lunedì 20 gennaio 2014

Il Disabile Smascherato

Oggi ho scoperto che c'è una nuova cosa che mi manda in bestia... come se già non ce ne fossero abbastanza eh!
Davo una scorsa ad una pagina web, che riporta diversi articoli apparsi sui giornali relativi alle disavventure subite dai disabili nei vai contesti. Ecco, già diciamo che iniziare la mattinata leggendo che ci sono disagi riservati ad alcune persone solo perché appartengono ad una determinata categoria sociale non è cosa che ti metta di buon umore, soprattutto se appartieni a quella categoria. Ma ora vi faccio un test, per vedere se, nonostante siate bipedi, ci arrivate da soli a capire cosa ci sia di stonato nei titoli di questi articoli:
 
"Facchinetti telefona al disabile: addolorato per ciò che è accaduto"
"Multe: se l’invalido dimentica di esporre il contrassegno su parabrezza"
"Gita con la disabile, scontro a scuola «Umiliata, ma si sono scusati»"
"Ragazzo disabile scrive libro col mento, una copia a Papa Francesco"
 
Potrei andare avanti per ore... voi ci siete arrivati?
Vediamo di darvi un ulteriore aiutino, che si sa che i bipedi ci mettono un po'...
 
"Stamina, Caterina Ceccutti: «Ecco cosa ci hanno guadagnato i medici che seguono i nostri bambini»"
"Keller, cane cieco e disabile, e il suo padrone commuovono la rete"
 
Avete mai notato che nei titoli degli articoli di giornale i disabili raramente hanno nome, figuriamoci un cognome? Le foto poi? Sempre un "modello bipede", o di spalle o col viso coperto, manco fossimo mafiosi. Si potrebbe pensare che sia perché sono degli sconosciuti, ma  pure Caterina Ceccutti lo è.
Così, a occhio, ho notato che raramente un disabile compare con le sue generalità o con altri dettagli sulla sua persona, oltre ad avere un handicap.
 
Che cos'ha il cane Keller più di un handicappato umano per comparire in un articolo di cronaca col suo nome proprio?
 
Poi mi sono decisamente messa d'impegno e ho passato in rassegna oltre un centinaio di titoli, alla ricerca dei protagonisti diversamente abili delle storie che leggiamo tutti i giorni. Ma veramente in pochissimi casi compariamo come persone, con una specifica identità, anziché come disabili e basta o addirittura rappresentati dalla nostra diagnosi: "Ragazzo autistico", "Donna affetta da SLA". "Tetraplegico"... A parte "Gavino, il disabile che chiede l'assistenza sessuale"... hai capito lo zozzone? E' citato per cognome! E ben venga Gavino, ma così sembra che l'assistenza sessuale la voglia solo lui, dato che sul resto delle umane faccende siamo citati come una massa più indistinta dei cinesi.
 
Insomma, pare che l'unica cosa per cui possiamo attirare l'attenzione su di noi come soggetti, sia la disabilità: come se null'altro particolare ci rendesse degni di nota, tranne la voglia di scopare.
 
Se penso che io sono molto più rompicoglioni che disabile, la cosa mi fa incazzare non poco!
 
Eh no, non ci siamo. So che i titoli di giornale devono essere immediati e concisi, ma la depersonalizzazione è un'altra faccenda. E in parte è colpa nostra, che preferiamo non essere nominati per nome e cognome o non comparire in foto. Come se ci fosse qualcosa di cui vergognarci in quello che facciamo o nei nostri corpi.

Ah già... la privacy. E dove cazzo finisce la privacy quando ti fai issare come un quarto di bue su per le scale perché manca l'ascensore? Dove sta la dignità quando non puoi pisciare, perché il cesso del ristorante è solo per normali?
 
Noi siamo belli... un po' come il cubismo, ma è pur sempre arte non commerciale!
 
Se non siamo noi i primi ad esserne consapevoli, i bipedi non vedranno mai quanto siamo "belli, belli, belli in modo assurdo!"
 
E alzare la voce per veder rispettato un diritto è un atto eroico, qualcosa da esibire, non da nascondere per timore di rappresaglie o di sembrare rompini!
 
Insomma, mettiamoci la faccia, perché non siamo disabili, siamo persone e, come tali, meritiamo di essere conosciuti e citati.
 
Ora, io sono una capra totale in materia di musica italiana da balera, ma ho dovuto cercarmi su internet chi fosse Facchinetti. Se l'articolo avesse parlato di me, avrei preferito leggere: "Cantante pop telefona ad Angela Gambirasio: risarcirà di tasca sua il danno subito".
 
Parlando dell'articolo sulle multe invece, proprio perché siamo disabili, ma mica scemi, fanno bene a multarci se scordiamo di esibire il cartellino invalidi sul parabrezza. Cara grazia anzi se ci becchiamo solo la multa, considerando quante brutte cose possono accadere ad un auto posteggiata abusivamente sullo stallo disabili. Non è che adesso ce le devono far passare tutte per buone solo perché non camminiamo: anche questa discriminazione!
 
E la disabile che non può andare in gita coi compagni di classe, "però si sono scusati"? Ecco, io con le scuse mi ci pulisco quando ho finito la carta igienica. Basta scuse: è ora di pretendere risarcimenti o immediate modifiche alla situazione. La scuola deve pagare in vile pecunia per quell'umiliazione, un'umiliazione che io stessa ho provato per anni durante le scuole e che altri continueranno a provare finché nessuno farà qualcosa per far capire che gli errori si pagano.
 
I "mi dispiace" non costano nulla: il portafogli di solito fa molto più male.
 
E il poveraccio che ha scritto un libro e viene citato solo come il tizio che scrive col mento? Fabio Volo scrive col culo, eppure lo citano per nome e cognome!
 
Questo per dire che, in futuro, voglio leggere molti più articoli così: dove chi fa qualcosa per migliorare la situazione dei disabili viene citato per nome e cognome e di lui si dice soprattutto che, oltre a non camminare e a rompere i coglioni, scrive pure dei libri... con la tastiera eh!
 
 
E il merito va al giornalista, Roberto Rotondo, che ha parlato innanzi tutto della persona: Simone Gambirasio, di 30 anni, che ha scritto 15 manuali informatici. Ringrazio Roberto per aver citato anche me per nome, senza specificare per fortuna l'età. Sarei stata più contenta se avesse pure scritto che, oltre a essere pendolare e ad avere la sfortuna di essere sorella di Simone, pure io ho scritto un libro... sì, uno solo, ma molto più divertente di quelli che scrive il secondogenito ;)
 
Scherzi a parte, comparire con nome e cognome, non è mania di protagonismo, magari farsi chiamare "Il boss delle rampe" un po' sì eh... ;)
Ma è necessario dare un nome e un volto alle persone che subiscono delle discriminazioni solo perché non camminano. O faremo la fine degli ebrei nell'Olocausto... se non hai un nome, è più facile negare che sia tutto vero.
 
Non siamo solo delle sedie a rotelle, ma persone che studiano, lavorano e amano il prossimo... purché non ci impedisca di fare tutto quanto scritto prima.
 
Sono contenta di aver fatto la mia piccolissima parte in questa vicenda, anche se non mi alletta l'idea di lavorare gratis, per di più con mio fratello, per aiutare SEA a migliorarsi. E però il risultato è evidente... quindi attenzione: non siamo tipi che accettano scuse, ma solo cambiamenti. Abbattete le barriere architettoniche altrimenti... altrimenti ci arrabbiamo!
 
E ora voglio anche io il mio nome d'arte... accetto suggerimenti. Magari non da mio marito, che mi chiama Rompicoglioni a rotelle.