martedì 12 novembre 2013

Ho scritto un libro, ma giuro che non l'ho fatto apposta

E' vero: l'ho fatto. Ma fino a pochi giorni fa, non lo avevo mica capito che fosse una cosa tanto grave.
Gradualmente però me ne sto rendendo conto, soprattutto dalle reazioni delle persone.
Non che sia il tipo che va in giro a dire che ha scritto un libro ma, contrariamente ai disabili, le voci corrono.
No, okay... ho detto una bugia: lo ammetto… sono proprio una di quelle che ogni due minuti sbandiera su Twitter e Facebook le novità connesse all’uscita del libro, ma non è che nella mia vita ci siano poi molte altre cose che valga la pena raccontare. Posterei le foto di quello che cucino, se non me ne vergognassi tanto.
 
Ma torniamo al libro. La casa editrice un paio di cose te le spiega, ma mica tutte, probabilmente perché teme che ti venga un attacco di panico anzi tempo.
Tra le cose che ad esempio non ti dice è che persone che vedi da sempre, improvvisamente, quando scoprono che hai scritto un libro, ti considerano. Alcuni fin da subito, altri solo dopo averti chiesto “Ma hai pagato tu la stampa?”. Certo che no! Va bene  essere una disabile self-confident, ma non investirei mai economicamente su una persona come me, che non sa nemmeno vestirsi da sola. Per fortuna Voltalacarta editrici ha scoperto che non sono in grado nemmeno allacciarmi le scarpe solo di recente: ormai i soldi li ha spesi.
 
Quando finalmente arriva il tuo libro in libreria, succede più o meno così.

La notizia all’inizio arriva ai parenti e da quelli i complimenti te li aspetti, così come ti aspetti che alla tue spalle si scambino in famiglia verità scomode sul tuo libro. Però di alcuni di loro non crederesti mai che lo abbiano letto davvero tutto. Sì, insomma, pensi che facciano un po’ come te, quando proprio sei costretta a dare un parere rassicurante sulla tesi di tuo cugino: leggi le prime due pagine, quelle centrali, le conclusioni e poi dici che l’hai divorata in poche ore. Mica è una bugia infondo. Invece i parenti ti citano: pagina, numero, capoverso e aperte virgolette. Nemmeno tu ne saresti capace e il libro te lo sei scritta.
Dopo qualche giorno, capita che persino il collega dell’ufficio accanto, che nemmeno ti salutava alla macchinetta del caffè, ti dice: “Ho letto il tuo libro.”
Così: punto.
Più che l’inizio di un discorso sembra una costatazione e nemmeno di quelle amichevoli.
E tu sei lì stupita, innanzi tutto perché non sapevi nemmeno che il collega sapesse leggere e poi perché, tra tutti i libri che poteva comprare, ha comprato il tuo, che non è nemmeno così facile trovare in giro.
Poi il collega ti sorride - uno spettacolo davvero raccapricciante, credetemi – e dice: “Mi hai fatto morire dal ridere!”.
Che dire, siamo passati dal non salutarci al distributore automatico al “tu”, senza nemmeno passare per il “Buongiorno”.
Poi parli con alcuni che arrivano addirittura a confessare che il tuo è l’unico libro che abbiano mai letto per intero, dai tempi della scuola. Loro vogliono essere carini e invece ti senti in colpa! Avrebbero potuto godersi capolavori come “Il nome della rosa” o “Il Signore degli anelli”, ma sono finiti col leggere “Mi girano le ruote” e questo solo perché hanno avuto la sfiga di conoscere di persona te anziché Eco o Tolkien. Riesci a non fare harakiri solo pensando che poteva pure andare peggio: potevano essere amici di Fabio Volo.
E ti chiedono l'autografo, magari con dedica. Così è successo che hai firmato la tua prima copia del libro: hai pensato a delle belle parole da scrivere, hai sfoderato la miglior calligrafia da istituto Canossiano e poi, per abitudine, hai siglato il tutto con le iniziali del tuo Capo.
E non è che poi sia andata meglio. Per gioco scrivi pagine e pagine di parole e poi ti blocchi davanti a una dedica. Alcuni amici fumettisti cercano di aiutarti e ti consigliano di non concentrarti troppo e di scrivere le dediche d'istinto. "Affidati all'inconscio!" Sì, peccato che dopo un paio di dediche atroci ti è subito chiaro che inconsciamente ti piace offendere il prossimo.
Ma questo non è tutto. Passa una settimana dalla distribuzione del libro, apri la casella di posta dell’ufficio e scopri una mail del tuo Capo, contrassegnata come urgente e che nell’oggetto riporta: “Ho letto il tuo libro”.
Ecco: è finita.
L’ha scoperto e ora è incazzata a morte per la battutina in cui scrivi che il tuo Capo non è tipo da discriminare i disabili, perché preferisce sfruttarli come un negriero.
Clicchi tremante sulla mail che si dipana davanti ai tuoi occhi annebbiati dalla disperazione e… trovi un sacco di complimenti!
Anni e anni trascorsi a cercare di brillare agli occhi di qualcuno che - non lo ammetteresti mai - infondo stimi, per scoprire che per avere la sua approvazione dovevi scrivere un libro… Cioè fare un altro lavoro a ben vedere.
Però sei commossa, davvero, questa proprio non te l’aspettavi.
La prima intervista invece te l’aspettavi eccome! Ti avevano avvisata per tempo e ti senti pronta! Via con la prima domanda: “Perché hai scritto un libro?”
Oh cavolo.
A questa mica sai rispondere. Intuisci vagamente che la verità non sarebbe in questo caso opportuna, perché nessuno scrittore promettente direbbe mai: “Perché ero sbronza e ho perso una scommessa.” Però non vuoi nemmeno mentire ai potenziali lettori. Così ci giri in giro e dici che infondo non lo sai perché, che è successo e basta e che in qualche modo sono stati soprattutto i tuoi amici a spingerti.
 
