venerdì 14 aprile 2017

L'ansia spiegata da uno bravo (e modesto)

A grande richiesta dei miei studenti, condividerò con voi la spiegazione scientifica dell'ansia, altrimenti nota come "mi prende questa cosa al petto senza motivo e per favore me la faccia andare via subito".
Mode Piero Angela ON 
 
(Per i miei studenti, dicesi "Piero Angela" la versione demo di quello che voi oggi chiamate Alberto Angela)



La diapositiva n. 1 rappresenta noi mentre trullalleggiamo spensieratamente nel bosco, ignari dei pericoli della vita e annusando margheritine, che notoriamente non profumano, ma meglio cazzeggiare che aprire un libro di testo.

La diapositiva n. 2 siamo sempre noi, che trullalleggiando ad minchiam abbiamo messo il piede su un serpente. 





La diapositiva n. 3 è la nostra amigdala in un selfie di profilo, proprio quel grilletto rosso al centro del nostro presunto cervello che quando vede un serpente non capisce più un cazzo e spara prima di chiedergli se è velenoso o meno. Esattamente come farebbe il Capitano Kirk davanti a un vascello Klingon, ma se siete miei studenti voi questa cosa non la potete capire che siete dei giovani pivelli. Quindi dicevo... tiene il grilletto facile e spara tutto quello che ha: stimola il rilascio di adrenalina, dopamina, noradrenalina, mobilita i centri del movimento, attiva il sistema cardiovascolare, i muscoli e l'intestino. Tutte cose che servono a farci combattere o fuggire, tranne la faccenda dell'intestino, che serve essenzialmente a farci cagare addosso.

La diapositiva n. 4 rappresenta lo stesso bosco, ma il giorno dopo. In sostanza, dopo essercela data a gambe il giorno prima, ora sappiamo per certo che nel bosco c'era un serpente. Magari era una biscia, ma quando attacca l'amigdala uno mica si ferma a chiedere le generalità all'essere strisciante. Se c'era un serpente significa che potrebbero essercene altri. E magari mica ci stanno solo i serpenti, ma pure i lupi o gli orsi, se non coccodrilli o peggio tigri e leoni o Salvini (lì per dire alle bestie esotiche immaginarie di andare a spaventare la gente a casa loro, senza rubare il lavoro agli animali autoctoni). Il fatto che per vedere tutte ste bestie letali nello stesso ambiente dobbiamo andare allo zoo è un pensiero che non ci sfiora nemmeno. E qui sta l'inghippo, perché a questo punto il serpente non ce lo abbiamo davanti fisicamente, sta nella nostra testa e precisamente nella parte del cervello capace di immaginare il futuro, per intenderci quella che ha studiato e dovrebbe conoscere la statistica. Ah già... invece di aprire il libro stavamo annusando margheritine...


La diapositiva n. 5 siamo sempre noi, quando davanti all'ansia, che altro non è che la capacità di immaginare il peggior futuro possibile, decidiamo di evitare ciò che ci spaventa. Ovvero all'inizio è il bosco. Poi cominciamo a chiederci se pure lungo la strada per il bosco possano esserci cose pericolose, tipo serpenti, vedove nere, uomini anziani col cappello che guidano... Così, da quei geni che pensiamo di essere, invece di tornare nel bosco stando solo un po' più attenti, ci chiudiamo nel posto che al momento sembra più sicuro, rendendoci conto troppo tardi che non riusciamo più ad uscirne.


Rimedio? Farsi accompagnare per boschi da qualcuno che sa cosa sono i serpenti, ne ha paura quanto noi, ma alla fine ha deciso di affrontarli mostrando così di essere un gran figo. Macché "uno psicologo"! Dico Indiana Jones! E se ce l'ha fatta lui...

mercoledì 25 gennaio 2017

LA NOSTRA SOLITA STORIA

1) Faccio notare che una regola discrimina i disabili e propongo una soluzione.

