sabato 15 giugno 2013

Chi disabile si fa, il lupo se lo mangia

Molti disabili non sanno stare al mondo e la disabilità, ahinoi, spesso c'entra solo in parte. 
Di solito c'entrano di più dei genitori iperprotettivi, mancanza di fiducia e autostima.

Partiamo da mamma e papà. 
Innanzi tutto sono contraria a definire "iperprotettivi" quei genitori che mettono i figli sotto una campana di vetro, si sostituiscono in tutto e per tutto e cercano di evitare loro ogni possibile problema e disagio emotivo. Questi non sono genitori iperprotettivi, perché non insegnare ai figli a cavarsela da soli, significa non proteggerli dal futuro. La vita è piena di problemi e disagi emotivi, ma non credo che vivere sotto una campana di vetro sia molto meglio. 

Proteggere tuo figlio da tutto e tutti, fare al posto suo, evitare che affronti le cose della vita in prima persona, tra l'altro, significa una sola cosa: non credi che tuo figlio possa farcela.

I genitori sono il nostro specchio: come puoi vederti forte, coraggioso e bello, se mamma e papà pensano che tu sia il gobbo di Notre Dame? 
Certo, indubbiamente la vita ti fornisce poi altri specchi, ma la strada verso l'autostima a quel punto è tutta in salita.

Non so quante volte ho avuto paura di provare: addentrarmi da sola in paese con una carrozzina elettrica, iscrivermi a un'università a due ore da casa, salire su un aereo per l'America e dipendere per tutta la vacanza da persone conosciute il giorno stesso, girare il mondo con una sola amica o un solo fidanzato, cambiare lavoro e usare da sola un treno che ogni giorno mi porta a chilometri di distanza dalle persone che possono aiutarmi. 

Ho avuto paura di cominciare tutte le cose più belle della mia vita.

Ogni volta ho pensato di fermarmi e ogni volta mia madre mi diceva: "Sai che a me le storie non vanno. Lo fanno tutti, puoi farlo anche tu. Puoi morire? No. Tutto il resto si risolve in qualche modo. Non stai mica andando in guerra!"

Il bello è che, se mi avessero mai proposto di andare in guerra, la sua risposta probabilmente sarebbe stata: "Ma se ci vanno tutti in guerra e non è mai morto nessuno!"

Se ci crede lei, io non posso non crederci, anche quando mi sforzo di farmi prendere dai patemi.

Giorno dopo giorno, quando ho paura, mi chiedo qual sia la cosa peggiore che mi possa capitare provando. Se tra le opzioni, la morte risulta improbabile, la faccio.

Dopo tante esperienze, mi son sempre pentita solo di quelle non tentate.

Ma soprattutto, mamma non ha mai fatto il "lavoro sporco" al posto mio, quando avevo l'età e le competenze per farlo.

"I bambini mi prendono in giro."
"Ce l'hai la lingua? Usala."

"Non posso andare alla partita di basket con gli altri, perché il palazzetto non è accessibile."
"Ti hanno insegnato a scrivere? Manda un reclamo."

"Da settimane non funziona la pedana del treno."
"Sai rompere i coglioni? Ma che te lo chiedo a fare ..."

Ma a quanto pare, i miei genitori sono delle mosche bianche. Pare che la prassi comune sia considerare i propri figli disabili (e a volte non solo quelli), come creature malriuscite e sventurate, che possono stare in questo mondo solo finché ci saranno mamma e papà o grazie alla compassione altrui. 
Da quel che vedo, spesso le usanze di allevamento consistono nel trasmettere ai figli l'idea che non si deve alzare troppo la voce, perché ciò che ti viene dato è "un favore" e non un diritto e, magari, se chiedi di più, finisce che ti tolgono anche il poco che hai.

Ora, non sono mica Giovanna D'Arco e sicuramente non son qui a guidare folle di persone su sedia a rotelle in battaglia. Probabilmente lascerei i disabili con scarsa autostima nel loro brodo, se non fosse per il fatto che proprio la loro rassegnazione e la loro scarsa autostima rovina anche la mia di vita.

E sì, perché ogni volta che cerco di fare qualcosa per migliorare la vita mia e della specie "Homo Rotolans", salta sempre fuori il solito discorso:

"Guardi che è solo lei che si lamenta. Tutti gli altri non hanno mai sollevato problemi."

Il punto è che spesso "tutti gli altri" nemmeno ci provano.
"Tutti gli altri" stanno a casa, con mamma e papà, perché hanno rinunciato senza nemmeno provare.
"Tutti gli altri" nemmeno s'incazzano perché li sto insultando e a me piacerebbe lo facessero, dimostrando almeno di essere ancora vivi.

Il problema è che "tutti gli altri" si meritano di vivere in un paese incivile, dove le persone vengono discriminate solo per il fatto che per andare da A a B usano quattro ruote, un girello o un bastone, anziché due gambe.

Io però non me lo merito.
Quindi, vedete di darvi una svegliata, altrimenti non siete affatto meglio dei politici che negano i fondi per l'assistenza domiciliare.

Di che avete paura esattamente?
Temete che vi tolgano cosa, che non avete praticamente un cazzo?

I trasporti, l'assistenza, l'accessibilità ai locali? O voi vivete in un Paese diverso dal mio, oppure non mi è affatto chiaro cosa temete vi tolgano. L'assegno di accompagnamento? Guardate che ve lo stanno già portando via, perché tanto chi non reclama vuol dire che sta bene.

Tutti che poi si lamentano con me di problemi e discriminazioni, ma che non hanno il coraggio di firmare un esposto all'Amministrazione per chiedere un servizio di trasporto migliore. 

"Infondo, non sono mica obbligati a darci il trasporto. Se facciamo casino, magari ci toglono anche quello che c'è."

Io lo so qual è il problema: vi hanno insegnato che sono meglio 1000 giorni da pecora che uno da leone, ma nessuno vi ha mai detto che se ne posso pure avere 2000 da volpe.

Io è una vita che aspetto che mi licenzino dal lavoro perché pretendo di poterlo svolgere con le pari opportunità date agli altri. Nessuno mi ha però mai minacciato di togliermi quello che ho per il semplice fatto di aver richiesto qualcosa che è un diritto sancito. Ho un sacco di amici avvocati e giornalisti che, sotto sotto, sperano che un giorno accada qualcosa di simile. Persino il mio editor lo spera.

Eppure, minacce che ad altri vengono fatte intendere in modo più o meno velato, non mi sono mai state rivolte. 

Sarà fortuna, o sa ra che chi disabile si fa, il lupo se lo mangia.