venerdì 29 novembre 2013

Adotta una barriera architettonica e abbattila!

“Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio” – credo che questo sia uno dei versi di De André che preferisco e che canto nella mia testa ogni volta che qualcuno sente il bisogno di dirmi cosa sarebbe meglio facessi o non facessi. L’ultimo dei buoni consigli che mi sono guardata bene dal seguire è stato quello di cancellare il tour in Sardegna dopo l’alluvione.
Se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato, è che ogni volta che rinunci per timore, ciò che rischi davvero è di perdere una bella occasione, in questo caso, addirittura la più bella.
Insomma, ormai sono una carampana di mezza età e spesso nell’ultimo periodo mi aveva sfiorato l’idea che le esperienze più interessanti della vita fossero già state vissute. Stavo provando seriamente a convincermi che ormai avevo ottenuto tutto ciò che volevo e che contava per me: viaggiare, svolgere un lavoro che mi piace e mi dà qualche soddisfazione, avere al mio fianco un compagno che mi tratta come una sorta di divinità da compiacere… invero una divinità non sempre benigna.
Nemmeno un bipede potrebbe volere di più dalla vita.
Eppure... no. Non sono mai riuscita ad accontentarmi di quello che ho. Non che non lo apprezzi: semplicemente non so fermarmi. Perché quando la vita ti ha dato tanto, anche se sei una stronza di prima categoria come me, a un certo punto senti il bisogno di rendere qualcosa, fossero anche cazzotti.
Questo tour in Sardegna mi ha regalato molto più di quello che mi aspettavo. Ogni tappa è stata unica e toccante per diversi motivi. Da sei presentazioni in cinque giorni ci si aspetterebbe di confondere gli eventi, eppure no: ogni incontro, ogni volto è rimasto limpido e distinto e così sarà finché Alzheimer non subentri.
La prima serata a Sassari con Lalla Careddu, la sua gobba invisibile che porta comunque fortuna e i corazzati delle UILDM. Una partenza in quarta e senza freni, perché diciamocelo, i disabili le battute le capiscono prima dei bipedi.
 
Dalla Libreria Cyrano di Alghero con Speranza Serra ho provato l’ebbrezza del connubio libri e vino… e se ho usato il termine “ebbrezza” non è assolutamente un caso, che mica ricordo cosa ho detto, ma è andata bene meda!
E poi la Libreria Koinè a Porto Torres, dove come spalla ho avuto il libraio DOC Andrea Deiana: spiritoso, colto, intelligente e brizzolato… fortuna che era già impegnato sentimentalmente.
A Cagliari ho sentito pagine del mio libro declamate dal  grande attore di teatro Maurizio Anichini ed è stato così coinvolgente che per un attimo mi sono chiesta se ero stata davvero io a scrivere una simile figata.
E poi l’esperienza al carcere di Nuchis.
Non ero sicura di volerla fare.
E man mano che mi spingevano attraverso porte blindate e sbarre che si chiudevano dietro di me, mi sono sentita sempre meno sicura.
Davanti all’ultimo cancello, ho messo istintivamente le mani sulle ruote, per frenare quell’avanzata verso il peggior incubo di una ex-claustrofobica.
Ma sono entrata... mi hanno spinto più che altro eh! 
Sono entrata in quella stanza chiusa, con 30 carcerati, senza maniglie alle porte e alle finestre. E la prima cosa che mi ha colpito è stato il Rispetto. Sono entrata e hanno smesso di chiacchierare, senza nemmeno bisogno che attaccassi il discorso. Mi guardavano tutti, cercando di sedersi più vicini possibile, non come nelle solite aule universitarie dove le prime file sembrano il deserto dei Tartari. E allora mi sono detta: “O la va o la spacca: io la battuta la faccio!”
Così ho iniziato dicendo che per la prima volta mi sentivo sicura nel fare una presentazione, perché il mio più gran timore è che la gente si annoi e lasci la sala, mentre da lì ero certa che non sarebbe scappato nessuno.
Ed è andata. Il carcerato capisce le battute anche prima del disabile: è stato subito un amore galeotto.
Non ho mai visto un’aula così attenta e partecipe. Nessuno mi ha mai fatto domande così profonde e acute. Nessuno si è mai adattato così rapidamente al mio registro diversamente ironico. Abbiamo riso, abbiamo parlato di legalità, di assunzione di responsabilità… perché lì dentro nessuno dice di esserci finito per caso, mentre qua fuori tutto quel che accade è sempre colpa di qualcun altro. Abbiamo parlato di Dio e hanno addirittura cercato di convertirmi: 30 carcerati convinti della mia segreta fede interiore, mi hanno portato più vicina a mettere in discussione l’agnosticismo di qualsiasi prete.
