mercoledì 9 settembre 2015

Dio benedica l'America e maledica Pisapia

Domani ricomincio a lavorare. Yeah.
Scusate se non salto per l'entusiasmo ma, pure volendo, l'apparato locomotore non lo consentirebbe.
Tra l'altro sono appena tornata da un Paese civile e mi sono giusto un filino vorticate le gonadi stamattina, quando ho dovuto fare tre telefonate e mandare due mail per prendere dei trasporti accessibili, ben sapendo che mica è detto comunque che le pedane funzioneranno, vero Trenord? Che cavolo te ne farai poi delle mie prescrizioni... mica ci puoi comprare la droga in farmacia eh! Oddio, forse sì in effetti, visti i risultati...

Comunque, partiamo dall'inizio.

C'era una volta, e c'è ancora, un Paese molto molto lontano, tipo quasi dodici ore di volo. 
Il viaggio per raggiungere questo luogo è arduo e periglioso e richiede di affrontare delle prove di resistenza e coraggio... come trattenere la pipì per tutto il tempo o litigare in slang semi-sconosciuti con chi ha lanciato in stiva la sedia a rotelle stile molotov, con gli stessi identici risultati. 
Non vi nasconderò che lungo la strada si incontrano sempre delle difficoltà ed episodi imbarazzanti, per esempio quando, dopo dodici ore di volo, non si trovano gli addetti per farti scendere dall'aereo e sussurri discretamente all'orecchio della hostess che stai trattenendo la pipì da tempo immemore e dove cazzo sono quelli con la tua carrozzina?! E la hostess, altrettanto discretamente, si allontana per informarsi, parla con lo Steward, col Vicecomandante, col Comandante, col Responsabile della Sicurezza... e da come sgranano gli occhi guardandoti, capisci benissimo che lei gli stai dicendo che tu te la stai per fare addosso sul loro aereo... vi assicuro che non è per nulla imbarazzante. Il Comandante in persona allora prende il telefono rosso, si gira di schiena e bisbiglia qualcosa all'interlocutore, tipo: "Huston, abbiamo un problema!" Quindici lunghissimi minuti dopo, finalmente ti tirano giù e solo a quel punto scopri i danni alla tua carrozzina. Vorresti inveire subito, ma due fattori te lo impediscono: la vescica e il carente vocabolario d'insulti in lingua inglese. Ci sono delle priorità nella vita e un Magnum difficilmente rientra tra queste, a meno che non serva a tappare l'uretra. Così, prima cerchi un bagno, scoprendo che sono accessibili, ma che devi farla pianissimo, perché in America i water hanno l'acqua a pelo figa e se dai libero sfogo alla patata, ti schizzi tutta. Dopo tutte quelle ore di ritenzione, farla piano, piano, piano... Kegel sarebbe stato fiero di me! Fortunatamente, liberatisi del peso in eccesso, si può finalmente andare all'uscita, farsi perquisire e toccare in luoghi ove manco il consorte accede senza preliminari, sottoporsi a test anti-droga e quel che è peggio, spiegare a gesti, i rischi sanitari e d'impatto ambientale connessi all'estrarre un piede equino gonfio da una scarpa in cui è stato rinchiuso per quasi venti ore complessive. Poi le impronte... dopo la fatica fatta per prenderne quella del pollice (l'aggeggio per la rilevazione ovviamente è ad altezza normodotato), la guardia stabilisce che le altre nove devono essere identiche alla prima. Marito invece è meno fortunato e deve passarsi ben dieci dita, oltre a superare il misunderstanding della foto. Credo che avrei pure potuto tradurgli le indicazioni, ma era troppo buffo vedere il suo occhio appiccicato all'obiettivo rotondo, mentre l'ufficiale di dogana continuava a ripetergli di arretrare, che era solo una fotografia, non un retina-scan, come gli avevo raccontato sull'aereo. La frase del secolo è stata: "Sir, we are not so sofisticated. It's just a photo!" In ogni avventura ben scritta ci vuole almeno un episodio comico no? In effetti ce ne sono stati diversi altri, ma non sono mica scema che vi racconto le mie di gaffes.
Finito di sfotterlo (si fa per dire: credo che per questo lo sfotterò a vita), dritti all'ufficio reclami, ove hanno un catalogo che rappresenta le varie parti di differenti modelli di sedie a rotelle, ove tu puoi indicare le aree che ti hanno danneggiato. Come dire che sfasciare una carrozzina caricandola su un aereo è un'eventualità così remota da aver pronto l'almanacco completo dei danneggiamenti possibili. Non mi sono nemmeno incazzata... forse perché la carrozzina rotta mica era mia, ma di mio fratello.
Ecco, date le premesse, non è che fossi proprio ben predisposta verso gli USA... Giuro che ho tenuto il muso a quel Paese per tutto il tempo di cui ne sono stata capace. Quindi, mentre ora vi parlerò delle sue meraviglie, ben capirete che non le decanto mica con le fette di cheddar sugli occhi.

