venerdì 4 maggio 2012

Tutta colpa di mia madre

Se oggi sono ciò che sono, è in gran parte colpa dei miei genitori. Ci piaccia o meno, per imitazione o reazione, buona parte del nostro carattere dipende da chi ci alleva, e non solo per quello che ci dicono di fare, ma soprattutto per quello che fanno o facevano davvero loro stessi.


Mio padre era un mulo da soma, che non credo abbia mai preso un giorno di permesso dal lavoro in tutta la sua vita. A parte il lavoro dunque, e la passione per i localini rustici dove si mangia cibo procacciato alla vecchia maniera, da lui non potevo prendere altro che l’etica lavorativa. Sono una dei pochi disabili al mondo che lavora e usufruisce raramente dei permessi lavorativi retribuiti previsti dalla legge 104. Se sono in ferie, non riesco a sentirmi bene se non controllo la posta dell’ufficio almeno una volta al giorno.  
Essendo quindi la figura paterna perennemente impegnata al lavoro, gran parte del caratteraccio e dei discutibili comportamenti sociali, non potevano che derivare dal lato materno. Ora lei ovviamente nega e si è ammorbidita su diversi fronti negli anni. Adesso è lei quella “buona”, ma solo ed esclusivamente perché io e i miei fratelli siamo sufficientemente maturi e indipendenti per incazzarci da soli e spaccare il culo ai passeri, senza il suo aiuto.

Come farebbe qualsiasi mamma gatta, che insegna ai propri cuccioli a cacciare portandogli un topino tramortito, pure mamma Marisa incitava giorno dopo giorno i propri figli a difendersi da soli. Ovviamente non è che potesse portarci dei funzionari pubblici storditi, per insegnarci a far funzionare il sistema, ma non mancava mai di raccontare senza peli sulla lingua cosa diceva e faceva per ottenere quello che avrebbe dovuto essere giusto sin dal principio. Alle bambine normali si raccontano le favole sulle Principesse, a quelle disabili le verità scomode: non ci sarà nessun Principe azzurro che verrà in tuo soccorso, quindi rimboccati le maniche e cammina… o meglio, rotola. Probabilmente, nel raccontare le cose, mamma accentuava un po’ i toni e si dipingeva più feroce di quanto non fosse in realtà ma io, per non sbagliare, mi sono sempre ispirata fedelmente ai suoi resoconti. Anche perché lei è alta un metro e ottanta per novanta chili e fa paura solo a guardarla. Io da seduta incuto molto meno timore reverenziale, quindi devo abbaiare più forte, tipo Chihuahua.
Oltre alle mitologiche storie di madri che sfidano la società per il bene dei propri cuccioli, come molte altre madri, pure la mia dispensava e dispensa aforismi tipo maestro Joda, talvolta con le medesime idiosincrasie verbali. Talune frasi sono quelle tipiche di ogni madre e inizio a sospettare fortemente che, appena diventi puerpera, ti diano il manuale delle citazioni materne, da sciorinare alla bisogna. Altre invece sono tutte sue e create appositamente per una prole più o meno diversamente abile.

Il motto di casa mia, ogni volta che qualcuno si lamentava di essere stato spintonato, strattonato o pizzicato da un bambino normodotato era:
"Se non puoi difenderti con le mani, usa la lingua."

E ho imparato, oh se ho imparato a difendermi bene con la lingua! Ho imparato così bene, da mettere a dura prova le coronarie genitoriali durante tutta l’adolescenza e per buona parte della giovane età adulta. Credo che nessuna madre abbia desiderato maggiormente di rimangiarsi un proprio consiglio. Tant’è che, quando qualcuno chiedeva intercessione presso di lei affinché moderassi l’uso smodato delle mie abilità verbali, lei non poteva che rispondere: "Quella non sta zitta manco se l’ammazzi".
E questa cosa, che prima tanto la inorgogliva, con gli anni è diventata il suo cruccio. Alla mia tesi di laurea, per esempio quando, durante la discussione, risposi con troppa veemenza al correlatore, dal fondo della sala si udì chiaramente la sua voce sconsolata: "Mai zitta sta, mai!".

Comunque, col tempo, mia madre si rese sempre più drammaticamente conto di aver esagerato e, anziché difendere me, cercava di proteggere gli altri da me. E iniziò a incolparsi della cosa: "Dovevo farvi meno cervello e più gambe".
Ogni volta che avevo male da qualche parte, qualsiasi fosse l’origine del dolore, lei ci vedeva una buona occasione per dire: "La lingua non ti fa mai male però!"


