venerdì 8 giugno 2012

La scorciatoia più breve porta sempre nella direzione sbagliata

Questa mattina mi sono svegliata con la fissa dell’euristica della rappresentatività.  Sì, lo so: non è normale che il neurone concernente il vocabolo “euristica” si attivi alle sette del mattino senza l’ausilio di un caffè e forse, a ben pensarci, non è neppure tanto  ovvio avere un neurone che contenga il vocabolo “euristica”.

Sebbene io sia una persona di cultura sostenibile, possiedo neuroni decisamente saccenti.

Lasciate quindi che vi spieghi in termini semplici, e pure un po’ borgatari, a quali conclusioni mattutine è giunta la mia mente malata.
Partiamo appunto dalle euristiche: un termine da sboroni per dire che le persone non agiscono sulla base di procedure logiche, ma prendendo delle scorciatoie del cazzo, che spesso li portano a conclusioni sbagliate. In pratica, quando ci troviamo di fronte a delle decisioni da prendere, non è che ci mettiamo lì ad analizzare razionalmente i dati, ma ci basiamo sull’intuito o sulle poche conoscenze, dirette o indirette, che abbiamo. Più la nostra conoscenza del quadro è concreta ed approfondita, più queste euristiche ci aiutano a ad agire in modo efficace e rapido. Il problema è quando ne sappiamo poco.
L’euristica della rappresentatività rovina la vita della maggior parte delle minoranze, disabili inclusi.
Tale scorciatoia mentale fa sì che le persone attribuiscano caratteristiche simili a cose che sembrano simili, spesso ignorando informazioni che dovrebbero far pensare il contrario. E’ così che tutti gli albanesi diventano potenziali ladri e stupratori: perché la televisione ci parla solo di quelli che lo sono e magari non ne conosciamo personalmente nemmeno uno.
Ed è così che nascono pure gli stereotipi sui disabili: creature fragili, emarginate, malate, bisognose del conforto della fede.
Infondo il contesto in cui è più probabile che un bipede veda un disabile, è la S. Messa in TV.
Il problema vero, è che poi, quando si trovano ad interagire con i disabili in rotelle e ossa, i bipedi applicano tale euristica della rappresentatività, lasciando trasparire le idee sottointese alle loro esternazioni. Il fatto poi che si trovino di fronte all’evidente infrazione ai propri preconcetti, spesso non basta a cambiare le euristiche stesse.

Così capita che ti vedano limonare con tuo marito in spiaggia e ti dicano:

“Che bello vedere due fratelli così uniti!” 
Perché i disabili sono creature asessuate, che se scambiano un bacio è sempre un bacio fraterno, a prescindere dai metri di lingua introdotti.
“Buongiorno Signorina.”
Perché tutte le disabili rimangono single a vita, oppure si sposano con disabili maschi: possibile, ma altamente sconsigliato.
“E’ stato un incidente d’auto?” 
Perché il disabile carino ha avuto sempre un incidente.
“E’ distrofia vero?”
Perché l’unica malattia genetica che di mette su una sedia a rotelle è la distrofia e quel giorno non ti sei truccata, quindi è evidente che sei disabile dalla nascita.
“Vai al mare con mamma e papà?”
Perché solo i tuoi genitori verrebbero in vacanza con te, fino alla morte.
“Ah, non vai con i tuoi? Con quale associazione vai allora?”
Perché solo dei bravi ragazzi che fanno volontariato andrebbero in vacanza con i disabili.
“Sei già stata a Lourdes?”
Perché i viaggi della speranza sono la massima aspirazione del disabile. Altro che Maldive: un viaggio della Madonna!
“Che brava, ti piace leggere? Ho a casa una sacco di Topolino di mia figlia, se vuoi.”
Perché il disabile ha un sacco di tempo libero per leggere, ma non è detto che sappia farlo o che abbia i soldi per comprarsi i fumetti.
“Posso offrirti un’aranciata o una Coca-cola? La puoi bere la Coca?”
Perché, nonostante non si regga in piedi, il disabile non beve, non assume sostanze stupefacenti (se non a scopo terapeutico), né caffeina, perché se no poi magari si agita troppo.
“La vuoi una caramella?”
Perché i disabili sono ghiotti di dolciumi.
“Posso aiutarti a scendere dal treno?”
Perché anche se sei su una sedia a motore da 10.000 euro, una sedia a rotelle va sempre spinta.
“Sei qui da sola?! Posso farti compagnia?”
Perché il disabile solo si sente smarrito.
Insomma, potrei andare avanti all’infinito… E’ così che pure nella mente del disabile si creano delle euristiche sui bipedi. A quelli che non frequento abitualmente, cerco di parlare usando termini semplici, perché se sentono la parola “euristica” uscire dalla bocca di un disabile è facile che propendano per le difficoltà di articolazione: “Tesoro… non capisco cosa dici. Amore… riesci a scrivermelo su un foglietto?”.
Così  tratto tutti i bipedi sconosciuti come se fossero un po’ lenti di comprendonio, scandisco bene le parole, limito le battute perché mi prenderebbero comunque sul serio e, se vedo un bipede in mezzo al passo, cerco di sterzare io, perché i loro riflessi sono più lenti.