martedì 3 luglio 2012

Non si fa: disabile cattiva!

Non è facile mantenere una condotta onesta quando buona parte della società ti considera una creatura debole e innocente, a prescindere dalle tue azioni efferate.
I bipedi che non vivono a stretto contatto col disabile hanno oscure fantasie circa la nostra indole: ci guardano come fossimo angeli caduti dal cielo che, presumibilmente, oltre a perdere le ali, hanno riportato gravi danni alla colonna vertebrale. E sì che la Bibbia lo dice chiaramente che gli angeli caduti sono gli angeli cattivi, ma alla fine il bipede vede sempre quel che si aspetta di vedere.
Per uno strano scherzo del destino, io poi mi chiamo pure Angela e alcune persone mi frequentano con l'assurda certezza che io sia qui per salvarle da se stesse. Mia madre ci provò a darmi un nome non convenzionale, scomodando persino i Rolling Stones. Ma complici un neo-padre confuso, un impiegato dell'anagrafe anticolonialista e una prozia il cui funerale improvviso impedì a mia madre di affrontare un intervento, mentre era inconsapevolmente incinta della sottoscritta, fecero di me un'Angela.

Bastava interrogarsi sulle assurde coincidenze e le perverse casualità che determinarono la mia nascita, per comprendere che il Diavolo ci stava mettendo lo zampino.

Ad ogni modo, probabilmente per via della dissonanza con la mia indole, tra le pareti domestiche nessuno mi ha chiamato Angela, ma Engy, scritto con la "E", perché ai tempi dei miei, mica s'insegnava l'inglese nelle scuole.
Io sono sempre stata Angela solo a scuola o al lavoro, ovvero quando è fondamentale convincere chi hai di fronte della tua natura benigna. Considerando quanto poco fisionomista sono, è un gran vantaggio sentirsi chiamare "Angela" o "Engy": capisco subito se devo sembrare buona o se posso essere me stessa. Ma come fate voi bipedi a distinguervi gli uni dagli altri? Camminate tutti allo stesso modo!

Devo comunque ammettere che non serve essere un genio del male per convincere il prossimo deambulante dell'innata bontà dell'ingroppato. Come se nascere con un grave deficit motorio ti rendesse automaticamente santo anziché incazzato nero.
Io ne approfitto dalla prima elementare, quando le suore mi davano la chiave della stanza dei giochi, per impedire che le bambine che correvano in cortile mi facessero cadere. Poiché mi era concesso portare con me due amichette, presto istituii un racket molto redditizio: in cambio dell'accesso alla stanza delle meraviglie, esigevo pagamenti in figurine, gadget dei cartoni animati e merendine. Non mi avesse scoperto mamma, ora sarei più grassa e ricca di Jabba the Hutt.
Da allora comunque ho interrotto la carriera criminale, ma non ho mai rinunciato a qualche piccolo "privilegio" ottenibile grazie alla mia condizione.

Oltre a essere disabile, ho delle ciglia lunghissime e non ho paura di sbatterle.

Quando sono in treno e si avvicina il controllore per chiedere il biglietto, inizio a far finta di armeggiare con la cerniera, accentuando le manine storte, perché non ho voglia di ravanare nella borsa di Mary Poppins alla ricerca di un biglietto. Di solito, basta mettere fuori la linguetta con espressione concentrata, per indurre qualsiasi controllore a dire imbarazzato:
"Lasci, lasci... va bene così!"

A volte invece, ci ferma la stradale. Di solito basta che scorgano il cartellino invalidi per ottenere un "Vada, vada", ma quando decidono di esibire la propria equanimità sottoponendo a controllo persino l'auto di un'invalida, non posso fare a meno di raccogliere il guanto di sfida e vedere fino a che punto siano disposti a procedere. Finora, tutti si sono fermati al primo atto: disabile prossima all'attacco d'ansia che chiede delucidazioni confuse all'accompagnatore.
"Che succede? Eh, che succede? Non capisco... cos'è successo? Mi manca l'aria... di nuovo!"

E poi ovviamente si sfodera l'espressione da disabile triste ogni volta che si deve affrontare una coda o si vuole entrare nel camerino di un cantante dopo il concerto. In pochi secondi compare all'orizzonte qualcuno che, con cavallo e armatura scintillante, urla in mezzo alla folla: "Lasciate passare! Venga signorina: la scorto io."
Per anni ho sfruttato la scusa del disabile per passare prima agli esami accademici: se tanto ti devono interrogare, ho sempre pensato fosse meglio togliersi subito il pensiero, anziché ascoltare gli esami prima del tuo e togliersi il dubbio di non sapere un cazzo.

Paradossalmente, ciò non funziona al supermercato, ove il diritto di precedenza alla cassa prioritaria è sancito da regolamento. E lì, invece della faccia da disabile triste, devi esibire l'espressione glaciale alla Clint Eastwood e muovere nervosamente la mano sul joistick, comunicando con lo sguardo: "Questa carrozzina da 100 kg. non si fermerà, qualsiasi cosa incontri sul percorso".

