mercoledì 15 gennaio 2014

Io sono una categoria protetta... alla cazzo di cane

Prima che vi accingiate a leggere questa pagina, sappiate che il problema è stato risolto, in meno di 24, grazie anche ai lettori del blog, che hanno fatto la loro parte.
Questo dimostra empiricamente che "rompere le palle" anziché subire in silenzio, serve.
Lascio questa pagina in memoria di un rapido risultato ottenuto in una battaglia combattuta per i disabili, non solo da disabili. E la lascio anche come monito, per chiunque proverà metterci i bastoni tra le ruote in futuro.

NON SIAMO QUATTRO POVERI SFIGATI CHE VIVONO IN UN MONDO A PARTE. SIAMO INTEGRATI IN UNA SOCIETA' CHE E' PIU' PRONTA A SCENDERE IN CAMPO DI QUANTO VORREBBERO DEI BUROCRATI OTTUSI.

Qui il link con le scuse di SEA: http://www3.varesenews.it/gallarate_malpensa/parcheggi-disabili-sea-si-scusa-e-trova-il-rimedio-279832.html

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Il titolo del blog di oggi contiene una parolaccia. Suppongo che ciò autoescluda dalla lettura un sacco di "persone per bene" e richiami invece qualche stronzo in più. Questo in effetti è precisamente ciò che spero, perché delle impressionabili "persone per bene" che ti stanno vicino, ma solo da lontano, francamente, non so che farmene. A me oggi serve gente che capisca il problema e non abbia tanta paura della propria ombra o, peggio, di sembrare "sgarbata", da non scrivere nemmeno una mail.

Ora, volendo potete saltare tutta la parte di sfogo e passare alla parte in blu, in cui vi spiego esattamente cosa fare per provare l'ebbrezza di aiutare davvero un disabile almeno una volta nella vita, senza cacciare un euro e senza la necessità di incontrarlo, che spesso siamo pure bruttini a vedersi.
Ma partiamo dall'inizio.
Ci sono persone davvero convinte che le categorie protette godano di un sacco di privilegi immeritati. Percepiamo un assegno di accompagnamento o addirittura una pensione senza aver mai lavorato, viaggiamo gratis su treni, metropolitane e bus, abbiamo borse di studio, posti d'impiego riservati e non paghiamo cinema e concerti.

Dei soldi che ci "regala" lo Stato parlerò dopo, così che possiate capire da soli cosa ci si pulisce un disabile con quella cifra, in considerazione delle spese aggiuntive che deve sostenere per il solo fatto di appartenere ad una categoria protetta dalla Governo italiano.