E quando tornavo a casa lamentandomi dei soprusi, partiva ormai dal presupposto che fosse in qualche modo colpa mia:
"Mamma, ho mal di gola" - "Per forza! Vai in giro mezza nuda!"

"Un bambino mi ha dato uno spintone." - "E tu cosa gli hai fatto?"
E succede tutt’oggi: "Ieri sera abbiamo sentito tuo marito urlare fino a qui. Che cavolo hai detto a quel poverino?"

Mio marito ovviamente ci marcia e alimenta il mito della mia perfidia con dettagliati racconti di soprusi domestici. Ma se sta tanto male, perché non torna dai suoi? Provate a chiederglielo…
Anche lui ha le sue convinzioni esagerate sul mio conto. Quando gli espongo alcune preoccupazioni sul mio stato di salute e magari confesso di essere preoccupata di peggiorare fisicamente, lui mi rassicura: “Tesoro, credimi: con la lingua che ti ritrovi, tu non morirai di morte naturale.” Non ho ancora ben capito se è una minaccia o una promessa ma, nel caso di mia prematura dipartita, credo che lui non sarebbe l’unico sospetto, ahimè.

Tornando agli aforismi materni, un quantitativo esorbitante di motti era dedicato all’istruzione, perché a casa mia potevi pure non muovere un passo, ma ciò non ti autorizzava a portare a casa un’insufficienza e forse nemmeno la sufficienza scarsa:
"Ho capito: hai preso sette e mezzo. Ma perché non otto?"

"Ho preso otto in italiano" - "E in matematica?"
“Ho preso otto in matematica!” “Hai fatto solo il tuo dovere.”


E per quanto io e mio fratello studiassimo, per lei non studiavamo mai le cose giuste:
“Ma va, che la Psicologia son tutte cazzate.”

“Che roba è sta ‘comunicazione’? Perché non comunichi già fin troppo?”
E ovviamente la cosa giusta da studiare, per entrambi i figli disabili, è sempre stata la stessa:


"Dovevi fare l'avvocato."
Qualche tempo fa, dopo la seconda laurea di mio fratello, lui mi confessò di considerare una laurea in giurisprudenza. Dopo anni e anni di “Non ho capito perché non avete studiato da Avvocato”, l’ho minacciato di morte se avesse intrapreso gli studi in legge.

Mia sorella, bene o male, è sempre scampata alle ossessioni scolastiche materne: non che potesse permettersi di portare a casa un insufficienza, ma il fatto che deambulasse autonomamente compensava forse in parte la media del sei e mezzo. Credo che mamma sia interiormente convinta che non si possa studiare e camminare perfettamente allo stesso tempo.
Ma con gli anni, anche l’ossessione per lo studio divenne un problema:


“Con quello che mi fai spendere in libri! Non potevi drogarti come tutti gli altri?"
“Ma si può studiare tutte quelle ore? Almeno la testa pensavo ce l'avessi buona!"

Altra tematica cara alla genitrice è sempre stata quella di ciò che potevamo o non potevamo fare e ciò che avremmo dovuto farcene della curiosità degli ignoranti. Il tutto si riassume nelle seguenti perle di spietata saggezza:
"Se una cosa la vuoi fare, falla."

