Se oggi sono ciò che sono, è in
gran parte colpa dei miei genitori. Ci piaccia o meno, per imitazione o reazione,
buona parte del nostro carattere dipende da chi ci alleva, e non solo per
quello che ci dicono di fare, ma soprattutto per quello che fanno o facevano davvero loro stessi.
Mio padre era un mulo da soma, che
non credo abbia mai preso un giorno di permesso dal lavoro in tutta la sua
vita. A parte il lavoro dunque, e la passione per i localini rustici dove si
mangia cibo procacciato alla vecchia maniera, da lui non potevo prendere altro
che l’etica lavorativa. Sono una dei pochi disabili al mondo che lavora e usufruisce
raramente dei permessi lavorativi retribuiti previsti dalla legge 104. Se sono
in ferie, non riesco a sentirmi bene se non controllo la posta dell’ufficio
almeno una volta al giorno.
Essendo quindi la figura paterna perennemente
impegnata al lavoro, gran parte del caratteraccio e dei discutibili comportamenti sociali, non potevano che derivare dal lato materno. Ora lei
ovviamente nega e si è ammorbidita su diversi fronti negli anni. Adesso è lei
quella “buona”, ma solo ed esclusivamente perché io e i miei fratelli siamo
sufficientemente maturi e indipendenti per incazzarci da soli e spaccare il
culo ai passeri, senza il suo aiuto.
Come farebbe qualsiasi mamma
gatta, che insegna ai propri cuccioli a cacciare portandogli un topino
tramortito, pure mamma Marisa incitava giorno dopo giorno i propri figli a
difendersi da soli. Ovviamente
non è che potesse portarci dei funzionari pubblici storditi, per insegnarci a
far funzionare il sistema, ma non mancava mai di raccontare senza peli sulla
lingua cosa diceva e faceva per ottenere quello che avrebbe dovuto essere
giusto sin dal principio. Alle bambine normali si raccontano le favole sulle
Principesse, a quelle disabili le verità scomode: non ci sarà nessun Principe azzurro
che verrà in tuo soccorso, quindi rimboccati le maniche e cammina… o meglio,
rotola. Probabilmente, nel raccontare le cose, mamma accentuava un po’ i toni e
si dipingeva più feroce di quanto non fosse in realtà ma io, per non sbagliare,
mi sono sempre ispirata fedelmente ai suoi resoconti. Anche perché lei è alta
un metro e ottanta per novanta chili e fa paura solo a guardarla. Io da seduta
incuto molto meno timore reverenziale, quindi devo abbaiare più forte, tipo Chihuahua.
Oltre alle mitologiche storie di
madri che sfidano la società per il bene dei propri cuccioli, come molte altre
madri, pure la mia dispensava e dispensa aforismi tipo maestro Joda,
talvolta con le medesime idiosincrasie verbali. Talune frasi sono quelle
tipiche di ogni madre e inizio a sospettare fortemente che, appena diventi
puerpera, ti diano il manuale delle citazioni materne, da sciorinare alla
bisogna. Altre invece sono tutte sue e create appositamente per una prole più o meno diversamente abile.
Il motto di casa mia, ogni volta
che qualcuno si lamentava di essere stato spintonato, strattonato o pizzicato
da un bambino normodotato era:
"Se non puoi difenderti con le mani, usa la lingua."
"Se non puoi difenderti con le mani, usa la lingua."
E ho imparato, oh se ho imparato
a difendermi bene con la lingua! Ho imparato così bene, da mettere a dura prova
le coronarie genitoriali durante tutta l’adolescenza e per buona parte della
giovane età adulta. Credo che nessuna madre abbia desiderato maggiormente di
rimangiarsi un proprio consiglio. Tant’è che, quando qualcuno chiedeva
intercessione presso di lei affinché moderassi l’uso smodato delle mie abilità
verbali, lei non poteva che rispondere: "Quella
non sta zitta manco se l’ammazzi".
E questa cosa, che prima tanto
la inorgogliva, con gli anni è diventata il suo cruccio. Alla mia tesi di
laurea, per esempio quando, durante la discussione, risposi con troppa veemenza
al correlatore, dal fondo della sala si udì chiaramente la sua voce sconsolata:
"Mai zitta sta, mai!".
Comunque, col tempo, mia madre si
rese sempre più drammaticamente conto di aver esagerato e, anziché difendere
me, cercava di proteggere gli altri da me. E iniziò a incolparsi della cosa: "Dovevo farvi meno cervello e più
gambe".
Ogni volta che avevo male da
qualche parte, qualsiasi fosse l’origine del dolore, lei ci vedeva una buona
occasione per dire: "La lingua non
ti fa mai male però!"