 2) Dici che ti spiace tanto, che tu ai disabili vuoi bene, e pure tua nonna (pace all'anima sua) stava in carrozzina... ma non puoi fare nulla.

 3) Inizio ad accennare la questione sui social, stando sul vago, ma sapendo che tu sai di che sto parlando e costatando che dei perfetti sconosciuti ti danno dello stronzo, così, sulla fiducia... Sì, ho la bacheca pubblica: non sono scema e tu non sei furbo come pensi.

 4) Ripeti ai tuoi che la cosa si sgonfierà, che le persone si stufano subito dei problemi dei disabili.


 5) Ti mando un ultimatum, avvertendoti che il giorno X, nell'imminenza di una Festa religiosa, tirerò fuori dal mio arsenale un disabile con gli occhi così grandi e tondi, le ciglia così lunghe e folte, che se in un bosco vedessero lui e Bamby, sparerebbero al cerbiatto mica che aggredisca il cucciolo a rotelle. 


 6) Mi ricordi che con le minacce non si ottiene nulla, ma proprio perché sei di buona volontà, proverai a parlare coi piani più alti ancora. Quelli magnifici e senza ascensore per capirci.


 7) Scompari dal globo terraqueo. Non sei reperibile via mail, via telefono, fax, piccione... manco tua madre sembra sapere dove sei.


 8) Ti mando una mail confermando l'intervista del giorno X: i giornali ci sono, la Pasqua è vicina e la croce dei disabili è così pesante: lo so io, lo sai tu e dalla nostra parte ci sta pure il buon Gesù. Sì, pure se sono miscredente.


 9) Alla mezzanotte del giorno X mi dici di fermare tutto, che proprio ieri forse, anzi no sicuramente, una soluzione è stata miracolosamente trovata.


 10) Incontro i giornali con Bamby e ringraziamo pubblicamente te e gli uomini di buona volontà, che i problemi li risolvono.


Ora... personalmente propongo per una volta di saltare dal punto 1 al 10 e in mezzo fare qualcosa di più divertente, che non sei nemmeno tanto brutto e hai il fascino del male.
Se invece non riesci a rinunciare alla sensazione del gatto attaccato ai maroni, io la manicure l'ho fatta.


 

lunedì 29 agosto 2016

Non avrò altro Dio all'infuori di Svitol

Ora ti racconto il mio pomeriggio... e un post lughino, ma se stai pensando di leggerlo, probabilmente anche tu non stai avendo una giornata molto più eccitante della mia: solidarietà sorella/fratello!

Dopo almeno un mese dal guasto, decido improvvisamente che non posso più sopportare di convivere con una tastiera a cui non funziona il tanto "canc". Perché le donne sono così: sopportano inspiegabilmente per giorni, mesi, anni e altrettanto inspiegabilmente e senza preavviso decidono di finirla. Così smonto il tasto, me lo guardo attentamente e ci soffio dentro... Esattamente quello che fa ATM ogni volta che si rompe un montascale credo. Il fatto che poi il montascale non riparta, non mi ha incentivato a scartare a priori il tentativo solo perché gli esseri umani sono fondamentalmente creature stupidamente imitative. Del resto l'esperienza insegna a riconoscere un fallimento non appena lo si ripete. 

 
Sfortunatamente, al contrario di ATM, io non solo credo di poter migliorare, ma sono anche inverosimilmente convinta che, se mi impegno, posso imparare a fare qualsiasi cosa, forse anche camminare... se solo ne avessi voglia. Così, come sempre, ho chiesto consiglio su Facebook e Donato Greco me ne ha dato uno buono, che non comportasse uscire di casa. Il consiglio era di rimappare la tastiera. Mi sono detta che il mio vocabolario interno dei sinonimi e contrari era abbastanza vasto da permettermi di vivere senza il tasto "ù" e ho cercato online appunto un software per rimappare la tastiera e mettere il "canc" al posto di "ù", rinunciando così per sempre a scrivere "più", "giù", "orsù", "pupù" e chissà quante altre parole che finiscono in "ù" e che improvvisamente avrei sentito il bisogno di condividere in forma scritta. Poi mi sono detta che in fondo la vita è un apostrofo rosa e che se tanti ce lo infilano erroneamente tra le parole "qual" e "è", probabilmente non molti si sarebbero accorti del mio più', se proprio proprio non me la fossi sentita di sostituirlo con un "in misura maggiore"... cosa che su Twitter può dolorosamente accadere.