Il resto dell’intervista scorre meglio. Le domande sono intelligenti e dato che sei più che altro abituata a quesiti idioti del tipo “Com’è successo che sei finita in sedia a rotelle?”, questa nuova realtà, per una che nemmeno cammina, è quel che i bipedi definirebbero “un passo da gigante”.
Piano piano scopri intorno a te un mondo di persone sveglie, che esigono risposte intelligenti.
Per fortuna ci sono ancora quelli che ti dicono: “Che brava, hai scritto un libro! Così ti tieni un po’ impegnata eh?”
E quelli che osservano: "Dio ti ha fatto il dono della scrittura!"
E figurati se una cosa giusta che facevo non era merito di un altro.
Non ci fossero costoro, avrei la certezza di essere morta e finita inspiegabilmente in Purgatorio, anziché direttamente all’Inferno.
Per fortuna anche a casa resta tutto uguale, a parte qualche battuta tra moglie e marito:
"Amore, ti faccio solo notare che mentre tu ti cambiavi, io sono tornata a casa, ho fatto terapia col respiratore, cyclette per 45 minuti, cucinato, apparecchiato tavola portando piatti e bicchieri uno a uno e, nel tempo libero, ho pure scritto un libro!"
Poi un giorno arriva la free-lance che ti pone la domanda topica:
“Credi che il tuo libro, in qualche modo, possa cambiare il mondo?”
E tu scoppi a ridere, convinta che la giornalista ti stia fottendo.
Adorata ironia: allora non la uso mica solo io!
Però lei è lì, seria, imperscrutabile, apparentemente convinta che un piccolo libro scritto da un’handicappata e pubblicato da una casa editrice sarda possa davvero cambiare i destini dell’umanità.
Eh no, è proprio seria!
Cavolo, io cambiare il Mondo?!! Ma questa qua lo sa che il mondo è popolato soprattutto da normodotati?! Fossero perlopiù disabili, avrei una chance, ma così…
Però l’intervistatrice ti fissa paziente, una risposta la vuole proprio, ma “Prenditi pure del tempo per pensarci”.
Non ti resta che ricomporti, giustificare l’accesso di risa come sporadico effetto collaterale della tua misteriosa patologia - tanto i bipedi si bevono più o meno tutto in fatto di handicap – e dare una risposta plausibile.
E ovviamente rispondi che ti piacerebbe crederci, ma che sai che non è facile. Ti impegni comunque a provarci con tutta te stessa, che tanto pare non ci sia molto di più importante da fare nella vita che ridefinire gli equilibri sociali di questo Paese.
Hai trascorso 38 anni della tua vita cercando di riempire i buchi di tempo dandoti a ricamo, pirografo, pittura e, disgraziatamente, alla scrittura e, dall'oggi al domani, ti rendi conto che le prossime tre settimane della tua vita non contemplano un numero di ore sufficienti per fare tutto ciò che ti propongono di fare. Interviste, presentazioni, articolini, riprese, cene con amici ritrovati dopo anni e persino pranzi con alti rappresentanti del clero. Più che alti, larghi in effetti. E in tutto questo marasma, arriva una telefonata in cui ti chiedono se vuoi partecipate a un programma fichissimo su Radio2.
Ecco, lo sapevi: hai esagerato a tirartela con gli amici e ora per vendicarsi ti fanno lo scherzone!
“Maddai scema! Ilaria, ti ho riconosciuta! Va là che per fregarmi devi impegnarti di più!”
E però è davvero la Radio e a quanto pare la scema sei tu.
Tu in Radio? E’ evidente che questi qui non sono amici della logoterapista, altrimenti non si spiegherebbe perché ne vogliano rovinare la reputazione su territorio nazionale.
LA RADIO?!! No, dico, poi mica Radio Maria, da cui un po’ ti saresti aspettata che coinvolgesse una sciancrata come te, ma una Radio vera, gestita da conduttori veri, mica preti! Un programma poi come CaterpillarAM… cavolo, non hai nemmeno dovuto mentire quando hai detto che li ascolti sempre!
Ovviamente accetti, chiedendo semmai se sono proprio sicuri non ci sia uno scambio di persona e dicendo che, se cambiassero idea pure all’ultimo, tu capiresti.
E poi, come ogni sera, sali sul solito treno che, se tutto va bene, ti porterà a casa. E ti senti sola. E inizi a riflettere. Improvvisamente capisci che tutto è iniziato come uno scherzo, ma che forse ora hai delle responsabilità.
Non te lo saresti mai aspettato da qualche nottata di bagordi trascorsa a ridere e a piangere davanti al monitor del tuo computer, ma è successo: hai davvero partorito un libro e ora devi assumertene la responsabilità.

