sabato 5 aprile 2014

Non ho incontrato Papa Francesco

Nonostante nel mio tour di presentazione del libro abbia incontrato tante persone che mi hanno toccato l'anima e forse cambiato la vita, tutti continuano a chiedermi solo dell'incontro col Papa.
E di questo allora vi voglio parlare ora, nella prima notte insonne dal rientro (meno di nove ore fa) da una delle esperienze più piene della mia vita. E se parto dal Papa, è solo perché è stata l'esperienza più rapida da rielaborare. Un'esperienza che mi ha dato qualcosa, ma non quella cosa che tutti, inclusa me, si aspettavano.

Proprio nei luoghi ove le persone rinsaldano la propria fede, io sento di perderla più che mai.

E' nei luoghi "sacri" che incontro quelle persone semplici e pure di cuore con cui non riuscirò mai a creare un legame. Non perché sia una persona migliore, ma proprio perché percepisco quell’abisso di differenze impossibili da colmare. 
Persone che hanno trovato nella fede la forza di sopportare il proprio dolore. 
Persone che credono senza alcun dubbio in un Dio onnipotente che permette tanta malattia, ignoranza, superficialità. 
Persone che si lasciavano spostare come dei pacchi, da addetti che si riferivano a noi come a scatoloni da disporre al meglio per evitare l'ingombro. Sentivo cerimonieri e uomini della sicurezza gridarsi da una fila all’altra: “Qui ce ne stanno altri tre, li lascio qua o preparo un altro mucchio?” E no, non parlavano di sedie, ma di disabili. Eppure nessun altro sembrava accorgersi di ciò che faceva irritare evidentemente solo le mie orecchie. Le uniche parole che questi malati avevano sentito e che continuavano a ripetersi tra i brividi di eccitazione diffusa erano: “Hanno detto che il Papa passerà proprio qui in mezzo, fra noi!” 
Probabilmente non vedendo in me il dovuto entusiasmo, qualcuno mi ha addirittura detto: "Ti rendi conto?! Poi il Papa si fermerà a salutarci personalmente. Almeno nella sfortuna, abbiamo una fortuna.” 
E nella mia mente ho pensato: “Che culo!”. Giuro però che non l'avrei mai detto davanti a loro, perché nemmeno io sono così carogna da rovinare la festa a qualcuno che aspetta un momento così da chissà quanto.
Osservavo le persone intorno a me, rendendomi conto che, per tutti gli altri, quell’incontro col Papa sarebbe stato uno dei momenti più importanti della vita. 

E indubbiamente quella sbagliata, lì ero io.

E' ovvio che l’incontro con un Papa dovrebbe essere per tutti - credenti o meno - uno degli eventi più indimenticabili della vita. E sicuramente mi sarei emozionata di più, se non avessi osservato e analizzato tutto come sempre. Il caro Freud aveva ragione: la psicanalisi non è come un paio di occhiali che puoi togliere quando vuoi. E questo ho notato: che molte persone sembrassero più preoccupate di immortalare l’imminente incontro, anziché vivere l’incontro stesso. Nonostante fossimo stati tutti informati che ben due fotografi professionisti avrebbero fissato quell’attimo nel tempo (molto meglio di qualsiasi macchinetta fotografica o cellulare), la smania da selfie col Papa era irreprimibile perché, in fondo, chi era lì già pregustava il momento in cui avrebbe esibito quelle foto con amici e parenti. Non potevo fare a meno di chiedermi quanti fossero lì davvero. Qui, ora, nel presente, anziché già proiettati al dopo, al come l'avrebbero raccontata. 

Come se la vita di una persona potesse acquistare valore agli occhi altrui non tanto per merito di ciò che è o fa, ma in virtù della luce riflessa da qualcun altro. 

E più mi guardavo intorno, più mi chiedevo: “Che ci faccio io qui in mezzo?” 
Nessuno mi ha obbligata: è stata una mia scelta, fortemente voluta.
Eppure continuavo a chiedermelo: “Che ci faccio io qui in mezzo?” 
Il Lupo cattivo e ingrato, in mezzo agli agnelli.

E subito mi rispondevo che ero lì per consegnare un messaggio, sicuramente il mio messaggio, non quello di Dio. 

Ma non era vero. L'ho capito solo ora: non era quello il motivo.

Continuavo a ripetere mentalmente la frase che mi ero preparata a tavolino, da brava studiosa di comunicazione. Una frase provata e riprovata nella mia testa, per evitare che l’emozione eventuale potesse bloccare la memoria. E più Francesco si avvicinava, più mi stupivo di non sentire nulla nascere dentro di me, se non un senso di distacco dato da quel pensiero martellante: “Io non sono come loro. Io non sarò mai come loro.” 