Tornando al software di rimappatura, dopo aver letto con attenzione le istruzioni per una buona mezz'ora, ho preso lo Svitol e l'ho spruzzato nel tasto rotto.

Perché?

La risposta breve è che ho compreso le istruzioni dello Svitol, ma non quelle del software di rimappatura.
Quella lunga, è che dieci giorni fa, a causa della pioggia di rovescio, il campanello di casa ha iniziato a suonare e non la smetteva. Come sempre, ho chiesto aiuto a dei perfetti sconosciuti su Twitter e uno di loro mi ha consigliato di spruzzarci dello Svitol per togliere l'umidità. Pur nella mia ignoranza, il ragionamento sembrava logico, così ho seguito il suggerimento e ha funzionato. Oggi, ben sapendo che nessun liquido è stranamente mai penetrato nella tastiera (di casa), ci ho comunque spruzzato lo Svitol perché, come tutti gli esseri umani, amo l'euristica della disponibilità: l'ultima volta che avevo usato lo Svitol ha funzionato, così uso lo Svitol. Esattamente la stessa logica per cui molti miei amici si ostinano a pregare, quindi non giudicatemi.

Ad ogni modo, contro qualsiasi ragione scientifica, ora la tastiera funziona. Non saprei dire se sia per merito dello Svitol o se lo Svitol sia solo una variabile indipendente casualmente verificatasi in concomitanza con un'altra variabile occulta interveniente che potrebbe pure essere Dio... ma l'odore di Svitol mi fa propendere per la prima ipotesi.

So che sembra una storia noiosa e priva di grande senso morale, pertanto, dubitando come sempre delle tue abilità d'interpretazione, ti fornirò io di seguito i principali (ma non sono solo questi) insegnamenti di questo racconto:

1) I problemi non si risolvono da soli: bisogna farsi aiutare e poi tentare a cazzo qualcosa finché, per puro culo, non funziona.

2) Pur di correggere i nostri errori, saremmo disposti a sacrificare cose importanti come virtù, tiramisù, ragù... e senza poter poi maledire Gesù o Belzebù.


3) Spesso la gente ci dice di fare solo ciò che sappiamo fare, ma la verità è che gli esperti partiranno sempre dalla soluzione più complessa solo perché le altre sono noiose... Considerazione che in questo preciso momento mi fa sorgere dubbi amletici sulla mia professione di psicologa.

4) Se Dio non corre in tuo aiuto, prova con lo Svitol.

5) Se sei arrivato a leggere fino qui, ho una confessione da farti: non intendevo dire nulla di veramente profondo con questa storia... sto solo provando la tastiera dopo la riparazione.

giovedì 14 luglio 2016

Ora ti insegno a camminare

So che può sembrare strano detto da una che non ha mai imparato manco a reggersi in piedi, ma nessun bipede sa camminare in modo razionale. Giuro: deambulate tutti, indistintamente, in modo illogico. E io lo so bene, perché trascorro le giornate facendo slalom tra la folla con la mia B600, cercando di intuire i tuoi spostamenti per evitare (il più delle volte) di investirti. Il momento peggiore è quando scendo dal treno, incastrata in questa mandria di creature senza alcun istinto di conservazione, che io cerco sinceramente di non calpestare. Un minimo di collaborazione alla salvaguardia della tua specie bipede mica guasterebbe.