E le battute che hanno proposto loro stessi sulla disabilità e sul carcere, mi hanno fatta sentire una principiante. Chi si vantava di aver risolto il problema delle barriere architettoniche facendosi rinchiudere a vita in un carcere accessibile, chi mi ha rassicurato sul fatto che la sedia a rotelle non era un problema perché lì dentro avevano visto di peggio e chi osservava che discutendo io di leggi da interpretare anziché applicare stavo parlando di corda in casa dell’impiccato.
E in tutto questo, l’unica che è passata dal Lei al tu, sono stata io. Perché quegli avanzi di galera nemmeno per un istante hanno smesso di chiamarmi “Dottoressa” e di darmi del Lei, con la sola eccezione di un uomo che per tutto il tempo ho pensato fosse convinto avessimo scritto il libro in quattro, prima di rendermi conto che mi stava semplicemente dando del Voi.
E alla fine mi hanno tutti voluto stringere la mano, quando non abbracciare e baciare. Mi hanno fatto sentire una di famiglia, anche se non ho ancora ben capito se del tipo con la “f” minuscola o maiuscola. Si sono impegnati a consigliare il mio libro a tutti i loro familiari e hanno chiesto delle copie per il carcere. Una copia a dirla tutta me l’hanno fregata sotto il naso, ma diciamo che il sistema è stato così sottile che se la sono guadagnata.
Poi esco di lì, un cancello dopo l’altro, e scopro che il tizio che citava autori sconosciuti persino a me è dentro per strage. Mi dicono che ho baciato sulle guance un boss della Mala e che il signore che pareva la copia sputata del mio zio preferito deve scontare quattro ergastoli. E quando ho saputo tutto questo, anziché repulsione, ho provato solo il desiderio di conoscerli ancora meglio e di capire come sia possibile che delle persone che farei entrare volentieri nella cerchia delle mie amicizie più intime (e io sono incredibilmente snob a riguardo), abbiano fatto determinate scelte.
E improvvisamente ho realizzato che non posso più essere favorevole alla pena di morte, perché due ore in gattabuia mi hanno fatto vedere la luce.
E so che non potrò più guardare i ragazzi svogliati che incontrerò ad ogni nuovo colloquio senza fare un confronto. E mi chiedo se potrò sopportare come prima tanti giovani che parlano di crisi e la usano come giustificazione per tutto, senza vedere le opportunità che in realtà hanno per il solo fatto di essere liberi, sani e in un’Università che non sarà perfetta, ma che può dare tanto di ciò che ad altri è negato.
E infine, l'ultimo giorno del tuor, il Centro Logopedico-neurolinguistico di Olbia, che ci ha voluti a tutti i costi, nonostante i recenti danni subiti dall’alluvione. Di questa tappa c’è chi ha detto che avrebbe dovuto essere cancellata per ragioni di “buon senso”. Ma i primi a non aver avuto il “buon senso” di mettersi in un angolo a leccarsi le ferite, i primi che hanno preso subito in mano una pala per gettar via il fango che il destino gli ha buttato addosso, sono stati proprio gli olbiesi. Ci hanno fatto trovare una struttura linda, accogliente e addirittura una nuova pedana per superare gli scalini d’ingresso. Ora, a chi mi verrà a dire che non si può abbattere uno scalino, non potrò che rinfacciare che degli alluvionati che fino al giorno prima avevano la melma sino alle chiappe lo hanno fatto. Basta scuse: rendetevi conto che davanti a simili esempi le scuse mi fanno vomitare!
Pensavo di scendere in Sardegna per vendere delle copie, invece ho ricevuto talmente tanto da accumulare un debito karmico enorme, che devo assolutamente pagare.