Grazie alla Carta Regionale dei trasporti, una persona in sedia a rotelle potrebbe viaggiare gratis su tutti i mezzi sotterranei e di superficie della Regione Lombardia. Il condizionale "potrebbe" è d'obbligo, perché trovare mezzi su cui può salire una sedia a rotelle è statisticamente più improbabile dell'essere miracolati da Padre Pio. Anche quando si trova, per esempio, un bus accessibile, per convincere il conducente a far salire un disabile, il disabile deve avere un accompagnatore che salga sul mezzo e dica all'autista (più o meno con le buone) di scendere per tirare fuori la pedana. Senza l'accompagnatore, l'autista non c'è verso che veda l'enorme carrozzina a motore da 112 chili che si piazza esattamente di fianco alla porta del conducente, acusticamente isolata solo dalle suppliche di un handicappato. Vien da pensare che ATM assuma solo categorie protette cieche per guidare i propri mezzi.
Come ho già detto molte volte, in sostanza Regione Lombardia ci permette di viaggiare gratis su mezzi di trasporto su cui non riusciamo fisicamente a salire. Io preferirei invece pagare il biglietto e salire, ma sono fatta strana eh!
Parliamo dello studio universitario e del fatto che se sei una categorie protetta praticamente non paghi le tasse e magari ti danno pure la borsa di studio. Sempre che tu in università riesca ad arrivarci e sia in grado di trattenere la pipì per tutta la durata delle lezioni. Molti atenei hanno dei bellissimi servizi di assistenza alla disabilità, che includono un non ben specificato servizio di accompagnamento e addirittura spesso pure di trasporto. Poi magari all'atto pratico scopri innanzi tutto che il pulmino per disabili è disponibile solo in alcuni giorni ed orari e sempre che tu riesca ad arrivare comunque da solo in una stazione vicina all'Ateneo. Ma se sono in grado di arrivare alla stazione vicina all'Ateneo, che cazzo me ne frega di fare gli ultimi chilometri su un mezzo per disabili? Sarebbe più onesto scrivere sul sito di tali servizi che solo i disabili milanesi possono frequentare un Ateneo milanese, ma mica tutti i giorni eh.
Metti che in Ateneo ci arrivi, perché sei di Milano o, più probabilmente perché hai genitori ed amici che ogni giorno si sobbarcano il viaggio, se pensi che i servizi di "accompagnamento alla persona" includano il portarti al cesso "alla bisogna", ti sbagli di grosso. Quando frequentavo io l'università, le alternative erano chiedere aiuto ai compagni di corso o il catetere. Non molto è cambiato purtroppo negli ultimi vent'anni. Salvo che le statistiche universitarie mostrano una scarsa affluenza di studenti disabili motori, mentre magari quelli psichiatrici vanno per la maggiore. Per forza! Per pensare di sfruttare i servizi di sostegno all'handicap di alcune università devi saper camminare o essere completamente matto.
Eppure persone come me e mio fratello si sono laureate. A quel punto non ci restava che accedere ad uno dei mitici "posti riservati alle categorie protette". Nel mio caso, il primo passo è stato trovare il tirocinio. E non ho detto "passo" a caso: avrei fatto meno fatica a tornare a camminare. Della lista di oltre cinquanta strutture ospitanti fornita allora dall'università Cattolica del Sacro Cuore, solo tre erano accessibili ad una sedia a rotelle, a patto di non andare in bagno. Una sola mi invitò a colloquio e mi prese: Telefono Azzurro. Ora, pur di lavorare una dice di tutto, incluso che ama i bambini. Dopo due dei sei mesi di tirocinio, mi spostarono dalla risposta telefonica ai bambini all'ufficio formazione, onde evitare che i bambini chiamassero la mamma per dire che un operatore di Telefono Azzurro li aveva minacciati di cose terribili solo perché volevano fare uno scherzo telefonico. Per mia fortuna e fortuna dei bambini, nella formazione degli adulti me la sono sempre cavata molto bene, tanto da essere l'unica delle dieci tirocinanti presenti a cui offrirono un contratto di collaborazione. Mica un'assunzione come categoria protetta, perché nelle Onlus i soldi vanno e vengono e, purtroppo, il personale deve andare e venire di conseguenza. Non c'era il bagno per disabili, ma avevo muscolose colleghe disposte a spaccarsi la schiena per sollevarmi da un cesso bassissimo, tipo quelli dei bambini delle elementari... bambini che sentivamo solo al telefono.
Finito il tirocinio, mi rivolsi all'Ufficio di Collocamento Mirato per cercare lavoro. Quando mi contattarono per un impiego di carico-scarico merci, fu subito evidente che, quando si trattava di abbinare domanda di lavoro ad offerta di disabili, l'Ufficio di Collocamento Mirato aveva una mira del cazzo.
Mentre continuavo a lavorare per Telefono azzurro come Co.co.co., spendendo in benzina ed assistenza molto più di quello che guadagnavo di stipendio, mi misi a inviare curriculum anche altrove. Dopo molte ricerche, qualche concorso ed alcuni colloqui  in cui risultavo la candidata migliore per uffici inaccessibili, mi venne finalmente offerto un posto come categoria protetta all'Università degli Studi di Milano. Mi danno addirittura assistenti alla persona che mi portano davvero al cesso ed un servizio di trasporto da Cadorna alla sede di lavoro, che funziona davvero bene per mesi e mesi... dopo ogni volta che sclero a livello internazionale per i periodi di disservizio.
Hanno contattato proprio me, perché col blocco delle assunzioni del comparto Università, non potevano assumere altro personale se non appartenente alle categorie protette. Ergo, non ho rubato il lavoro a nessun bipede. La selezione non è stata complessa, perché ero l'unica disabile laureata in psicologia disponibile. Che poi il mio attuale ufficio volesse mettere in piedi un servizio di consulenza psicologica con contatto telefonico e io avessi lavorato nel settore e scritto persino un manuale sull'argomento, era tutto grasso che colava. Strano semmai era che chiamassero una che non si regge in piedi per mettere in piedi un servizio.
Quindi spero che ora vi sia chiaro che se tanti disabili intelligenti non lavorano non è perché siamo tutti fancazzisti che vivono sulle spalle dello Stato, ma perché trovare un lavoro nonostante le barriere architettoniche è un miracolo. E non parlo nemmeno dei pregiudizi di chi potrebbe assumere un disabile e non lo fa perché pensa che siamo cagionevoli, abbiamo un sacco di permessi e infondo "produciamo" meno di un bipede. A sfatare tali barriere mentali, almeno bastano poche settimane di prova pratica: fateci lavorare come gli altri e poi decidete voi chi vi conviene lasciare a casa.
Eppure ad una presentazione del mio libro "Mi girano le ruote",  è capitato che uno degli intervenuti avesse osservato che un suo compagno di studio disabile fosse stato assunto al posto suo solo perché era, appunto, disabile.
Fatemi dire come stanno le cose fuori dai denti: se un disabile ha il vostro stesso titolo di laurea, è sicuramente più bravo di voi e lo dimostra il fatto che ha trovato il modo di studiare e arrivare a quel lavoro nonostante tutti gli ostacoli aggiuntivi che voi bipedi non avete mai dovuto affrontare. Chiunque non si muova per una città italiana stando su una sedia a rotelle, non può dire di sapere cos'è il problem solving.