Così oggi ho deciso di insegnarti come camminare in modo decente.
Ecco le regole di base:
1)     Come insegna la geometria piana, la via più semplice per andare da un punto A ad un punto B è una linea retta, soprattutto se la strada che stai percorrendo è effettivamente diritta. E allora perché Diavolo ti sposti lungo una traiettoria sinusoidale?! Ti si è forse spanato il sistema di navigazione interno o mentre cammini segui le scie chimiche che hai nel cervello? Il test dell’alce fallo solo se a terra ci sono dei coni colorati.
2)    Non dico di mantenere una distanza di sicurezza come faresti con la tua macchina… ma che sto dicendo: manco in auto tieni le distanze di sicurezza! Comunque, ricorda che gli esseri viventi hanno uno spazio vitale che non dovrebbe mai essere violato da estranei. Ovviamente, i mezzi di trasporto pubblico rendono impossibile mantenere le corrette distanze sociali, tuttavia, pure tu ci metti del tuo, soprattutto quando sali su un vagone stipato con uno zaino militare in spalla e ti giri come una trottola sul tuo asse. Vedi di incrementare la tua autoconsapevolezza corporea e, se sai di essere goffo, non metterti in situazioni che non sai gestire. Impara la consapevolezza dei tuoi limiti da noi disabili o farai la figura del cieco al poligono di tiro (n.d.r.: senza le cuffie acustiche per mirare intendo).
3)    Contrariamente ad una carrozzina a motore, sul tuo posteriore non si accende nessuno stop, nessuna freccia, nemmeno una lucina di posizione che permetta a chi ti sta dietro di intuire i cambi repentini di rotta. Fai conto di essere in bici e, almeno quando devi girare, metti fuori un braccino, possibilmente non all’ultimo secondo.
4)     Usa scarpe anti infortunistiche. Ogni volta che mi ritrovo in spazi angusti con dei bipedi, non posso staccare gli occhi da quelle piccole appendici tenere e rosa, esposte alle intemperie, allo zozzo e a pericoli di cui non sei nemmeno consapevole, tipo una carrozzina a motore da 100 chili che sta cercando in ogni modo di non calpestarti. Che poi la sensazione delle dita nude sotto una ruota artigliata è proprio brutta, tipo quando schiacci uno scarafaggio e senti quello scrocchiare chitinoso e umidiccio sotto la suola della scarpa. Pertanto, niente infradito, niente calzature aperte in punta e, soprattutto, niente tacchi! Guarda che cadendo dai tacchi ti puoi pure spanare la colonna vertebrale: parlo per esperienza.
5)    Non camminare all’indietro. Probabilmente manco ti accorgi di farlo, ma spesso e volentieri, senza alcun apparente motivo, mentre sembri procedere in linea retta, di colpo ingrani la retro, e nemmeno ti fermi prima. Anche a me capita di dover tornare sui miei metaforici passi, ma per farlo, preferisco frenare e ruotare la carrozzina di 360°, così da vedere dove sto andando. Provaci anche tu, ed eviterai di sederti sulle ginocchia della disabile che procede dietro di te, lungo la medesima direttrice.
6)     Se sali sul mio stesso ascensore, ricordati che la cavalleria è una cosa e la razionalità un'altra. So che vuoi sembrare galante, ma tu occupi uno spazio minore della mia carrozzina, ergo, per aumentare appunto il mio spazio d’azione, è meglio se entri per ultimo, ma esci per primo. Altrimenti mi costringerai a manovre che nemmeno l’Enterprise che tenta di entrare a velocità warp nella biblica cruna dell’ago cardassiano. Idem quando tenti di appiattirti tipo sogliola sulla soglia della porta, per farmi entrare o uscire. E’ esattamente in quel momento che mi rendo conto di quanto un bipede sottostimi la superficie occupata dalle sue estremità podaliche e dalla trippetta.
7)    Non usare lo smartphone quando cammini, altrimenti comincerò a farlo anche io e poi vediamo chi dei due si fa più male in un eventuale scontro.
8)    Le corsie dei supermercati, l’uscita del vagone, l’ingresso di qualsiasi struttura e le vie di passaggio anguste non sono luoghi ideali per sostare, qualsiasi cosa tu senta il bisogno impellente ti fare, tipo chiacchierare con l’amica, mandare messaggi, cercare le chiavi in borsa e no, nemmeno per allacciare le scarpe.
9)    Quando cammini, guarda dove metti i piedi o io smetterò di guardare dove metto le ruote. Se vuoi darti al birdwatching, comunque Milano non è il luogo ideale, a meno che non ti interessino i piccioni, che potrai osservare comodamente guardando per terra più che per aria.
10)  Quando parli con qualcuno in sedia a rotelle, tieni le mani adese e contigue al tuo corpo. Non ti appoggiare al joystick e a nessun’altra parte della carrozzina. Non sempre mi ricordo di spegnerla nel caso in cui un bipede decida sconsideratamente di farmi pat-pat sulla manina che tiene il timone. Tecnicamente, se tocchi il mio joystick e ti investi, non è omicidio e nemmeno suicidio assistito. Se invece provi a fare il simpaticone e a salire sul retro della carrozzina a mia insaputa, sappi che non potrai più guardare con gli stessi occhi le scene dei film d’azione in cui un pirla salta sul tetto di un’auto in corsa e il pilota fa le peggio gincane per schiodarsi la zecca di dosso.
Guarda che io ti dico queste cose perché in fondo ti voglio bene. Odiassi davvero i bipedi, potrei investirne a centinaia ogni giorno, potendo sempre dimostrare la mia ragione sul foglio di costatazione amichevole.