Devi farlo innanzi tutto per quelle pazze di Luana e Silvia, le tue editrici col nome da pornostar, che hanno creduto in te al punto da investire i loro soldi… e tu lo sai che mica sono figlie di Berlusconi, altrimenti avresti pubblicato con Mondadori. Non potresti mai perdonarti di essere la responsabile del fallimento di due piccole e determinate imprenditrici sarde, sopravvissute tenacemente alla crisi economica.
Devi farlo perché un risultato è già sotto i tuoi occhi: alcune persone hanno letto un libro in più e tu speri che sia vero quello che ti hanno sempre raccontato e cioè che non importa quello che si legge, purché si legga.
Devi farlo perché alcune persone e associazioni è evidente che in questo progetto ci credono. E chi sei tu, per pensare che tutta questa gente molto più in gamba di te si sbagli?
Ma soprattutto, devi farlo perché ti sei dimenticata da tempo la cosa più importante: che saper scrivere è un dono e se il tuo corpo non è in grado nemmeno di sorreggere il suo stesso peso, ma sa battere alla tastiera, forse un perché infondo c’è. Forse ti si sta chiedendo di usare il  tuo dono più grande per fare ciò che da sempre sai fare meglio: rompere le palle.

O forse ti stai solo montando la testa.

Quel che è certo è che se una farfalla che sbatte le ali a Pechino può causare un tornado in Texas, per come so rompere le palle io, c'è da aspettarsi l'Apocalisse.
Sia come sia, per una volta nella vita, voglio a provare a rompere le palle al prossimo non solo per ottenere qualcosa per me, ma anche qualcosa per i miei compagni di ruota. Perché una lingua lunga come la mia è davvero troppo per servire una sola persona.
Per fortuna non sono da sola. Al mio fianco ho solo gente tosta… chiamatela selezione naturale se volete. Ma soprattutto al mio fianco ho realtà vere e concrete, che da molto prima di me e in modo molto più efficace, lottano per abbattere le barriere architettoniche e mentali, come la UILDM di Sassari, che sta organizzando il mio tour sardo e che farò di tutto per non deludere. Perché io un libro l’ho scritto per scherzo, ma la UILDM da sempre si impegna per davvero. E se una donazione la volete proprio fare, non lasciatemi in mano il resto dei 14 euro del libro, che non mi bastano nemmeno per un chupito, ma fate una donazione seria a loro.

       La foto qui sopra risponde alla domanda: "Come ti è venuto in mente di scrivere un libro?"