lunedì 4 febbraio 2013

Con qualsiasi nome... purchè non rompiate le palle

Nel weekend sono andata a vedere Django. Non che sia un’amante sfegatata dei film in cui vengono sacrificati ettolitri di passata di pomodoro, ma quando esce un film in cui all’appartenente ad minoranza oppressa viene data l’occasione di fare casino, non posso esimermi dal dare una chance al lungometraggio. E devo dire che è stato catartico, molto più di quei film buonisti in cui giustizia viene fatta, senza che i protagonisti si sporchino le mani. Ma più che per le scene splatter - tra cui si distingue la perla fotografica delle piante di cotone aerografate di sangue - questo film merita per i dialoghi.  Un’amante del non politically correct come me non può non apprezzare scambi verbali tra bianchi che insultano negri, negri che insultano bianchi e negri che insultano negri.

Amo Tarantino perché riesce a far pronunciare così tante volte una parola tabù, da toglierle quell’alone di impronunciabilità che la rende  forte come insulto.
Alla fine del film si ha quasi l’impressione che negro sia sinonimo di “figlio di puttana capace di farti il culo a capanna”, laddove Quentin Tarantino ha da anni sdoganato il termine “figlio di puttana” come equivalente di “mamma”.

E’ ora di finirla con “le parole che non si dicono”.
Basta con le parole che le persone “per bene” non pronunciano.
Tra queste parole ci sono termini come negro, lesbica, mongoloide, handicappato e persino vegetali innocenti come i finocchi. Tutti termini nati in seno a una lingua e divenuti tabù a causa dell’uso improprio che ne fanno i deficienti, ove “deficiente” è inteso nell’uso originale del termine: “colui cui manca qualcosa”, tipo un dizionario.

Ma non è che noi handicappati possiamo stare qui un giorno sì e l’altro pure a cambiare definizione a causa del misero vocabolario dei normodotati. Non ho ancora raggiunto la vecchiaia e già sono passata da handicappata, a portatore di handicap, a svantaggiata, a invalida, a disabile, a diversamente abile, a diversabile. Che poi, quale perversa mente normodotata può concepire parole come “diversabile”?!!
E in tutto questo casino etimologico, a parte una crisi d’identità, non è cambiato assolutamente nulla.
Cari normodotati, voglio mica dare lezioni di ottimizzazione a nessuno, ma magari se la piantaste di farvi le seghe mentali su come chiamarci, trovereste il tempo di buttare giù un po’ di malta e costruire lo scivolo.
Ora, lo so bene che voi certe cose non le potete dire. Lo so bene che vivete nel terrore di essere tacciati di razzismo se ve ne uscite con un “handicappato” anziché con il termine d’uso comune, qualsiasi esso sia, che mi son persa pure io.
Una cosa che il film di Tarantino insegna è che anche una “brutta parola”, se associata a una “bella persona” non suona poi tanto male. Alla fine del film, si ha quasi l’impressione che termini come “nero” o “afroamericano” siano la versione annacquata di una parola con molto più carattere. Senza contare che poi che ne so io se uno è afroamericano, afroitaliano o se ha solo esagerato con le lampade? Mica posso stare a chiedergli la nazionalità prima di decidere a che categoria assegnarlo. Non me la sento nemmeno di dire “è il ragazzo di colore”, che ormai in Italia ce ne stanno più che alla Benetton di colori. Differentemente bianco? Macché stiamo qui a farci le pippe? Io quando debbo incontrare qualcuno che non ho mai visto lo dico chiaro: “Sono quella con la carrozzina a motore sotto il culo”. E poi a me negro piace, ma forse non faccio testo, perché a me piace pure handicappato. Mi dà l’idea di un Dio che, mentre è lì che plasma l’argilla che sarà la mia persona, si accorge che gli sto venendo troppo bene e pensa che così non sarebbe giusto per gli altri, che li ha fatti tutti con lo stampino normale. Così, invece di rifare tutto daccapo, decide di mettermi al mondo con un handicap, di modo che possa giocare alla pari di tutti gli altri. Insomma, una sorta di Dio golfista.

Poi però mi guardo un po’ intorno e capisco che la storia dell’handicap in senso golfistico regge poco, perché a sto mondo ci sono un sacco di disabili sfigati. E non mi interessa se pensate che non si possa dire: io lo dico lo stesso, perché lo penso. Un conto è nascere con un handicap e un altro è piangersi addosso. Forse se i bipedi hanno preso ad usare la parola handicappato come sinonimo di persona sfigata, un po’ è anche colpa nostra. Non abbiamo mai imparato a ridere di noi stessi e, soprattutto, non abbiamo mai imparato a rispondere alle manifestazioni d’ignoranza. Il più prezioso insegnamento materno che mi sia mai stato trasmesso è questo:
“Se non sai difenderti con le mani, usa la lingua.”

E posso assicurarvi che è solo questione di allenamento prima di avere il problema contrario, ovvero quello di non riuscire a stare zitta nemmeno sotto tortura.
Forse un giorno farò una brutta fine, ma per risposte come queste, ne sarà valsa la pena.

 “Ma sei handicappata?”
“Se te ne sei accorta solo oggi, pure tu non sei mica tanto messa bene.”
 
“Poverina… è una cosa passeggera?”
“Ma sarà passeggero lei, che ha un piede nella fossa e uno su una buccia di banana.”

 “Pregherò per te.”
“Perdonala Signore, perché non sa quello che fa.”

 “E’ bello che tuo marito ti sia rimasto vicino dopo l’incidente.”
“Che incidente? Ah… il matrimonio!”

 “Se posso aiutarti, dimmelo.”
“Magari inizia a darmi del Lei, che ho il doppio della tua età e non sono mica tua sorella.”

 “Ho un colloquio di lavoro con la Dottoressa. Arriverà presto?”
“Sono io.”
“Oh scusi… non pensavo che fosse lei.”
“A volte l’apparenza inganna. Non nel suo caso però.”

 “Così su due piedi non saprei...”
“Nemmeno io.”
Qualche giorno fa ho avuto uno scambio di vedute col collega gay, l’unico in ufficio che può chiamarmi un po’ come vuole, senza essere accusato di discriminazione dagli altri. E’ incredibile quanti potenziali insulti si possano scambiare due persone che sanno benissimo di non essere razziste. Parlando tra noi diversi, non serve misurare le parole, così le cose ce le diciamo chiare in faccia:

“Ti rendi conto che puoi permetterti di dire certe cose solo perché sei seduta su una sedia a rotelle?”
“E perché credi che non faccia fisioterapia?”

Ci sono cose che puoi dire solo se stai su una sedia a rotelle. Io questo lo so bene e ci ho costruito su una professione. Ma sapete che vi dico? Se siete assolutamente certi che nessun barlume di presunta superiorità alberghi nei vostri normali cuori rispetto alla diversità, pure voi potere smetterla di misurare le parole.
Le azioni vi caratterizzano più di mille parole sbagliate.
Provate a spingere una sedia a rotelle sui sanpietrini di Milano e poi chiamateci un po’ come cazzo volete.