venerdì 8 luglio 2016

MANUALE DIAGNOSTICO DEI DISTURBI MENTALI DA SOCIAL NETWORK

Nota 1: in questo post sono presenti termini che possono offendere la sensibilità di alcuni, come "cacca", "merda" e "ATM".
Nota 2: in questo post sono presenti riferimenti ironici alla disabilità, propria e altrui. La lettura è pertanto fortemente sconsigliata ai soggetti che ritengono non si debba scherzare sulle disgrazie che affliggono i diversamente abili, tipo l'ATM.
Nota 3: se decidi di leggere comunque questo post, sarai considerato soggetto informato e non potrai lamentarti con nessuno di essere stato urtato nei tuoi sentimenti più profondi. Ovvero, in effetti potrai, ma l'autrice si riserva il diritto insindacabile e sancito dalla Convenzione Zuckerberg di bloccarti, bannarti, defollowarti e fare qualsiasi cosa in suo potere per non doverti più sentire, escluso l'omicidio.
Buona lettura.
Pure sui social accade di esprimere un pensiero quasi universalmente approvato e in modo così figo da essere commentato, condiviso e “laikato” (n.d.r.: da like, voce del verbo laikare, neologismo assolutamente criticabile, ma se l’Accademia della Crusca approva “petaloso”…). E mentre tu ti gongoli sia del fatto d’aver stranamente scritto una cosa intelligente, sia perché chi ti segue dimostra d'essere il fiero possessore di una struttura neurale in grado d’intendere, volere e cliccare, ecco che arrivano le minoranze tossiche ad esprimere il loro non richiesto parere contrario. Del resto, i post virali sono un palcoscenico irresistibile, soprattutto per chi non è sostanzialmente mai riuscito, chissà perché, a farsi un pubblico tutto suo, nemmeno tra i cretini.
Ora ti descriverò le forme più diffuse di questo tipo di saprofita e i modi migliori per disfarsene.

