venerdì 7 settembre 2012

Su al Nord, ove girano i disabili... cioè molto più su di Milano

Durante le vacanze estive, proprio come taluni volatili, pure i disabili metropolitani migrano verso habitat più favorevoli alla sopravvivenza. Ma mentre uccelli e bipedi si dirigono preferibilmente a sud, verso climi miti e temperati, il disabile sinantropo predilige località a bassa intensità di barriere architettoniche, fregandosene sostanzialmente del meteo. Non si capisce poi bene perché, ma più in un posto fa freddo, più aumenta il tasso di civiltà di un popolo: forse i climi rigidi favoriscono la vicinanza tra le persone, con o senza rotelle.
Ad ogni modo, le mie mete preferite si collocano prevalentemente a Nord: dal Regno Unito in su. Avendone le possibilità, sarei disposta a lasciare amici, famiglia, animali domestici e marito, per rifarmi una vita in Austria o in Germania. Andrebbe bene pure la Svezia, ma in quel caso mi porterei dietro i cani, per attaccarli alla slitta e riscaldarmi d’inverno.  Pare non vi siano al mondo luoghi più accessibili di quelli al gelo per buona parte dell'anno, possibilmente devastati da una guerra recente, che abbia creato un sacco di disabili incazzati e l'opportunità di ricostruire tutto alla loro portata.
Ad essere assolutamente sicura che è accessibile, mi trasferirei persino al Polo.
Quest’anno il consorte ha tentato di convincermi a trascorrere le vacanze alle Canarie. Incline al sacrificio per amore, mi sono recata in agenzia, ove ho scartabellato con l’operatrice turistica per ore, alla ricerca di un villaggio veramente accessibile. Dopo un tempo infinito, sono tornata a casa con il contratto firmato e l’acconto versato… per Stoccolma.
Nonostante le competenze geografiche di mio marito non siano eccezionali, leggendo la brochure del viaggio, ha immediatamente intuito che la località designata era lievemente più a nord di quanto concordato. Gli ho spiegato che, dopo numerose telefonate, l’alternativa Spagnola era una spiaggia accessibile, dall’accattivante nome “Los Cristianos”, le cui principali, accattivanti attrattive descritte nel depliant erano: l’assistenza della Croce Rossa e il trovarsi a un chilometro dall’ospedale di Las Américas. Poiché non sono il tipo di persona che parte per le vacanze chiedendosi quanto disti l’ospedale più vicino, né il tipo di donna che brama trovarsi su una spiaggia dorata, con assembramenti di sedie a rotelle, come al solito ho deciso unilateralmente per un cambio di programma. Intendiamoci, non ho nulla contro Los Cristianos, ma considerando le mie convinzioni religiose e il mio abbigliamento da mare, temevo che i compagni di lettino si facessero il segno della croce ogni volta che scendevo in spiaggia. Tra l’altro, avete idea del male che la salsedine e la sabbia fanno a una carrozzina? L’idea di allontanarmi dall’Italia e sentir comunque suonare tutto il giorno “Il pulcino pio” dalla mia sedia a rotelle è stato l’elemento finale, che mi ha spinto verso altri, glaciali lidi. Tra l’altro, la brochure della spiaggia recitava: “È attrezzata con: docce, bagni e servizio di noleggio di sdraie e ombrelloni”. Anche se il vocabolario ammette la parola “sdraia”, sono troppo linguisticamente chic per andare in posti ortograficamente mal descritti. Ci crediate o no, ho scartato più di un hotel sulla base degli errori di scrittura in risposta alle mie mail. Che ne può sapere di accessibilità un albergatore che scrive: “Ci spiace dirle che, purtroppo, la nostra struttura è priva di barriere architettoniche per handicappati”, o che asserisce che l’accesso alla piscina è garantito dalla “scivola per disabili”?
Il bello di mio marito è che si adatta rapidamente e senza protestare: così ha tolto i costumi da bagno e la maschera da sub dalla valigia, sostituendoli con piumino ed ombrello. Divertenti sono stati i suoi commenti leggendo la guida di Stoccolma, grazie a cui ha iniziato farsi un’idea del clima locale, leggendo che lo 0.15% della popolazione è costituita da lapponi, mentre il resto è diviso tra svedesi, finlandesi e renne. Lo ha però convinto definitivamente al viaggio l’apprendere che gli svedesi si fanno spesso la “fika-paus”: non mi soffermerò a descrivere con che delusione abbia poi ingurgitato in loco caffè svedese più dolcetto.
Visitare altre città ci permette di crescere socialmente e culturalmente, anche se il consorte ha tentato di svicolare la serata al Kugliga Operan, sostenendo che non ci avremmo capito nulla. Quando gli ho fatto notare che era un balletto, mi ha risposto: “Sì, ma balleranno in svedese!”
I cinque giorni a Stoccolma hanno rappresentato una gradevole fuga dall’Italia inaccessibile e anche un po’ un test d’intelligenza. Sì, perché gli accessi per disabili ci sono, ma evidentemente i disabili autoctoni sono molto più intelligenti di me. Prendere un ascensore, far funzionare una porta automatica o usare un armadietto ha richiesto molto più impegno del superare il test d’accesso all’università. Credo che lì i disabili siano bene accetti, ma solo quelli intelligenti. Inutile dire che, senza di me, il consorte rimaneva regolarmente intrappolato ovunque: del resto l’ho sposato solo per il suo corpo perfettamente funzionante.
Stoccolma è la terra dei musei: il genere di posto dove edificano un museo attorno a qualsiasi sasso che abbia più di cent’anni. E non è mica facile capire dalle loro guide cosa sia interessante e cosa meno. E così abbiamo esplorato tutto, spaziando da maestosi vascelli recuperati dal fondale marino, ai tappeti, sedie e mobili d’altri tempi, in cui si potevano già scorgere i prodromi di Ikea. E, a proposito di Ikea, com’è possibile che nella terra che ha dato i natali agli armadi ELGÅ, PAX ed EMNES, la camera dell’hotel non contemplasse un guardaroba? Misteri immobiliari.
Il famigerato "Toast Skagen"