Partiamo dalla prima delle grandi meraviglie: i marciapiedi. Sembra una banalità, ma andate a spiegarlo a Pisapia che un marciapiede dovrebbe essere liscio, ampio, sgombro da macchine e avere gli scivoli. Non uno ogni tanto eh, ma tutti. 

Ecco un confronto Milano - San Francisco

Tipico marciapiede di San Francisco.
Marciapiede Milanese. Ovvero il marciapiede imbruttito.











Dopo diverse ore in cui fluttui sull'asfalto liscia come l'olio, senza scossoni, scalini e buche, gradualmente ti accorgi che intorno a te c'è un mondo di negozi, persone, palazzi e insegne. Suppongo ci sia pure a Milano, ma non posso saperlo con certezza, perché generalmente guardo per terra, mica di finire in una voragine, oppure scruto l'orizzonte, in cerca di eventuali scivoli per scendere. Salvo scoprire che devo sempre scendere duecento metri prima, esattamente da dove sono salita, e farmi la strada sulla carreggiata, in mezzo alle auto strombazzanti.
Potendo invece guardare altrove, ho iniziato a vedere i negozi. Ne ho visto uno senza scalino in ingresso e sono entrata eccitata. Poi ne ho visto un altro, un altro e altri ancora... e ad accorgersi che tutti gli shop sono accessibili è il mio conto in banca, molto prima di me. Non solo: ogni negozio di abbigliamento aveva il camerino prova disabili! Altro che moda italiana: adesso sfoggerò un guardaroba del tutto americano! Al made in Italy fatto in Cina, preferisco in made in USA che posso provare in negozio e che spesso è proprio fatto in USA. 
Perché, diciamocelo, gli americani sanno vendere e hanno ben capito che i soldi dei disabili valgono quanto quelli dei bipedi e sono prontissimi a riscuoterli. Ma mica solo in America a ben vedere. Pure ad Amsterdam il Comune ha donato pedane ai negozi, mentre in Italia c'è chi si fa pagare la tassa sull'ombra a chi mette gli scivoli.
Devo dirvelo... pure i commessi sono molto più gentili e mica solo quelli di Tiffany.

Camerino accessibile con Marito della disabile preoccupato.
Ma fin qui tutto facile. Loro hanno più spazi, loro non hanno città davvero storiche, loro hanno fatto tutto nuovo... Di scuse all'Italia ne trovi... ma solo finché non ti fanno salire su un vecchio, obsoleto e inaccessibile tram di Milano. Cioè, non uno che gli somiglia, ma che dentro è iper-tecnologico, proprio un tram di Milano! Quelli che ti dicono che non hanno i soldi per cambiare e che appena sarà possibile saranno sostituiti via via da mezzi nuovi e accessibili. Ecco, alcuni li abbiamo venduti proprio a San Francisco. E sti stronzi che hanno fatto? Quando c'era spazio, hanno costruito delle fermate con lunghi scivoli, che portano la carrozzina ad altezza ingresso tram, ove poi il tranviere tira fuori una pedana manuale che collega marciapiede a tram. Dove non c'era spazio, hanno messo una piattaforma verticale: tu ci sali sopra, quella si alza e magicamente vieni portata all'altezza tram. Cioè, anni a farci dire da tutte le amministrazioni che i mezzi di Milano sono obsoleti e non è mica colpa loro se non possono renderli accessibili e sti deficienti di americani risolvono tutto con un po' di cemento e una lastra di allumino! E ci riciclano pure i mezzi! 

Per salire su un vecchio tram di Milano, ho dovuto venire a San Francisco.
Ora però so che è possibile... capito 
Pisapia?
Okay. Non sto a descrivervi il misto di rabbia e umiliazione che si prova nello scoprire che per tutta la vita ti hanno propinato delle scuse, quando in realtà le cose si potevano fare, pure a basso costo. Non si può in effetti descrivere a parole il dolore di capire di vivere in un Paese che potrebbe, ma non vuole essere accessibile.

Torniamo alle cose belle... tipo i cessi! Perché là ce ne sono sempre due, se non tre, per disabili. Uno nel bagno delle donne, uno in quello degli uomini e spesso un terzo, "per famiglie". Li chiamano restroom, non cessi, probabilmente perché sono puliti e la gente ci vuole restare, mica entrare in apnea, disinfettare quanto più possibile e urinare come Speedy Gonzales. I primi giorni facevo pipì ogni volta che vedevo un bagno disabili. Poi ho capito che sembravo un cane che alza la zampa ogni cinque metri e mi sono regolata, cercando di spiegare alla mia testa che esistono posti dove è normale che se c'è un bagno per bipedi ce ne sia uno pure per ruotati. Per la prima volta ho bevuto tutta l'acqua che volevo, quando volevo, senza preoccuparmi delle conseguenze. Date da bere ai disabili assetati, ma solo se state in un Paese civile, se no è cattiveria.
San Francisco in effetti è un po' in salita, ma farei cambio con Milano pure oggi. Los Angeles e New York invece... spargete lì le mie ceneri, mica che siano disabili pure loro.