MANUALE DIAGNOSTICO DEI DISTURBI MENTALI DA SOCIAL NETWORK

1) Il BastianContrario

Anche se hai appena enunciato una verità assoluta, tipo “La cacca puzza” o “I trasporti milanesi sono perlopiù inaccessibili alle sedie a rotelle”, ecco che il BastianContrario si sente in dovere di dichiarare che, sebbene tutti ti diano ragione, non è proprio così.
Il BastianContrario probabilmente ha avuto genitori illuminati, ma non in grado di accettare l'evidenza d'aver generato un figlio idiota. Tali genitori, credendo erroneamente che il proprio patrimonio genetico sia stato trasmesso alla prole, insegnano subito al pupo che è male seguire sempre il gregge. Il principio in sé non è mica sbagliato, ma il BastianContrario, non possedendo i mezzi cognitivi necessari e sufficienti a discriminare la volta su mille in cui il gregge si sbaglia, finisce per generalizzare e dar sempre torto alla maggioranza. Così, se su un social affermi che non solo la cacca puzza, ma probabilmente avrà pure un sapore di merda, il BastianContrario ti dirà che a lui personalmente l’odore di cacca non dispiace e che una volta l’ha assaggiata ed era pure buona.

2) QuelloCheStaPeggio

Tornando all’esempio della cacca - ma sentiti libero di usare il sinonimo ATM nelle prossime frasi -, se provi a dire che le tue feci sono proprio una cagata, arriverà puntualmente QuelloCheStaPeggio a dirti che non ti puoi mica lamentare, perché la sua di cacca è molto peggio. E il più delle volte è assolutamente vero. QuelloCheStaPeggio non è che mente, semplicemente ritiene ingiusto da parte tua denunciare la merda, perché nel mondo il letame abbonda. Che poi QuelloCheStaPeggio non faccia nulla - tipo spruzzare del deodorante in bagno - per migliorare la situazione, è un altro paio di maniche.
Talvolta QuellocheStaPeggio è in grado di attirare qualche simpatia, essenzialmente perché la gente non è solita sparare sulla Crocerossa. Il problema è che in giro c’è quasi sempre QuelloCheStaPeggio e se si usa l’ultimo della fila come pietra di paragone, finisce che nessuno potrà più lamentarsi, perché in fondo mica vive in una baraccopoli. Sarà, ma a me è stato insegnato che se vuoi migliorare devi prendere ad esempio quello che è più bravo di te. Altrimenti finisci come ATM, che pensa di essere accessibile perché invece di guardare Berlino, si bulla col Burundi di due bus accessibili e qualche montascale con disturbo bipolare di funzionamento.

3) Il Complottista

Come spiegato chiaramente dal manuale diagnostico dei disturbi mentali (quello ufficiale intendo), esiste una minoranza di persone fermamente convinta che altre persone complottino per distruggere il mondo. In passato, chi tramava nell’ombra era prevalentemente il vicino di casa ma, grazie ai social, si possono conoscere un sacco di nuove persone che normalmente ti eviterebbero come la peste. Tra l'altro, sui social si è più propensi a dare una chance pure ai pazzi furiosi, consapevoli che già la foto del profilo non comunichi nulla di positivo, ma tanto bloccarli è un attimo. Solo che di solito lo fai dopo che il Complottista ha commentato un tuo post, sostenendo più o meno che fai parte della lobby degli Ingroppati, il cui fine non è, chessò, rendere una città più accessibile per tutti, ma far spendere un sacco di soldi al Comune di Milano, togliendoli alla sanità (preferibilmente al settore pediatrico), così da uccidere un sacco di innocenti.
Il Complottista richiama sempre l'attenzione sui bambini o a volte sui cuccioli, ma solo se quel giorno deve boicottare qualche multinazionale del farmaco. I BAMBINI! CHI PENSA AI BAMBINI?! E la risposta è che ai bambini purtroppo ci pensa appunto il Complottista che, quando non tormenta i disabili come me, suggerisce sulla propria bacheca di non vaccinare i  bambini, che se no diventano autisti (magari pure dell'ATM).

4) Il FortunelloInconsapevole

Al FortunelloInconsapevole una volta è capitato di fare la cacca che profumava di rose. Il problema è che il fortunello è incredibilmente stitico e fa la cacca tipo ogni dieci anni. Quando finalmente ci riesce, sente i cori degli angeli intonare l'Alleluja e ha delle allucinazioni olfattive che gli fanno pensare che la cacca sappia di rose. Un po’ come quelli che una volta nella vita hanno accompagnato il nonno paralitico dal dottore usando la Metro di Milano. Quel giorno, per chissà quale favorevole congiunzione astrale, il montascale ha funzionato ed è andato tutto liscio. Così si convince che ATM Milano sia figa paura in fatto di accessibilità, basando tale conclusione sull’euristica della disponibilità.
N..d.r.: per chi non lo sapesse, l'euristica della disponibilità è il principio psicologico per cui se una volta ti è capitato di vincere 100 euro al gratta&vinci, ti convinci che vincere non sia statisticamente improbabile come in effetti è.

