mercoledì 9 aprile 2014

Per chi voleva vedermi nuda

Quando mi invitano per presentare “Mi girano le ruote”, parto sempre con la convinzione di voler lasciare qualcosa a qualcuno: un'esperienza di vita (la mia), qualche riflessione, magari un sorriso o due. 

Spesso poi capita che mi porti via molto più di quello che ho lasciato.

A Massafra, per esempio, ho trovato dei nuovi Amici. Certo, “amici” ne trovo almeno dieci nuovi ogni giorno, su Facebook. Ma la vita vera che sta dietro l'ironia del mio libro, non si può condividere con chiunque. 
Come tutti gli asociali, so essere molto socievole. Ascolto tutti, eppure mi ci vogliono talvolta anni per mostrare a qualcuno il mio "lato oscuro" - che non è quello stronzo - sempre in bella vista. 
Dall'altro lato ci sono le affinità elettive: più uniche che rare.
Quando ti dicono che verrà a prenderti all'aeroporto il Presidente della Proloco, ti innervosisci per aver padellato di salsa l'unica giacca buona e ti aspetti di doverti giustificare con un mezzo politico, mica un Raffaele Zanframundo e consorte. Non avrei scommesso un cent sulla probabilità che meno di tre ore dopo mi sarei sentita così in confidenza da permettere a Claudia di lavarmela, quella giacca.

Con Claudia e Raffaele è stato amore a prima vista: abbiamo parlato ti tutto, sin dal viaggio in auto dall'aeroporto di Taranto a Massafra. E' difficile saper cosa dire a degli estranei, eppure ogni volta che alzavo gli occhi dalla conversazione, scoprivo che erano passate ore e che ancora non avevo voglia di lasciarli. Ciò nonostante lo sgroppino del nonno, che in altre condizioni mi avrebbe cioncato secca sul posto. Due persone che hanno vissuto situazioni forti e difficili, ma che le hanno condivise con serenità, quasi come una cosa leggera, non perchè non ne avessero sofferto, ma perchè non hanno permesso alla sofferenza di abbruttirli. 
Quasi ogni giorno le persone mi parlano dei momenti difficili che hanno attraversato, ma è la prima volta che ascolto qualcuno capace di raccontarsi senza lasciar calare un ombra sui propri occhi. 

La capacità di raccontare ciò che è stato, non per riversartelo addosso in un fiume di rabbia, dolore e rimpianto, ma per condividere la propria vita, senza lasciartene il peso sulle spalle.

E poi, quando parlavano della propria città e me la mostravano persino nel cuore della notte, come se potessi vedere davvero nel buio qualcosa che stava a 3 chilometri... e scoprivo di vedere tutto, con i loro occhi.

Non li vedo da sabato, eppure mi mancano ogni giorno, nonostante i messaggi e le telefonate, che arrivano sempre mentre mi dico: “Certo son stati gentili, ma Engy non è che adesso puoi fare la cozza e disturbarli quando ti gira!”

Ma in Puglia ho incontrato anche la musica. 
Un rapporto difficile il mio, con la musica, sin da quando a scuola ero l'unica a cui fosse stato fatto credere di non poter suonare uno strumento. E così, mi sono comportata come la volpe con l'uva: chissene frega di suonare, nemmeno mi ricordo come si leggono le note!

Poi un disabile “qualunque” mia ha dimostrato che per suonare bastano poche dita (nemmeno tutte), un po' di fiato in corpo e, soprattutto, l'anima.

Nel caso dell'incontro con Vincenzo Deluci, lo scambio non è stato affatto equo. Lui mi ha dato la sua musica e in cambio si è fregato il mio cuore. Il punto è che credo non se ne sia nemmeno accorto, lo stronzo! ;)

Ma partiamo dall'inizio, con una confessione: anche i disabili hanno dei pregiudizi sugli altri disabili. 