"Che sia facile o difficile, va fatto e basta."
“Se lo vuoi fare davvero, un modo si trova.”
"Io dico di no, poi chiedi a tuo padre" (Trad. it.: “Fai come vuoi”)
"Io non ti ci porto, ma tanto basta che dici 'papino' e quello ci casca come un peracottaro" (Trad. it.: “Ti ci porta papà”)
"Quando sarà il momento, ci penseremo n’é?" (Trad. it.: “Una soluzione salta sempre fuori.”)
“Ora di domani, posso pure essere morta.” (Trad. it.: “Non preoccuparti delle cose con troppo anticipo.”)
"Se ti guardano è perché sei bella."
"Se te la prendi perché una scema ti guarda, sei più scema di lei."
"Ma che te frega della gente!? Se vogliono guardare, che guardino."
Che dire poi dell’approccio terapeutico familiare? Il concetto cardine delle cure materne è sempre stato lo stesso: se si può curare, prendi il farmaco necessario, se non si può curare, lamentarsi non risolve nulla. Inutile dire che, se hai due figli che non camminano, le priorità sono chiare: le malattie fisiche passino, i disagi psicologici sono inaccettabili. A casa mia sono tutti incazzati, perché probabilmente non possono far vedere di essere depressi o ansiosi.
Immaginate con quanto entusiasmo mia madre ha accettato la mia specializzazione in psicologia.
Tuttora, quando mi chiede se posso parlare con qualche persona in crisi, specifica: “Non ha niente n’é: è tutto nella sua testa!”.
Diciamo che la mia laurea in psicologia è stata una strategia di sopravvivenza familiare: così lei si può occupare dei problemi “veri” e a me passa tutti quelli “immaginari”. Del resto il suo cavallo di battaglia è sempre stato: "E adesso perché stai piangendo? Piangere non ha mai risolto un cazzo!".
Ovvio che poi faceva il possibile e pure l’impossibile per rimuovere qualsiasi cosa causasse le nostre sofferenze emotive e, proprio per questo, ho sempre pensato che facesse benissimo a non trattarci coi guanti di velluto. Non ho mai conosciuto nessuno che sia stato bene quando qualcuno piangeva assieme a lui. Le persone non hanno bisogno di compassione ma di comprensione, e nessuno meglio di mia madre ci ha mai capiti meglio.
Lei sicuramente piangeva quanto e forse più di noi: da lei abbiamo imparato che è meglio piangere in privato, per non far star male chi ti vuole bene. E poi, la grande verità che pochi confessano è che, se ti atteggi da forte, ti senti più forte, se piangi, ti senti una merda. E lo sapeva bene la mamma di Forrest Gump, che come tutte le mamme del mondo dispensava aforismi al figlio: “Stupido è chi lo stupido fa”.
Quindi niente “bambagia” per la nostra stirpe.

Anche per quanto concerne i disturbi fisici, non è che tutti dessero diritto all’intervento farmacologico.
"Non si prendono medicinali per il ciclo: ringrazia che ce l'hai."

“E’ solo un po’ di malavoglia: va al lavoro che ti passa.”
"Ho capito: ti fa male. Posso farci qualcosa? No. E allora è inutile che senti male."
"Chissà perché, quando devi uscire stai sempre bene."
"La sera leoni, il mattino coglioni!"
Infine ci sono sempre stati i principi cosmici di Mamma Marisa: imperativi categorici inviolabili, ripetuti tante volte che noi stessi ce li ripetiamo fra noi e li dispensiamo agli altri.


“In questa casa, né logie (dal dialetto veneto: donna di facili costumi) ne vagabondi”
"Qui non c'è niente di mio e di tuo. Qui, è tutto mio!" – che pronunciato da me o uno dei familiari acquisiti diventa: "Qui non c'è niente di mio e di tuo. Qui è tutto di tua madre!"
"Questo c'è da mangiare."
"Se non mangia non ha fame."
"Meglio in anticipo che in ritardo."
"Se piace a te..." (Trad. it.: “Non mi piace.”)

Vi chiederete come sia stato possibile sviluppare tanta sicurezza e autostima, nonché l’apparentemente assurda convinzione che nostra madre non solo ci amasse, ma fosse anche profondamente orgogliosa di noi. Ecco, un po’ dipende dal fatto che, quando ci sgrida per la nostra lingua lunga, le si disegna quel mezzo sorriso compiaciuto, che non riesce proprio a reprimere. Inoltre è sua abitudine parlare di noi con gli estranei come se non fossimo presenti:
“Eh no, non camminano, ah ma hanno una testa…”

“Mia figlia per fortuna ha una bella testa anzi, a dire il vero, io così ne ho due.”
“Tanto i miei san difendersi da soli.”
“Eh va beh… uno fa quel che può con i figli. Per fortuna coi miei, sono stata fortunata.” – E qui tutti la guardano come se si fosse bevuta il cervello.
“Sì, i due che non camminano sono laureati e lavorano a Milano. L’altra non ha voluto andare avanti con gli studi, ma è proprio una brava ragazzina, che lavora sodo.”
“Sì, la grande è sposata e quella piccola ha il fidanzato. No, han trovato due bravi ragazzi… non delle cime come loro, ma col carattere che si ritrovano, ci vogliono quelli pazienti.”
"Mia figlia è laureata, lavora a Milano, sposata... La tua? E beh, anche ad averli sani, poi non è detto..."  

Ecco: questo quanto dispensato quotidianamente da mia madre ai propri figli. E credo ritenga pure di dover essere adeguatamente rimborsata per tutta questa saggezza, perché almeno una volta l’anno ci dice: “Non vedo l’ora di andare in una casa di riposo. Mica una di quelle per poveracci: una di quelle costose, dove ti fanno tutto. A vostre spese.”
 Il famigerato "Toast Skagen"