Quando poi le persone non ti conoscono, è incredibilmente facile essere scagionata da qualsiasi sospetto grazie ai pregiudizi altrui.
"Te lo ha detto Angela di rubare i biscotti? Oltre che ladro sei pure bugiardo!"

"Non si danno spintoni alle persone disabili! E non dire che è stata lei a cominciare, che fai piangere Gesù!"

"Se fai fatica a tenere riga e squadra, ti aiuto io col disegno tecnico."

"Sei pronta oggi per l'interrogazione? Hai fatto tardi a causa della riabilitazione... Facciamo domani o preferisci settimana prossima?"
"Di chi sono questi preservativi? Di Angela? E ti aspetti che io ci creda?!?"

"Chi si è fatto una canna qui dentro? Almeno abbiate la decenza di non fumare nella stessa stanza di una persona disabile!"

"Tranquillo: siete solo due candidati per quel posto di lavoro e l'altra è sulla sedia a rotelle."

Essere sottovalutati è scocciante, ma spesso torna utile e non solo a me.
Ogni volta che mio marito o i miei amici vogliono ottenere sconti e servizi aggiuntivi, mi dicono:
"Io parlo. Tu fai la faccina da disabile."

L'espressione da disabilino affranto è più letale degli occhioni del Gatto con gli stivali di Shrek.

Avessi avuto un'inclinazione per il crimine, sarei stata un corriere perfetto: sotto il sedile di una carrozzina, non controlla mai nessuno. Senza contare che ogni volta che supero le barriere antitaccheggio di un negozio, la carrozzina a motore fa suonare l'allarme e la sicurezza si scusa imbarazzata, senza perquisirmi. Potrei darmi al furto senza destrezza e nessuno sospetterebbe di me.

Uno di questi giorni ucciderò qualcuno, solo per dimostrare che il delitto perfetto esiste. Non mi accuserebbero nemmeno se il cadavere mostrasse impronte di pneumatici da B600 sul cranio sfondato.

C'è una sola cosa che mai ho fatto e mai farò: sfruttare la mia disabilità per avere permessi e giustificare assenze sul lavoro. Già le aziende si fanno la fantasia che "disabile" significhi "cagionevole di salute", se poi ci aggiungiamo esperienze con disabili fancazzisti che approfittano della propria condizione per non lavorare, ecco che la categoria si frega con le sue stesse ruote.
Per esperienza posso dire che, più il disabile sembra grave ad occhio normodotato, più lavora. Ma le aziende si ostinano a cercare disabilità non evidenti, secondo l'irrazionale principio che "se non si vede, non può essere tanto grave". Certo, come no? A volte credo che un oncologo abbia molto da insegnare a chi si occupa di risorse umane.

Personalmente non sfrutto neppure i permessi della Legge 104, se non nelle occasioni in cui la burocrazia riservata ai disabili non mi costringa a presenziare altrove, per risolvere questioni legate ai Quattro Cavalieri dell'Apocalisse: ASL, INPS, ACI e, un tempo, collocamento mirato. Talvolta prendo un giorno anche per qualche visita, ma sempre compatibilmente con gli impegni lavorativi. Il bello della 104 e non dover esibire certificazioni mediche per andare dal ginecologo.

Del resto, al lavoro trovo vitto, trasporto e assistenza: chi me lo fa fare di stare a casa?
Come se ciò non bastasse, solo un lavoro onesto e un titolo altisonante come "consulente" o "esperto" ti garantiscono di incontare orde di bipedi senza che questi, vedendoti su una sedia a rotelle, s'interroghino innanzi tutto sulle tue capacità intellettive.

Il mio ufficio è uno dei pochi posti al mondo in cui, chi entra e vede un disabile, lo saluta con "Buongiorno" e non "Ciao" o "CucciCucciCucciCu".

Confesso poi di preferire le attività di selezione del personale, essenzialmente perchè non mi basta essere trattata alla pari dai bipedi: io voglio incutere soggezione! ;)

Ma la verità è che infierisco solo su coloro che se lo meritano. A volte la nostra "diversa abilità" consiste nell'assecondare gli stereotipi altrui. Per questo non mi occuperò mai di disabili: tutti gli handicappati meritano le mie stesse chances d'infinocchiare il prossimo.

Comportarsi come la gente si aspetta debba comportarsi un disabile non è imbrogliare: io lo chiamo "rispettare le credenze altrui".

Passo metà della mia vita a dimostrare che sono in grado di fare più cose di quanto non si pensi e l'altra metà a fingere di saper fare meno cose di quante ne sappia fare.

A volte mi comporto da disabile cattiva. Spero solo che anche S. Pietro si faccia ingannare dalla sedia a rotelle.