E quando tornavo a casa
lamentandomi dei soprusi, partiva ormai dal presupposto che fosse in qualche
modo colpa mia:
"Mamma, ho mal di gola" - "Per forza! Vai in giro mezza
nuda!"
"Un bambino mi ha dato uno spintone." - "E tu cosa gli
hai fatto?"
E succede tutt’oggi: "Ieri sera abbiamo sentito tuo marito
urlare fino a qui. Che cavolo hai detto a quel poverino?"
Mio marito ovviamente ci marcia e
alimenta il mito della mia perfidia con dettagliati racconti di soprusi
domestici. Ma se sta tanto male, perché non torna dai suoi? Provate a
chiederglielo…
Anche lui ha le sue convinzioni esagerate sul mio conto. Quando gli espongo alcune preoccupazioni sul mio stato di salute e magari confesso di essere preoccupata di peggiorare fisicamente, lui mi rassicura: “Tesoro, credimi: con la lingua che ti ritrovi, tu non morirai di morte naturale.” Non ho ancora ben capito se è una minaccia o una promessa ma, nel caso di mia prematura dipartita, credo che lui non sarebbe l’unico sospetto, ahimè.
Anche lui ha le sue convinzioni esagerate sul mio conto. Quando gli espongo alcune preoccupazioni sul mio stato di salute e magari confesso di essere preoccupata di peggiorare fisicamente, lui mi rassicura: “Tesoro, credimi: con la lingua che ti ritrovi, tu non morirai di morte naturale.” Non ho ancora ben capito se è una minaccia o una promessa ma, nel caso di mia prematura dipartita, credo che lui non sarebbe l’unico sospetto, ahimè.
Tornando agli aforismi materni,
un quantitativo esorbitante di motti era dedicato all’istruzione, perché a casa
mia potevi pure non muovere un passo, ma ciò non ti autorizzava a portare a
casa un’insufficienza e forse nemmeno la sufficienza scarsa:
"Ho capito: hai preso sette e mezzo. Ma perché non otto?""Ho preso otto in italiano" - "E in matematica?"
“Ho preso otto in matematica!” “Hai fatto solo il tuo dovere.”
E per quanto io e mio fratello studiassimo, per lei non
studiavamo mai le cose giuste:
“Ma va, che la
Psicologia son tutte cazzate.”
“Che roba è sta ‘comunicazione’?
Perché non comunichi già fin troppo?”
E ovviamente la cosa giusta da studiare, per entrambi i
figli disabili, è sempre stata la stessa:
"Dovevi fare
l'avvocato."
Qualche tempo fa, dopo la seconda
laurea di mio fratello, lui mi confessò di considerare una laurea in giurisprudenza.
Dopo anni e anni di “Non ho capito perché
non avete studiato da Avvocato”, l’ho minacciato di morte se
avesse intrapreso gli studi in legge.
Mia sorella, bene o male, è
sempre scampata alle ossessioni scolastiche materne: non che potesse
permettersi di portare a casa un insufficienza, ma il fatto che deambulasse
autonomamente compensava forse in parte la media del sei e mezzo. Credo che
mamma sia interiormente convinta che non si possa studiare e camminare
perfettamente allo stesso tempo.
Ma con gli anni, anche l’ossessione
per lo studio divenne un problema:
“Con quello che mi fai spendere in libri! Non potevi drogarti come
tutti gli altri?"
“Ma si può studiare tutte quelle ore? Almeno la testa pensavo ce l'avessi buona!"
“Ma si può studiare tutte quelle ore? Almeno la testa pensavo ce l'avessi buona!"
Altra tematica cara alla
genitrice è sempre stata quella di ciò che potevamo o non potevamo fare e ciò
che avremmo dovuto farcene della curiosità degli ignoranti. Il tutto si
riassume nelle seguenti perle di spietata saggezza:
"Se una cosa la vuoi fare, falla."
"Che sia facile o difficile, va fatto e basta."
“Se lo vuoi fare davvero, un modo si trova.”
"Io dico di no, poi chiedi a tuo padre" (Trad. it.: “Fai come vuoi”)
"Io non ti ci porto, ma tanto basta che dici 'papino' e quello ci casca come un peracottaro" (Trad. it.: “Ti ci porta papà”)
"Quando sarà il momento, ci penseremo n’é?" (Trad. it.: “Una soluzione salta sempre fuori.”)
“Ora di domani, posso pure essere morta.” (Trad. it.: “Non preoccuparti delle cose con troppo anticipo.”)
"Se ti guardano è perché sei bella."
"Se te la prendi perché una scema ti guarda, sei più scema di lei."
"Ma che te frega della gente!? Se vogliono guardare, che guardino."
“Se lo vuoi fare davvero, un modo si trova.”
