lunedì 6 maggio 2013

Se Dio esiste, ha un perverso senso dell’umorismo

Come alcuni di voi sapranno... ho scritto un libro. Non so ancora dirvi se uscirà a giugno o a settembre, ma sappiate che tutti i soldi della vendita serviranno ad acquistare un veicolo per trasporto disabili: insomma, devo cambiare la macchina.
 
Nelle prossime settimane metterò online i capitoli che abbiamo deciso di scartare... sperando che non siano una cattiva pubblicità.
 
Ecco il primo... a me piaceva pure: editori senza cuore!
 
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Nonostante abbia ormai avuto a disposizione più di trent’anni per elaborare il lutto, non mi sono ancora del tutto rassegnata alla non esistenza di Dio.
 
La mia mente razionale sa che è altamente improbabile che un Essere Onnipotente abbia deciso di passare il tempo creando l'universo e il genere umano, tuttavia sapere che non si può dare la colpa proprio a nessuno è frustrante.
 
Per il 95,5% del tempo, credo che Dio sia una panzana.
A volte invece sono quasi sicura che esista, e che sia uno stronzo.
 
Ecco, l’ho scritto.
Per un attimo ho temuto che la Collera Divina piombasse su di me, anche se, conciata come sono, una piaga qualunque potrebbe pure migliorare la situazione.
 
Mi alzo da sotto la scrivania ove sono rannicchiata… ancora nulla.
Non è che ci creda davvero, ma non apro nemmeno l'ombrello in casa, anche se so che non porta davvero male.
 
Nessun fulmine, niente scosse di terremoto, le coronarie per ora tengono.
Non odo nemmeno voci tonanti che mi richiamano all’ordine… Ciò significa, innanzi tutto, che non soffro di allucinazioni uditive e, in secondo luogo, che o Dio non è davvero stronzo...
...oppure non esiste
...o semplicemente se ne strafrega della mia opinione personale su di Lui.
 
Probabilmente anche Lui mi considera una stronza e non sarebbe mica l'unico.
 
Se Dio dovesse fulminare tutti quelli che gli stanno sui Divini Zebedei, ci sarebbe sempre il temporale.
 
Però esiste anche una quarta opzione…
 
Ultimamente sto covando la convinzione che Dio forse esiste e non è neppure stronzo, solo che ha un senso dell’umorismo troppo raffinato e noi comuni mortali ci impieghiamo decenni per capire una Sua battuta di spirito. Del resto si dice mica “Andate in pace, nel nome di Dio e con il Suo Spirito”?
 
Per esempio, mi ci sono voluti anni per comprendere quanto fosse divertente vagare ore e ore per negozi, in cerca di scarpe da poter infilare sui miei graziosi piedi “equini” e trovarne finalmente un paio non ortopediche che calzano a pennello: stivali color grigio topo anemico, con due graziosissimi pompon penzolanti, in presunto vero pelo di coniglio fucsia.
E pensare che una volta mi incazzavo…
Ora invece ho la scarpiera più esilarante del Paese, perché il bello di non camminare, è che non consumi mai la suola delle scarpe.
 
Non fossi stata disabile, la mia scarpiera non sarebbe una sorta di privato museo degli orrori del comparto calzaturiero italiano, dal 1975 a oggi.
 
Conservo ancora un paio quasi nuovo di “Scurbat" (che in dialetto significa "uccellaccio"): la prima versione tarocca delle Converse All Star. Il bello è che, ai miei tempi, le All Star erano scarpe da sfigati, quindi io possedevo la versione tarocca di un paio di scarpe da sfigati. Ero una sfigata al cubo.
 
Tra l'altro, per anni Madre mi ha rimbrottato e cazziato per le mie fisse sulle scarpe. Ora è lei a dover usare le ortopediche e pensa bene di cadere in paranoia davanti a me.
 
Sempre sia lodato il karma che gira.
 
Sì, la storia delle scarpe è divertente. Ora l'ho capito.
È anche piuttosto comico pensare a come le cose apparentemente insignificanti della vita ne determino i principali mutamenti.
L’unico programma che riuscivo a vedere da piccola era Star Trek. Madre lo considerava un “premio”, cui avevo diritto solo se facevo i compiti e andavo a fisioterapia senza rognare incredibilmente. All’epoca lei non poteva certo immaginare che quel programma avrebbe condizionato la mia vita sentimentale e determinato la maggioranza delle mie amicizie, altrimenti avrebbe tranciato di netto il tubo catodico.
Se non fossi stata disabile, avrei evitato ore interminabili di fisioterapia e avrei visto i cartoni animati del pomeriggio anziché il telefilm fantascientifico all’ora di cena. Già a dieci anni mi ero presa una cotta da paura per il Capitano James T. Kirk. Verso i venticinque anni, tuttavia, pensavo di aver ormai superato certi amori imbarazzanti, ma Star Trek continuava ad affascinarmi al punto che mi recai ad una Convention, al fine di recuperare materiale di studio, con la scusa della tesi di laurea. Quando iniziai a frequentare gente “strana” e a indossare aderenti abitini rossi, capii che era meglio cambiare tesi, perché ormai ero troppo “contaminata” per essere obiettiva.
Un paio di mesi di lavoro buttati, in cambio di amici con orecchie a punta ed un marito federale, non nel senso di “FBI”, ma in quello ben più preoccupante di “Federazione Unita dei Pianeti”.
 
Quando dico di essere sposata, talune persone indiscrete mi chiedono se lui “è normale”. Io non posso che rispondere piccata: “Mio marito non è in carrozzina”. Definire “normale” uno che nel tempo libero si veste con abiti assemblati dal ferramenta e che prende a mazzate gli amichetti con un’enorme mezza-luna da cucina, sarebbe mentire spudoratamente.
E così Star Trek, il “premio” post fisioterapia, un’apparentemente innocua serie televisiva, ha condizionato quasi tutto. Ora conduco una doppia vita: di giorno sono una psicologa rispettata, che veste abiti eleganti e dà consigli professionali. Ma in alcuni periodi dell’anno mi trasformo in un’aliena mezzosangue che indossa abiti BricoCenter e fraternizza con i suoi potenziali pazienti.
 
Non fossi stata disabile, sarei una psicologa e basta, con una scarpiera normale e un armadio normale.
 
Che fosse tutto nelle trame complicate di Dio? Se così è, l’Altissimo ha gusti decisamente kitsch.
Se sul letto di morte mi vedranno ridere come una scalmanata, vorrà dire che i miei presentimenti erano corretti: Dio esiste, ed è un comico formidabile. Solo che io avrò finalmente colto tutto il lato esilarante della disabilità appena prima di crepare.
 
E, sempre se ho ragione, questo significa anche che Dio non mi manderà all’inferno per le scemenze potenzialmente eretiche che sto scrivendo, ma magari gli scapperà un risolino e ricambierà con una battuta comicissima, che comprenderò solo dopo tantissimi anni di inutili sofferenze.
 
Se invece mi sbaglio… beh, il paradiso è un posto pieno di gente serissima e io mi ci troverei comunque da schifo.