Ma arriviamo al tempo libero, che visto che un disabile difficilmente riesce a studiare o lavorare, di quello spesso ne ha sin troppo.
Al cinema e ai concerti ci andiamo gratis, peccato che siamo gli unici a non poter prenotare quasi mai online o telefonicamente i biglietti. Cioè, siccome ho difficoltà di movimento, al bipede viene detto "Prenota la tua poltrona con un click", a me, che la poltrona me la porto perfino da casa, rispondono seccati: "Presentati alla biglietteria con largo anticipo, sperando che un altro handicappato non sia arrivato prima di te ad occupare l'unico posto in sala". Vero The Space Cinema di Tradate?
Con i concerti non va molto meglio: con TicketOne "Acquista ora online!", ma solo se cammini. Altrimenti devi fare una ricerca investigativa degna della CIA solo per capire a chi rivolgerti per provare a prenotare i quattro posti in croce riservati ai disabili. Io arrivo sempre troppo tardi, ma pazienza: significa che ci sono quattro disabili più svegli di me.
Io sono dieci anni che provo ad andare a sentire Springsteen e dopo l'ultima volta, osservando tutti i miei amici che acquistavano online alla faccia mia, ho deciso che se è destino che io veda dal vivo The Boss, sarà perché lui ha trovato il modo d'incontrarci!
In realtà tutte le cose descritte sopra sono molto più complesse di così, ma non ho mica tempo di scrivere un altro libro durante le due ore di viaggio per arrivare in ufficio e la pausa pranzo.
Arriviamo al dunque. Le categorie protette sono protette alla cazzo di cane. Lo Stato ci riconosce un sacco di privilegi che di fatto non possiamo riscuotere. E' un po' come se io promettessi di far camminare un paralitico purché riesca a raggiungere da solo il mio studio in cima all'Himalaya.
Facciamo così: toglieteci tutti i privilegi, persino l'assegno di accompagnamento da 499,27 euro con cui dovremmo pagare una persona che ci assiste giorno e notte, oltre al trasporto privato con furgone accessibile. La pidocchiosa pensione d'invalidità da 275,37 euro se la sono già ripresa perché, nonostante l'aiuto dello Stato, ho trovato un lavoro. Fateci pagare tutto quello che pagano i bipedi: ci sta bene se possiamo fare le stesse loro cose davvero, anziché solo sulla carta.

O almeno limitatevi a non cambiare le carte in tavola quando, nonostante tutto, troviamo il modo di farcela. Per esempio come è accaduto ieri a mio fratello, che ha dovuto pagare 29,50 euro per posteggiare su un parcheggio adibito a sosta disabili, solo perché, per andare al lavoro, non aveva altra scelta che salire sull'unico treno accessibile, facendosi portare in stazione da mio padre, che per inciso deve accompagnarlo sino a Milano ogni giorno solo perché Milano ha una pavimentazione disastrosa, marciapiedi senza scivoli e autisti di bus che altrimenti fingerebbero di non vederlo per non dover alzare il culo e tirare fuori la pedana.
Di seguito trovate la mail di mio fratello e gli indirizzi cui anche voi dovete inoltrare la vostra mail di indignazione. Perché ogni giorno mi spiegate via Facebook e Twitter quanto ci ammirate e quanto vorreste aiutare di più persone come noi: fatelo e millantate di meno. Ognuno dei miei post viene mediamente letto dalle 200 alle 600 persone. Se la metà dei lettori manderà una mail di protesta, magari non ci ignorano tutti.
So già che alcuni stanno per dire "tanto non serve a nulla". Anche se in passato vi ho già dimostrato il contrario, facciamo che stavolta ci provate pure voi, almeno così potrete vantarvi: "Visto che mi sono sbattuto a scrivere due righe e cliccare su invio, ma non è cambiato nulla?"