"Io dico di no, poi chiedi a tuo padre" (Trad. it.: “Fai come vuoi”)
"Io non ti ci porto, ma tanto basta che dici 'papino' e quello ci casca come un peracottaro" (Trad. it.: “Ti ci porta papà”)
"Quando sarà il momento, ci penseremo n’é?" (Trad. it.: “Una soluzione salta sempre fuori.”)
“Ora di domani, posso pure essere morta.” (Trad. it.: “Non preoccuparti delle cose con troppo anticipo.”)
"Se ti guardano è perché sei bella."
"Se te la prendi perché una scema ti guarda, sei più scema di lei."
"Ma che te frega della gente!? Se vogliono guardare, che guardino."
Che dire poi dell’approccio
terapeutico familiare? Il concetto cardine delle cure materne è sempre stato lo
stesso: se si può curare, prendi il farmaco necessario, se non si può curare,
lamentarsi non risolve nulla. Inutile dire che, se hai due figli che non
camminano, le priorità sono chiare: le malattie fisiche passino, i disagi
psicologici sono inaccettabili. A casa mia sono tutti incazzati, perché probabilmente
non possono far vedere di essere depressi o ansiosi.
Immaginate con quanto
entusiasmo mia madre ha accettato la mia specializzazione in psicologia.
Tuttora, quando mi chiede se posso parlare con qualche persona in crisi,
specifica: “Non ha niente n’é: è tutto
nella sua testa!”.
Diciamo che la mia laurea in psicologia è stata una
strategia di sopravvivenza familiare: così lei si può occupare dei problemi “veri”
e a me passa tutti quelli “immaginari”. Del resto il suo cavallo di battaglia è
sempre stato: "E adesso perché stai
piangendo? Piangere non ha mai risolto un cazzo!".
Ovvio che poi
faceva il possibile e pure l’impossibile per rimuovere qualsiasi cosa causasse
le nostre sofferenze emotive e, proprio per questo, ho sempre pensato che
facesse benissimo a non trattarci coi guanti di velluto. Non ho
mai conosciuto nessuno che sia stato bene quando qualcuno piangeva assieme a
lui. Le persone non hanno bisogno di compassione ma di comprensione, e nessuno
meglio di mia madre ci ha mai capiti meglio.
Lei sicuramente piangeva quanto e
forse più di noi: da lei abbiamo imparato che è meglio piangere in privato, per
non far star male chi ti vuole bene. E poi, la grande verità che pochi confessano
è che, se ti atteggi da forte, ti senti più forte, se piangi, ti senti una
merda. E lo sapeva bene la mamma di Forrest Gump, che come tutte le mamme del
mondo dispensava aforismi al figlio: “Stupido
è chi lo stupido fa”.
Quindi niente “bambagia” per la nostra
stirpe.
Anche per quanto concerne i disturbi fisici, non è che tutti dessero diritto all’intervento farmacologico.
"Non si prendono medicinali per il ciclo: ringrazia che ce l'hai."Anche per quanto concerne i disturbi fisici, non è che tutti dessero diritto all’intervento farmacologico.
“E’ solo un po’ di malavoglia: va al lavoro che ti passa.”
"Ho capito: ti fa male. Posso farci qualcosa? No. E allora è inutile che senti male."
"Chissà perché, quando devi uscire stai sempre bene."
"La sera leoni, il mattino coglioni!"
Infine ci sono sempre stati i principi cosmici di Mamma
Marisa: imperativi categorici inviolabili, ripetuti tante volte che noi stessi
ce li ripetiamo fra noi e li dispensiamo agli altri."Ho capito: ti fa male. Posso farci qualcosa? No. E allora è inutile che senti male."
"Chissà perché, quando devi uscire stai sempre bene."
"La sera leoni, il mattino coglioni!"
“In questa casa, né logie
(dal dialetto veneto: donna di facili costumi) ne vagabondi”
"Qui non c'è niente di mio e di tuo. Qui, è tutto mio!" – che pronunciato da me o uno dei familiari acquisiti diventa: "Qui non c'è niente di mio e di tuo. Qui è tutto di tua madre!"
"Questo c'è da mangiare."
"Se non mangia non ha fame."
"Meglio in anticipo che in ritardo."
"Se piace a te..." (Trad. it.: “Non mi piace.”)
"Qui non c'è niente di mio e di tuo. Qui, è tutto mio!" – che pronunciato da me o uno dei familiari acquisiti diventa: "Qui non c'è niente di mio e di tuo. Qui è tutto di tua madre!"
"Questo c'è da mangiare."
"Se non mangia non ha fame."
"Meglio in anticipo che in ritardo."
"Se piace a te..." (Trad. it.: “Non mi piace.”)
