle mie attenzioni così sprecate per una specie tanto ottusa. Gli angeli: le mie creature perfette, messe da parte per una variante della scimmia. E così, come sempre accade quando non ce la si può prendere col proprio Superiore, ecco che gli angeli iniziarono a litigare tra di loro, incolpandosi a vicenda per il mio disinteresse.
Fu la guerra e durò per millenni… ovvero giusto un attimo di distrazione per uno eterno come me. Quando me ne accorsi, c’era già stata un’ecatombe. Immagina una battaglia combattuta tra le pareti di un’immensa fabbrica di cuscini: una strage di piume e sangue.
Se pensi che fossi incazzato quando ho mandato il diluvio universale, avresti dovuto vedere la scenata che ho scatenato qui sopra, quando mi sono reso conto di quanto potessero cadere in basso delle creature cosi “alte”.
Ma poi, come al solito, mi pento sempre dei miei attacchi d’ira. Così, invece di sterminarli tutti come mi ero ripromesso, feci ciò che avrebbe fatto un Dante qualunque: applicai la legge del contrappasso. Li trasformai tutti in comuni mortali, spedendoli in blocco sulla Terra, non all’Inferno, anche se per loro non c’era differenza. Non feci distinzione tra le fazioni: per me non esistono il Male e il Bene, ma solo l’Amore o la sua assenza. E lì in mezzo, di Amore, non ce n’era rimasta neppure l’ombra.
Così ora tutti gli angeli sono sulla Terra, mescolati agli uomini comuni e dimentichi delle proprie origini. Beh… qualcuno, ogni tanto, si distingue in effetti. E a quel punto può tornare... ma finora nessuno ha scelto di farlo: pare che quando t’immergi nell’umanità, per quanto sia imperfetta, stupida e a volte crudele, non si riesca più a farne a meno…

“Ehi D, mi stai dicendo che tutti gli angeli stanno sulla Terra?”
“Prova a tendere le orecchie e non sentirai un solo batter d’ali.”
“Quindi te ne stai qui tutto solo?”
“Beh… io sto qui, ma anche laggiù… il vantaggio dell’onnipresenza.”
“E come si distingue un angelo da un umano?”
“La maggior parte delle volte, purtroppo, non si distingue. Ma ogni angelo può tornare ad essere se stesso quando avrà asciugato mille lacrime, accarezzato mille guance e tenuto la mano a mille persone in difficoltà.”
“Tutto questo è molto romantico… ma che c’entra con me?”
“Lo capirai tra ottocentotrentasei lacrime asciugate, seicentodieci carezze e quattrocentotre strette di mano…”
 
(...)
 
“Ehi… D…”
"Sì?"
“Mi stai prendendo per il culo?”
“Eh già…”

E, a questo punto, mi sono svegliata.

 

domenica 27 luglio 2014

Non c'è peggior cieco di chi non sa di esserlo

Ho incontrato persone incapaci di trattenere le lacrime, con le energie prosciugate dalla vita, che non sanno più combattere per nulla e si lasciano in un angolo, attendendo di morire.
Ne ho incontrate altre che non riescono più a ricordare come si piange, pronte a trasformare ogni tragedia in battuta di spirito, in eterna battaglia, ricolme di rabbia energetica, ma consapevoli sia di non poter vincere la guerra, sia di non riuscire ad arrendersi o concedersi una tregua, per quanto siano sfinite.

Conosco persone con l'anima colma di segreti tali da togliere il fiato, cui devi strappare parola dopo parola quel peso, affinché trovino il coraggio di fidarsi e condividere pensieri orribili.
Conosco altre persone che sono libri aperti, raccontano se stesse sin nel minimo, intimo, dettaglio, tenendosi dentro unicamente la consapevolezza che nessuna parola o frase ben costruita potrà comunque trovare vera comprensione negli altri.

Ho visto persone tenere la propria maschera ben stretta sulla faccia, temendo di andare in pezzi nel momento in cui avessero osato slacciarsela, mostrando il proprio vero volto.
Ne ho viste altre sfilarsi maschera dopo maschera, con naturalezza e senza timore, disperatamente pronte a strapparsi di dosso anche l'ultima - quella che si è annidata ormai sotto diversi strati di pelle, carne e sangue -, ma senza sapere più come fare.

Ci sono mali facili da riconoscere, non necessariamente da trattare, ma così evidenti che a tutti risulta chiara la necessità che occorra fare qualcosa.
E ce ne sono altri che nessuno sospetta e aggiungono al dolore comune a tutti gli uomini, una sconfinata landa di solitudine.

Chi vorrebbe cambiare e non sa come fare.
Chi non ha mai creduto che cambiare fosse semplicemente un'opzione.

Chi non ha la tempra.
Chi è stato forgiato nel fuoco e non riesce nemmeno a immaginare un mondo che non sia duro.

Chi non sa nuotare e urla e si dimena per chiede aiuto.
E il nuotatore provetto, che si lascia trascinare verso il fondo dalle gelide acque, senza emettere un suono.

Ogni forza nasconde un'indicibile debolezza.

E scrivo tutto ciò, affinché non commettiate i miei stessi errori e finiate col non vedere quante cose che vanno male si nascondono dietro quel “Tutto bene, grazie”.