Ecco gli indirizzi con cui lamentarvi: info@apcoa.it; customercare@sea-aeroportimilano.it; my-link@trenord.it

E questa è la mail già scritta da Simone Gambirasio, perché mi sembra giusto che prima di chiedere giustizia conosciate i fatti a fondo:


Cari APCOA, SEA e Trenord. Scrivo a tutti e tre, mettendovi in copia. Così magari, dato che vi date la colpa a vicenda, potete anche parlarne tra voi e risolverla più velocemente.  Aggiungo anche in copia qualche amico giornalista, così per mettere un pochino di pepe. 
Parlando del mio lavoro, come forse già saprete, io sono un portatore d'handicap che vive a Cairate ma lavora a Milano. Come tanti altri faccio il pendolare, e prendo i treni ogni giorno per andare al lavoro. Solo che io non posso prendere proprio tutti i treni: no, solo alcuni, pochi pochi, perché non sono tutti accessibili (anzi). Di solito prendo il Malpensa Express da Busto Arsizio. Ma dato che mi piace lavorare a volte faccio tardi, capitano gli imprevisti, e devo tornare in orari in cui il Malpensa Express ferma esclusivamente a Malpensa. 
Mio padre parcheggia a Malpensa e viene a prendermi a Milano (perché anche a Milano i mezzi pubblici non sono realmente accessibili, ma è un'altra storia). Insieme a lui prendo un tram, un autobus e un treno. Dopo circa 1 ora e 45 minuti, se sono particolarmente fortunato, arrivo a Malpensa. E cosa scopro? Scopro che, dato che ho deciso di prendermi il "lusso" di parcheggiare nell'unica stazione accessibile a quell'ora in provincia di Varese, il parcheggio per disabili (quello giallo e contrassegnato) lo devo pagare. Lo pago, per essere precisi, la bellezza di 39,50€. 
Non è la prima volta. Mi ero già lamentato il 21 giugno 2013 in una lettera a VareseNews, ma non mi avete mai risposto.
Perché pago? Perché da qualche mese SEA e APCOA hanno deciso che se un portatore d'handicap non prende l'aereo ma il treno, allora deve pagare il parcheggio. Parcheggio, lo ripeto, per portatori d'handicap, contrassegnato. E io, modestamente, il mio contrassegno per portatori d'handicap al 100% ce l'ho. Ma pago lo stesso, già. 
Pensavo che dopo la mia lettera a VareseNews qualcosa fosse cambiato. E invece no, niente. Oggi, dopo essere stato in giro per lavoro a Milano dalle 7 alle 22, quando ho provato a prendere la mia auto in Malpensa per tornare a casa, mi avete chiesto 30€. Ho fatto chiamare il responsabile di APCOA due volte, e la prima volta mi ha detto che devo pagare. Alla seconda, quando ha scoperto che di lavoro ho fatto anche il giornalista, mi ha detto che al massimo posso fare insolvenza, e poi chiamare SEA. 
Io, perdonatemi, ero stanco, volevo andare a casa. Ho pagato 29,50€ e me ne sono andato. Ma è davvero normale che a Malpensa non ci sia un parcheggio gratuito per portatori d'handicap che prendono il treno? Devo davvero pagare così tanto per fermarmi in una stazione nella quale, in realtà, sono costretto a fermarmi?
Non voglio indietro i miei soldi, non voglio le scuse (non che mi siano mai arrivate, da nessuno). Voglio solo che poniate fine a una situazione imbarazzante che mette seriamente in dubbio la vostra intelligenza. Per non pagare un parcheggio, che mi spetta di diritto (DM 236, art 8.2.3), devo lottare strenuamente, al punto che mi viene suggerito di lamentarmi con SEA, Apcoa, Trenord e non saprei chi altro (ma aggiungeteli pure voi in copia, nel caso). Devo consegnare documentazione ridondante, tra cui una carta d'identità, due firme e un biglietto aereo per l'Isola che non c'è. Firme che, tra l'altro, devo fare sulle ginocchia perché lo sportello di APCOA non è accessibile. Per prendere parcheggi che, spesso, sono occupati da spazzatura o (non ci crederete) mi è anche capitato di vedere carrelli o cavi o sacchetti non meglio definiti. No no, meglio che i disabili paghino, mica che vi rubino abusivamente i parcheggi che voi state usando per qualcosa di veramente serio. 
Cordialmente,
un vostro affezionatissimo utente
Simone Gambirasio

(1) Così, giusto per ricordarvelo, la legge dice: "Nelle aree di parcheggio devono comunque essere previsti, nella misura minima di 1 ogni 50 o frazione di 50, posti auto di larghezza non inferiore a m 3,20, e riservati gratuitamente ai veicoli al servizio di persone disabili.". 
Dice "GRATUITAMENTE", stranamente non si parla di biglietti aerei, carte d'identità e obbligo di scrivere articoli di giornale per ottenere i rimborsi. Che buffa la legge, vero?