Vi chiederete come sia stato
possibile sviluppare tanta sicurezza e autostima, nonché l’apparentemente assurda
convinzione che nostra madre non solo ci amasse, ma fosse anche profondamente
orgogliosa di noi. Ecco,
un po’ dipende dal fatto che, quando ci sgrida per la nostra lingua lunga, le
si disegna quel mezzo sorriso compiaciuto, che non riesce proprio a reprimere. Inoltre
è sua abitudine parlare di noi con gli estranei come se non fossimo presenti:
“Eh no, non camminano,
ah ma hanno una testa…”
“Mia figlia per
fortuna ha una bella testa anzi, a dire il vero, io così ne ho due.”
“Tanto i miei san difendersi da soli.”
“Eh va beh… uno fa quel che può con i figli. Per fortuna coi miei, sono stata fortunata.” – E qui tutti la guardano come se si fosse bevuta il cervello.
“Sì, i due che non camminano sono laureati e lavorano a Milano. L’altra non ha voluto andare avanti con gli studi, ma è proprio una brava ragazzina, che lavora sodo.”
“Sì, la grande è sposata e quella piccola ha il fidanzato. No, han trovato due bravi ragazzi… non delle cime come loro, ma col carattere che si ritrovano, ci vogliono quelli pazienti.”
"Mia figlia è laureata, lavora a Milano, sposata... La tua? E beh, anche ad averli sani, poi non è detto..."
“Tanto i miei san difendersi da soli.”
“Eh va beh… uno fa quel che può con i figli. Per fortuna coi miei, sono stata fortunata.” – E qui tutti la guardano come se si fosse bevuta il cervello.
“Sì, i due che non camminano sono laureati e lavorano a Milano. L’altra non ha voluto andare avanti con gli studi, ma è proprio una brava ragazzina, che lavora sodo.”
“Sì, la grande è sposata e quella piccola ha il fidanzato. No, han trovato due bravi ragazzi… non delle cime come loro, ma col carattere che si ritrovano, ci vogliono quelli pazienti.”
"Mia figlia è laureata, lavora a Milano, sposata... La tua? E beh, anche ad averli sani, poi non è detto..."
Ecco: questo quanto dispensato quotidianamente da mia madre
ai propri figli. E credo ritenga pure di dover essere adeguatamente rimborsata
per tutta questa saggezza, perché almeno una volta l’anno ci dice: “Non vedo l’ora di andare in una casa di
riposo. Mica una di quelle per poveracci: una di quelle costose, dove ti fanno
tutto. A vostre spese.”
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Il famigerato "Toast Skagen" |
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
RispondiEliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaIl carattere che abbiamo ereditato crea talvolta problemi a tutta la family. Vedendo però come stanno gli altri, so che un carattere forte risolve molti più problemi di quanti non ne crei. Certo è che la lingua lunga va usata con saggezza: non si può rispondere indiscriminatamente a muso duro a tutti. Con alcuni serve il miele, con altri la voce grossa e con certi nemmeno due dita nel culo risolverebbero il problema, quindi è inutile sprecare parole. Per avere sempre ragione, devi scegliere quando e come far valere le tue idee. Perché? "Perché sì! E smettila di rispondere!" ;)
RispondiEliminaEhilà Engi... una ottima lettura per iniziare la giornata. :)
RispondiEliminaEra anche ora che iniziassi a tenere un blog.
Hai intenzione di continuare? :P
Finché non mi annoio ;)
EliminaPremetto di non avere elementi tecnici per fare analisi precise come fai tu, sono molto meno brillante, ma pure io educato in maniera analaga , mi sono trovato in possesso di un caratterino scomodino.Chi ha carattere ha sicuramente un brutto carattere ( non ricordo di chi è questa frase ) credo che sia reale nella nostra cultura ( CULTURA ? ) difficile altresi trovare gli equilibri per dispensare in giusta dose tale esternazione di personalita' verso gli altri con ci usare la spada con chi il fioretto, la mia totale incapacita' di gestirla non mi ha proiettato in cariere o cariche ,anzi il contrario, ma sono vivo e mi posso specchiare al mattino contare le rughe e sapere di essere veramente io !!
RispondiEliminaBellissimo racconto e ancor più, anche se forse non ne sei troppo convinta, bellissima mamma Marisa. La tua autositima e il tuo coraggio sono tutti li. in quel comportamento materno. Io che ho avuto una madre che mi ha insegnato solo ad aver paura di ogni cosa non posso certo ringraziare li per quello che sono diventata. La mia autostima l'ho trovata in me stessa a suon di esperienze contrarie ai suoi insegnamenti, con fatica e grande sofferenza, Ti assicuro che le mie gambe sono servite a ben poco durante questo "cammino". Brava, sei una ragazza speciale!
RispondiEliminaBrava, che bel racconto, la tua è stata una grande Mamma.
RispondiEliminaPer la mia. invece, calza benissimo quello che diceva Totò:
" i parenti sono com le scarpe, più sono stretti e più ti fanno male!"