5) Il RazzistaInconsapevole


In realtà tutti i razzisti sono inconsapevoli e lo dimostra il fatto che non abbia mai incontrato nessuno che sapesse di esserlo. C'è però un metodo semplice e infallibile per capire se anche tu appartieni alla categoria. Sei razzista se hai mai pronunciato una sentenza di questo tipo:

 IO NON SONO RAZZISTA,

MA/PERO' (usare preferibilmente entrambe le congiunzioni avversative) 

+

un articolo determinativo plurale tipo I/GLI/LE

+

un sostantivo plurale a scelta fra migranti/meridionali/mussulmani/gay/disabili...

+

un enunciato qualsiasi


L'hai fatto? Sei razzista. Cavolo... forse non dovevo dirtelo così. Magari sta diagnosi per te è uno shock. Dai, te la riformulo con la tecnica del panino che piace tanto agli psicologi:


Notizia positiva: so che nella vita hai fatto molte cose buone


Diagnosi infausta: purtroppo i tuoi sintomi sono tipici del Disturbo razzistico di personalità


Notizia positiva: per fortuna recenti studi dimostrano che il razzismo si può curare grazie alla desensibilizzazione, come qualsiasi altra fobia


Meglio? Fanno 50 euro.

Ora che hai capito la casistica, vediamo come NON devi intervenire. Il più grave errore che puoi commettere (e che personalmente commetto regolarmente) quando incontri uno di questi soggetti problematici, è ribattere. La verità, in quanto essere razionale, è che come me stenti a credere che la natura possa aver generato queste creature e ancor più che esse siano sopravvissute alla selezione sino al punto di imparare (più o meno) a scrivere e a capire (così credono) come funziona un social. Onestamente, è tutta colpa di Zuckerberg che è stato tanto geniale da rendere Facebook così semplice da essere primate-friendly. Lo sgriderei, ma credo soffra già abbastanza ogni volta che un trilione di analfabeti funzionali condivide post tipo: “Da domani Facebook sarà a pagamento, tranne per gli intelligentoni come te che condivideranno questo post”.
La regola aurea che insegnano a Psicologia è: non si può aiutare chi non vuole essere aiutato. Io questo lo so, ma sui social faccio la scema, mica la psicologa.
Detto ciò, ci sono sostanzialmente tre tecniche terapeutiche per affrontare questi episodi maniacali.
1) La piscina degli squali

A volte sui social può sembrare che ti seguano prevalentemente i cretini, ma non è vero. Semplicemente i cretini si fanno notare di più. Su internet, come nella realtà, tendenzialmente si frequentano le persone che crediamo più compatibili, sempre non si abbia uno dei disturbi elencati sopra. Ciò significa che, se qualcuno scrive una stronzata sotto un tuo post, basta avere pazienza e lasciare che le anime affini che ti seguono  e conoscono, divorino in un boccone il poverino, prima che lo faccia tu, in modo molto più lento e doloroso.
Non sempre si ha la fortuna di attirare gli idioti e dobbiamo permettere a chi ci vuole bene di avventarsi su di loro proprio come faremmo noi.

2) Il metodo De Sade

Confesso che è il mio preferito, quando ho tempo da perdere, e consiste nel dare abbastanza corda al soggetto da farlo impiccare. Concretamente, il risultato si ottiene ribattendo instancabilmente e punzecchiando il poverino sino a portarlo sull'orlo del commento furibondo. Dopo aver lanciato il definitivo guanto di sfida, si entra nel suo profilo e si seleziona l'opzione "Blocca". Ciò ovviamente prima che possa pubblicare la risposta. E' un'arte sottile trovare il momento esatto in cui il soggetto non può fare a meno di esplodere e a quel punto abbandonarlo ad imprecare sulla sua isola deserta.