Io, per esempio, sono sempre stata convinta che un disabile “di nascita” fosse più professionale di questi parvenu post-incidente. Insomma, non sono mai stata politicamente corretta nei confonti dei normodotati e non intendo esserlo ora che parlo di disabili. Se nasci con un handicap, hai più tempo per fartene una ragione. Nell'adolescenza quasi nessuno combina una cacchio, salvo crogiolarsi nelle proprie disgrazie, siano esse sedie a rotelle o brufoli. Se tutto va bene, superato il picco ormonale, inizi a riflettere su ciò che hai, più che su ciò che ti manca. Magari avverti invidia, per chi può fare cose a te precluse, ma non il senso di perdita di non poter più fare ciò che sapevi fare. Insomma, mi piacerebbe saper camminare, ma la verità è che rotolare alla fine, per me, è la stessa cosa: mi sposto da A a B proprio come un bipede... beh, forse più velocemente. 
Poi ho incontrato Vincenzo, qualcuno che aveva imparato a suonare la tromba sin dagli otto anni e che, a causa di un incidente, ha dovuto e soprattutto VOLUTO imparare a suonarla in modo completamente diverso.
La sera in cui sono andata a presentare il mio libro a Fasano, con il gruppo di AccordiAbili, ho convinto Vincenzo a suonare qualcosa per me. Solo ora mi rendo conto di quanto sia stata superficiale io e coraggioso lui. Ha accettato di suonare senza riscaldamento.
Non sono un'esperta di musica, ma mi piace considerarmi una “collezionista di anime”. Ogni anima ha il suo prezzo, ma a differenza del Diavolo, quando me le mostrano, poi le rendo, più leggere di prima se riesco. Per riuscire a intravedere l'anima di qualcuno però, spesso servono fiumi di parole, fatica e sofferenza, comunque inutili se non si trova il coraggio di esporsi al giudizio altrui.

Vincenzo ha suonato per me.

E ha suonato dei brani conosciuti da tutti: il genere di brano in cui sai esattamente che nota aspettarti in ogni momento. Ma nella prima fase, senza riscaldamento, non tutte le note uscivano come erano scritte. Si avvertivano, per una frazione di secondo, lo sforzo e la frustrazione di non poter arrivare a quella nota. 
Io mi sarei fermata. 
Io del resto sono quella che dipinge e non tollera di vedere per casa nemmeno uno dei propri quadri imperfetti, figuriamoci esibirli al mondo. 
Vincenzo invece ha preso al volo ogni possibile “errore” e ha creato una variante. Ha trasformato un brano inflazionato, in un gesto geniale e unico. In ogni nota non suonata come da manuale, ho sentito l'anima di chi stava suonando, un'anima capace di gridare al mondo: IO NON MI ARRENDO, IO NON MI FERMO! Un'anima consapevole del limite imposto dal corpo, ma capace di far nascere da questo limite qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.
Vincenzo è sicuramente stato un grande musicista prima dell'incidente, ma ora è di più. Senza dolore e senza limiti, non si può diventare così grandi. E la grandezza, per me, sta nel raccontare la propria storia vera: non quella che ci raccontiamo o quella che vorremmo far passare agli altri. Se l'Arte è prendere un pezzo della propria anima e metterla sotto gli occhi di tutti, Vincenzo è un vero artista, laddove io sono e sempre sarò solo, eventualmente, una brava scrittrice. Perchè io lascio intravedere le cose, ma solo dagli spiragli di una corazza ben salda e stando sempre bene attenta a  mostrare unicamente ciò che voglio.
Quella sera ho riso e scherzato, come se non fosse una presentazione diversa dalle altre. Ma se c'è una cosa che Vincenzo mi ha insegnato, è che io ho perso troppo tempo a cercare di dimostrare di essere come gli altri, quando avrei dovuto essere me stessa sin dall'inizio. 
Lui ci è arrivato in meno anni della disabile dal sangue blu, che sono io.
Se volete sapere ciò che il mio libro non dice sulla disabilità, ascoltate “Si addormenta e vola” di Camillo Pace e Vincenzo Deluci: così onesta, io non lo sarò mai, neppure con me stessa.

E scusate se quest'ultima parte non è scritta con la solita ironia, ma l'ironia infondo è solo una corazza e io oggi non avevo voglia di vestirmi.