Il cibo devo dire che era notevole, per quantità e qualità. Nonostante presentasse talune sfide che ho orgogliosamente affrontato, come salmone e caviale rosso a colazione o il toast Skagen, con cui credo di aver assunto un quantitativo di maionese e gamberetti superiore al fabbisogno annuo di un’intera famiglia lappone. Confesso di essermi però arresa all’aringa marinata accompagnata dal caffè mattutino e credo che ciò mi costerà la cittadinanza svedese.

Ciò che però è più sorprendente di Stoccolma, sono i mezzi di trasporto: appena salita sull’Arlanda Express, ho capito di essere all’estero, un po’ per la puntualità e il decoro del treno, un po’ per il wi-fi gratuito a bordo. Per di più, non mi hanno fatto neppure pagare, poiché la distanza tra treno e banchina - notevolmente inferiore a quella cui siamo abituati in Italia – lo rende “scomodo” da prendere senza accompagnatore. Inutile dire che, se possono ulteriormente scusarsi del disagio facendoti aiutare da un bel pezzo di Thor, non devi esitare a chiedere. Mio marito ha sfortunatamente declinato l’aiuto senza nemmeno capire l’inglese: gli è bastato vedere i miei occhioni luccicanti posati sul nordico helper.
Le vacanze per me sono questo: andare in giro, usando i mezzi di trasporto che uso abitualmente anche in Italia, ma senza guasti, autisti di pullman/tram che si fingerebbero ciechi pur di non scendere ad aprire una pedana e, soprattutto, senza fare il muso duro, per non dire litigare o denunciare qualcuno al fine di far valere il tuo diritto di andare al lavoro. Per dì più, durante le ferie, tali mezzi non mi portano nemmeno al lavoro, ma al cazzeggio: se non è il paradiso questo, cosa?
Sfortunatamente, mio marito mi porta in certi paesi civili solo con la carrozzina a mano: con quella a motore ho il vizio di sparire per ore, salendo senza preavviso né meta su qualsiasi mezzo accessibile incontri. E lì se ne incontrano parecchi.
Attraversare la strada poi è un'esperienza di vita, nel senso che, contrariamente a Milano, quando attraversi a Stoccolma sei sicuro di continuare a vivere. Gli svedesi valicano le strade con qualsiasi colore di semaforo, senza guardare, certi che gli automobilisti si fermeranno anziché iniziare il tiro al piattello. Inutile dire che, se uno svedese attraversasse come suo solito una strada milanese, sarebbe spacciato.
E i bagni poi? Tutti lindi e accessibili… i bagni del nord per un disabile sono meglio dell’acqua Roccetta quanto a stimolare la diuresi! Solo una volta abbiamo trovato il bagno per disabili occupato. Stavo giusto commentando col marito il fatto che anche in Svezia doveva esservi la discutibile prassi bipede di pisciare nei cessi diversamente abili, quando dall’interno sentiamo: “Sì, un attimino!”.
A volte, una sola frase basta a farti capire che dall’altro lato della porta c’è un italico esemplare che accorpa in sé le due categorie di persona che disprezzi di più in assoluto: quelli che occupano abusivamente il bagno disabili e quelli che dicono “un attimino”.
E fu così che mi spinsi fino in Svezia, per fare il solito cazziatone a un ragazzotto italiano.