Come dici? Non è eticamente corretto? Vedila così: sono una sostenitrice del suicidio assistito, nei casi in cui il soggetto sia senza speranza di guarigione ed esprima il desiderio di morire. Del resto, la volontà suicida per me è evidente nel momento in cui decidi di contraddirmi sulla mia bacheca.

3) La cura compassionevole


E' definitivamente il sistema migliore, più rapido e meno doloroso per il soggetto: appena dice una cazzata, lo blocchi e cancelli la risposta. E' un po' come il metodo De Sade, ma senza il divertimento unilaterale. Alcuni ti tacceranno di mancanza di democrazia, ma almeno sulla tua cazzo di bacheca potrai essere il monarca assoluto! Chi pensa che tutti possano dire la loro sulle bacheche di tutti, dimentica una cosa fondamentale:


il tuo profilo social è come casa tua. Sei ovviamente libero di dare un mega party e lasciare che entrino cani e porci, ma alla fine se uno ti rompe i coglioni, quella è pur sempre la tua dimora e puoi sbatterlo fuori in qualsiasi momento. Ovviamente, la questione è reciproca e l'ospite sfrattato potrà chiuderti a sua volta la porta in faccia e continuare a dire ciò che pensa con chi è interessato ad ascoltarlo.


E' questa la vera democrazia dei social: poter scegliere quali stronzate ascoltare.

mercoledì 29 giugno 2016

LETTERA AD UN EROE, SUO MALGRADO

Io in passato ho avuto Trenord e ora tu, fratellino mio, hai dichiarato guerra ad ATM e Comune di Milano. Solo l'idea di questa nuova battaglia mi sfinisce e manco la sto guidando io. Lo sai, ci sono già passata e ci passo tutti i giorni. Vedo in te quella rabbia e quella forza che ci è stata instillata da genitori incredibili. E so benissimo che, come me, la notte piangi il più piano possibile, per non far soffrire ulteriormente chi ci ama e ci è sempre vicino. 
Ti ammiro, non perchè lotti per vivere e lavorare: entrambi sappiamo che l'alternativa è molto peggio. Ti ammiro perchè rifiuti soluzioni fatte solo per te, pur di tenerti buono. Ti ammiro perchè già che devi lottare, hai scelto di farlo per tutti, anche per chi non ci riesce da solo. E' tua madre che ci ha inculcato che, visto che abbiamo tanta lingua, dobbiamo usarla per difendere anche chi non ha la stessa voce. Io però in passato ho accettato delle soluzioni di comodo: ho risolto i miei problemi e ho pensato che gli altri facessero altrettanto per se stessi. Non sono una paladina, non voglio esserlo. E so che nemmeno tu ti senti tale e che anzi la cosa ti fa incazzare quanto fa incazzare me. Perchè non vuoi essere un eroe ed è orribile pensare che denunciare un disservizio faccia automaticamente di te un eroe. 
Non dovrebbe andare così il mondo, ma questo abbiamo e in questo dobbiamo vivere.
Vorrei dirti che prenderei volentieri questo peso sulle mie spalle, che sono grande, più grande... troppo grande. La tua forza mi sta facendo capire quanto la mia sia sopravvalutata. 
Una volta pensavo di doverti insegnare come difenderti, ma ora ho capito inequivocabilmente che sei più bravo, anche su questo. 
A 41 anni suonati viene un po' voglia di lasciar perdere, ma come faccio se un pivello come te, con un mucchio di anni in meno, riesce a smuovere una Paese? Ok, pare che la nostra famiglia non debba conoscere tranquillità durature. E sia: vedo di capire dove ho riposto la mia cazzo di armatura scintillante e ti raggiungo, fottuto kamikaze! - Simone Gambirasio