I miei genitori mi hanno insegnato ad usare la lingua e mi hanno trasmesso quel sano fatalismo che permette di non farsi spaventare, perché se deve succedere qualcosa può succedere ovunque ed è meglio che succeda mentre ti diverti anziché quando ti piangi addosso. Però è evidente che non tutti hanno avuto la fortuna di essere mandati avanti - qualche volta a calci in culo - dalla mamma. E’ evidente nel momento in cui ad un tour di presentazione di un libro sulla disabilità sono presenti moltissimi normodotati e pochissimi disabili, nonostante le strutture di accoglienza fossero ovviamente accessibili. Non faccio certo una colpa a nessuno perché la Sardegna, per un disabile, è la classica bella e impossibile. Tuttavia la Sardegna è uno degli Stati con più disabili, sebbene io ne abbia incontrati pochi. Mi sono chiesta dove fossero e ho elaborato due ipotesi: o sapevano che sarei arrivata io e si sono rifugiati in cima alle scale, per essere sicuri di non essere raggiunti, oppure sono rimasti a casa propria, magari a pubblicare post incazzosi su Facebook per l’inaccessibilità delle strutture.
Ed è qui che sbagliamo: finché restiamo nelle nostre casette a inveire contro gli scalini, non costituiamo un problema per nessuno, se non per la nostra felicità. Ma se vogliamo davvero ottenere qualcosa, dobbiamo uscire di casa e - come dice il mio libraio preferito Massimo Dessena – passeggiare sui coglioni della gente.
Ho percorso la Sardegna con Lucia - l’unico Assessore alle politiche sociali al mondo che porta davvero il peso dell’handicap (un peso che tra pranzi e cene sarde è lievitato di diverse libbre) – e con Luana e Silvia, le mie editrici svitate che, nonostante i nomi, giurano e spergiurano di non aver mai girato un film con Rocco Siffredi.
Quattro donne più temibili dei Cavalieri dell’Apocalisse, che dove passavano abbattevano scalini e rimuovevano auto parcheggiate abusivamente sui posteggi per disabili. Se dove passava Attila non cresceva più l’erba, dove siamo arrivate noi spuntavano pedane dimenticate in vecchi e angusti ripostigli.
Probabilmente Luana e Silvia non avrebbero mai immaginato che pubblicare il libro di una disabile comportasse anche imparare ad essere dalle brave badanti e non riuscire mai più ad entrare in un locale senza chiedersi “Ma da qui Engy ci passerebbe?”.
lo so che ho creato altri due mostri e ne sono fiera.
L’unico modo per sensibilizzare i bipedi verso le barriere architettoniche è camminare (metaforicamente) in mezzo a loro.
Perché i normodotati non sono cattivi, sono solo distratti.
Purtroppo i disabili sono troppo pochi per cambiare il mondo e di questi pochi, ancor meno hanno la forza per lottare. Se vogliamo ottenere qualcosa, anche i bipedi devono fare il lavoro sporco. Ma come?
Durante il tuor sardo di presentazione del libro “Mi girano le ruote” abbiamo dato vita a una campagna:
ADOTTA UNA BARRIERA ARCHITETTONICA E ABBATTILA.
L’unica cosa che chiediamo ad ogni bipede e quadruruote d’Italia è di scegliersi un obiettivo mirato, uno solo. Può essere uno scalino, un marciapiede senza scivolo, un bagno per disabili usato come ripostiglio… non serve partire dalle grandi imprese edilizie, basta cominciare dal panettiere, dall’edicola, dalla libreria, dalla pizzeria… volendo addirittura da casa propria. Come? Chiedendo tutti giorni, tutti quanti, la stessa cosa, per esempio: “perché non mette una pedanina in legno per le sedie a rotelle?” Non hanno scuse: non gli si chiede un’opera in muratura che potrebbe scontrarsi con i regolamenti dei centri storici, basta uno scivolo rimuovibile. Non sono così intelligenti e lungimiranti da capire che la popolazione invecchia e che si stanno via via giocando una fetta di clienti sempre più ampia? Costruiamogliela noi a sti morti di fame la pedana!
Oppure prenotate in comitiva in un ristorante inaccessibile, portate con voi un disabile e, quando vi diranno che non c’è la pedana, ma possono aiutarvi loro ad entrare, ditegli che preferite migrare in stormo verso un altro ristorante, perché il vostro amico sciancrato ha diritto quanto voi di entrare con dignità a mangiarsi una pizza. E ripetete la scena ogni mese, finché l’oste non imparerà a farsi meglio conti.
E poi mandateci le foto del prima e dopo. Spedite a abbattiunabarriera@gmail.com il reportage della barriera che avete adottato e ucciso: le pubblicheremo sulla Bacheca dei Miracoli! Non solo: nel caso di esercizi commerciali, ci impegneremo ed organizzare gruppi di shopping e serate goderecce, per premiare e per premiarci dopo ogni successo.