Ma voi direte che però, come carattere, mentalità e attenzione per il prossimo, gli italiani sono meglio. Cercherò di essere più chiara possibile su questo punto: MANCO PER IL CAZZO! 
Non potevo accostarmi a meno di un metro da una porta, che almeno due sconosciuti me la aprivano.  Pure le porte automatiche. Se mi soffermavo a leggere una mappa o a guardare gli orari dei bus, mi chiedevano dove dovevo andare. Anche farsi i selfie era impossibile, che tutti si offrivano di scattarti una foto! E a proposito di bus: gli autisti si fermano sempre se vedono una sedia a rotelle, i passeggeri si alzano e fanno spazio al suono di "Wheelchair coming!" e, incredibile ma vero, la carrozzina viene sempre ancorata al pavimento, anche se sono due carrozzine e se ciò impegna un notevole dispendio di tempo ed energie. Di più... se il luogo in cui devi scendere è lungo la tratta, l'autista ti crea la fermata. Tutto questo col sorriso. Avevo letto sulla guida che a New York è educazione ringraziare l'autista quando si scende dal mezzo. Io sono arrivata al "God bless you!"

Gli americani avranno pure i loro difetti. La loro società non è sicuramente perfetta. Eppure, cari italiani, ogni volta che li criticate, dovreste ricordare che loro hanno costruito città a misura dei propri cittadini, pure quelli disabili, anziani o col pupo nel passeggino. Certi livelli di civiltà, noi possiamo solo sognarceli. Io ho dovuto creare una pagina per segnalare le cose accessibili in Italia! Vi rendete conto che questa esigenza sarebbe assolutamente incomprensibile a buona parte del mondo civile?!

Noi disabili italiani abbiamo finito col considerare normale incontrare delle difficoltà. 

Consideriamo normale non poter scendere da un marciapiede, non poter entrare in un negozio o portarci a casa gli abiti da provare, ringraziando pure. 
Consideriamo normale restare assetati per buona parte del giorno o chiedere a qualcuno di controllare il bagno prima di ordinare eventualmente una birra. 
Ringraziamo quando ci mettono a disposizione, forse, un treno, avvisando con almeno ventiquattro ore di anticipo. 
Siamo contenti di non poter usare gratis dei mezzi di trasporto che nel resto del mondo ci chiedono di pagare, visto che possiamo salirci come gli altri. 
Ci siamo abituati alla gente che guarda, mica per capire se hai bisogno, ma perché sei diverso. 
Ci siamo abituati a supplicare o litigare per qualcosa che dovrebbe essere già nostro.

Ci siamo rassegnati a sentire che mancano i soldi per diventare civili, sempre per colpa delle amministrazioni precedenti. 

Lancio un appello ai disabili italiani... per il loro benessere mentale.

Non abbiate paura di viaggiare. Non temete di andare lontano, anche se è difficile e costoso. 

Queste strade le conoscete. Possono forse farvi sentire sicuri, ma la verità è che siete sicuri solo di trovare le difficoltà, l'ottusità, le barriere architettoniche e mentali. 

E alla fine tutto questo risulta normale. Ma non lo è.
Non state bene: soffrite della sindrome di Stoccolma e avete imparato a vivere coi vostri aguzzini, pensando che loro siano il mondo!

Là fuori c'è un luogo non perfetto, ma molto vicino a quello che dovrebbe essere. 

Non abbiate paura di andare, perché quello che dovete temere sta qui, a casa vostra.

Solo in questi confini, si finisce per non credere più di poter cambiare la propria vita. L'unico modo per continuare, è toccare con mano una realtà che già esiste, non solo in America, ma anche poche miglia più in là del nostro piccolo, invivibile, microcosmo italico.

Quanto a me, so che ci vorranno diversi giorni prima che svanisca il sapore amaro del caffè italiano da questa bocca che ha assaporato la dolcezza dell'accessibilità, seppur per pochi giorni. 

Giusto oggi mi è arrivata la tessera IVOL agevolata (Io Viaggio Ovunque in Lombardia), dove mi si dice che, cit.: "...nonostante la difficile situazione economica", posso continuare a non pagare per usare dei trasporti perlopiù inaccessibili, avvisando comunque prima. Davvero? Posso andare ovunque riesca a salire, gratis. Cioè dove? Alla stazione di Gallarate, dove disabilitano gli ascensori la sera? O posso usare la metro? Il tram? Scendere ad una qualsiasi fermata del treno, pure non al centro di Milano? 

Ecco, magari se non mi mettete per iscritto le prese per il culo, mi incazzo meno.

Dio benedica l'America e maledica Pisapia, con tutti gli amministratori che lo hanno preceduto.