Poi è arrivato Francesco. 

Le persone intorno sono sparite e quando mi ha guardato, mi sono ricordata il pezzo della catechesi appena pronunciato da Lui. Perché io non credo, ma ascolto. E Lui aveva appena insegnato a noi sposi le parole magiche del matrimonio: Permesso, per non essere invadenti nei confronti dell’altro; Grazie, per mostrare riconoscenza; “…e la più difficile di tutte: Scusa”. 
Così ho chiesto Permesso, prima di porgergli il mio libro. E poi, invece del bel discorso che mi ero preparata, ho enunciato a voce decisamente troppo, troppo alta: “Io non credo in Dio.” 

Una lunga pausa, mano nella mano di Francesco, occhi negli occhi. Il resto del discorso sembrava non importare più, nemmeno me lo ricordavo.

Il Papa ha aspettato, come se non potesse accettare che finisse così. Ho ripreso a parlare dopo quella che mi è sembrata un’eternità e la mia voce a quel punto aveva perso di forza, tremava: “… ma se dirai a tutti di abbattere le barriere architettoniche, io pregherò per te.” 

Mi ha abbracciato, baciato, continuava a ripetere “Grazie, grazie, grazie…” Come tutti gli uomini, credo che anche Lui abbia sentito alla fine solo quello che si aspettava di sentire, cioè “io pregherò per te”. 

Ho capito all'istante che la parte che credevo per me più importante, quella delle barriere architettoniche, non era passata. 

E non per colpa del Papa, ma perché solo in quel momento ho compreso che ero lì per un altro motivo: in fondo speravo di tornare sul “luogo del delitto” e ritrovare quella fede persa tanto tempo fa, a Lourdes. 
Non ho provato delusione, ma solo ammirazione, per il fatto che, nonostante tanta folla, Francesco mi abbia dato tutto il tempo di finire quello che volevo dire, come se non avesse fretta di andarsene. Semmai ero io che avevo ansia di fare presto, per non disturbare oltre misura e togliere spazio a chi quell'incontro lo meritava molto, molto più di me.
E l’ho ringraziato. Lui ripeteva “Grazie” e io “Grazie a te.” Con quel grazie, ho messo così in pratica anche il Suo secondo insegnamento agli sposi, ed era un grazie sincero. 

Ora che sono qui invece, mi rammarico di non aver chiesto anche Scusa

Scusa, per non essere riuscita a tornare come il figliol prodigo. 
Scusa, per aver fatto un viaggio tanto lungo per riavvicinarmi alla casa del Padre, solo per capire proprio davanti alla soglia che non ero pronta a tornare.

Tutti mi hanno poi chiesto di descrivere l’emozione provata in questo incontro. Ho letto nei loro occhi un’aspettativa e una gioia che io non ho provato con l’intensità che si conviene in questi casi. Ho addirittura pensato di provare a fingere un pochino, per non sembrare la solita stronza ingrata e snob. 

Ma la verità è che questo incontro-non incontro mi è servito, ma non mi ha cambiato tanto quanto quello con alcune persone eccezionali e meravigliose conosciute in questi giorni e di cui vi parlerò appena sarò in grado di sopportare la nostalgia. 

Perché tanto mi hanno intristito le persone che si rivolgevano a Francesco come ho visto fare solo con le pop star, incapaci di un incontro vero. Ma la verità è che nemmeno io sono stata capace di quell’incontro vero con l’altro, troppo presa da ciò che volevo dire, commettendo lo stesso errore che rimprovero spesso ai miei tesisti: così presi dall’ansia di finire il discorso preconfezionato da non riuscire a preoccuparsi di essere ascoltati e compresi davvero. 
Nonostante la Sua disponibilità, io ho sentito che il messaggio sulle barriere non è arrivato dall’altra parte. Io mi ricorderò di lui, perché è inevitabile. Ma l'incontro vero richiede che ci si ricordi l'uno dell'altro. 

Chiedo scusa per aver deluso tanti, che infondo si aspettavano da me un riconoscimento di quella fede inconsapevole che spesso mi viene attribuita, nonostante ciò che continuo a dire. 

"Signore, non sono degna di partecipare alla Tua mensa, ma dì soltanto una parola, e io sarò salvata." Sono sempre state queste le parole che più sentivo di ogni Messa.

Ma o il Signore continua a tacere, o io sono sorda come una campana.
Non escludo che un giorno non ritroverò la fede, ma se mai accadrà, sicuramente non sarà in un luogo di culto.