mercoledì 17 luglio 2013

Cuore e acciaio

La carrozzina elettrica.
Laddove voi vedete acciaio, plastica e grovigli di cavi, io vedo un cuore vivo e pulsante, arterie e muscoli che, la maggior parte delle volte, funzionano meglio dei miei.
 
La Natura è stata Matrigna per alcuni di noi, ma grazie al cielo abbiamo un Babbo Ingegnere niente male.
 
Questo lo dovete capire, perché troppo spesso è evidente che considerate i miei ausili niente più che giocattoloni inanimati, con un valore meramente monetario, peraltro ampiamente sottostimato. Anche volendo metterla sulla vile pecunia, ben pochi bipedi sono in grado di fare una stima verosimile. Che ci crediate o meno, molte carrozzine ad auto-spinta costano più della vostra utilitaria e, sfortunatamente, servono incredibilmente di più e durano molto meno.
Ma non voglio buttarla sul lato economico, perché non stiamo parlando di cose, non più di quanto possano essere considerate “cose” un braccio, una gamba,  un fegato o un polmone.
La carrozzina elettrica sono le mie gambe, la mia autonomia, la mia autostima, la mia vita.  
Vedi di ricordartelo, razza di orango decerebrato, quando carichi una sedia a rotelle nella stiva di un aereo, trattandola come fosse una valigia piena di abiti da lavare.
A parte il fatto che, da ieri sera, mi chiedo quale possa mai essere il quoziente intellettivo di una persona che vede uno strano oggetto di 112 kg., con  due batterie capaci di alimentare due furgoni e che si muove facilmente su quattro ruote e decide di scaricarlo dalla stiva mettendolo a testa in giù. No dico, perché? Sei forse un diretto discendente degli Atzechi, che disegnavano un sacco di cerchi e non hanno mai capito a che minchia servisse la ruota? Pensavi che la sedia a rotelle fosse uno strano pezzo del Tetris da incastrare tra una Samsonite e due Carpissa? Ce l’hai con me?
No, per sapere. Perché su un fanalino rotto si può soprassedere, ma poteva finire molto peggio, e tu nemmeno lo sai. Perché non è questione di principio, è questione che riparare una sedia a rotelle non è come mettere un gesso su quelle tue gambine pelose che ti spezzerei tanto volentieri.
Innanzi tutto, non c’è un pronto soccorso per sedie a rotelle: se non sei disposto o non puoi anticipare di tasca tua, c’è una pratica ASL. Che significa rinunciare a muoverti da sola per mesi. Ma mettiamo che puoi andare “privatamente”, se pensi che la visita a quello specialista del cervello che hai pagato 250 euri per farti dire che noi hai speranze sia caro, devi sapere che, nella migliore delle ipotesi, io arrivo a pagare 700 euro per un joystick rigenerato e devo aspettare che arrivi dalla tedeschia. Se si tratta dei motori, invece, ti assicuro che darei entrambe le mie bellissime quanto inutili gambe in ostaggio, per riavere subito la mia carrozzina funzionante sotto il culo.
Gli ospedali poi non chiudono nei mesi estivi, le rimesse di sedie a rotelle sì.
Conosco e so usare correttamente ogni più piccola componente della mia sedia a rotelle, non come te che ragioni col cazzo.  
So distinguere ogni suo rumore, armonica e vibrazione.
Per calmarmi, io non mi concentro sul battito del cuore, ma sul rassicurante bi-bip del joystick che si accende e sul suono in crescendo prodotto dall’accelerazione.
Quando qualcosa non va, io lo sento, proprio come quando tu sperimenti quel senso di malavoglia: non sapresti ancora identificare i sintomi, eppure lo sai che qualcosa nel tuo corpo non sta funzionando come dovrebbe! (N.d.r.: è la testa)
Lei non è una macchina, lei è me! E la sua centralina funziona molto meglio dei due neuroni rincoglioniti che tieni in quella capa!

Sì, ce l’ho ancora con te, scaricatore della SEA che tratti le sedie a rotelle senza il rispetto che meritano. Sei stanco, insoddisfatto della vita, sottopagato e bistrattato dai tuoi superiori? Anche la mia sedia a rotelle lavora dall’alba a notte inoltrata, senza orari, senza ferie e baciandomi il culo ogni volta che mi vede, il tutto per una manciata di elettroni ingurgitati nottetempo, mentre io me la ronfo. Eppure, quando mi pianta in asso, di solito è perché incontra gente come te negli aeroporti.
Non so se tutto questo discorso ti abbia fatto capire qualcosa … a dire il vero non so nemmeno se sai leggere. Scusa, non è per pregiudizio, ma il sospetto viene se sei il tipo che mette le ruote di un veicolo in alto, anziché adese al pavimento. Mi spiace a questo punto aver speso una fortuna in alimentatori al gel, perché gente come te merita di essere sciolta nell’acido delle batterie che ha messo sotto-sopra.
Hai mai pensato che se tieni una vita di merda è colpa di tutte le maledizioni che gente come me ti manda quotidianamente? Riflettici: alcuni di noi hanno un sacco di tempo per pregare e ti assicuro che se dovessero scegliere tra la loro guarigione e la tua disgrazia, il dilemma sarebbe forte.
Comunque, se questa mia dovesse giungere alle tue orecchie, sappi che se mai ti incontrerò per strada, sarà mia premura farti ottenere la pensione d’invalidità, senza frodare lo Stato.
E a voi, che nulla avete a che spartire con un addetto carico-scarico della SEA e che considerate forse eccessiva questa pagina, chiedo solo una cosa:
portereste in vacanza con voi le vostre gambe, se sapeste che probabilmente sull’aereo ve le spezzeranno?

lunedì 1 luglio 2013

Non sono mica un cantiere!

Non è educato fissare le persone.
I disabili sono persone.
Non è educato fissare i disabili.

E scusate se ho scomodato Aristotele, ma io non so più come farvelo capire.

Lo so che non se ne vedono tanti di handicappati in giro - cosa che per inciso, è colpa vostra – ma fissare la gente è maleducazione, anche nel caso di gente strana come me.
E non ci sono eccezioni alla regola.

Non m’interessa se avete un cugino di terzo grado in sedia a rotelle e io ve lo ricordo tanto.

Non m’importa se avete fatto la guerra del ’15-’18 e, pur tra tanti orrori, vi mancava proprio lo spettacolo dei miei piedi storti.

Me ne frego se quando eravate piccoli voi, si andava a prendere l’acqua al fiume e non riuscite a non rimanere abbagliati come leprotti davanti ai fari della mia Otto Bock. Piuttosto ricordate che spesso ai leprotti, in simili frangenti, accadono cose spiacevoli.

Ora vi spiego per l’ultima volta due o tre cosette che mi par di avere già ribadito fin troppe volte.
So che è difficile concentrarsi con tutto quel sangue che va verso i muscoli anziché al cervello, ma provateci. 

Facciamo un breve ripassino:

 1)  “Vedere ma non toccare” è un detto che va bene per gli oggetti inanimati. Se proprio sentite il bisogno irrefrenabile di fissare intensamente una persona menomata, andate al Van Gogh Museum: chi ha orecchie per intendere …
 2)  Anche se si muovono poco, i disabili non rientrano nella categoria "oggetti inanimati".
 3)  Protesi, carrozzine, girelli, stampelle ed uncini, pur essendo oggetti inanimati, sono attaccati ad un soggetto animato e vanno considerati estensione del medesimo. Pertanto, per la proprietà transitiva, godono delle stesse regole dell’educazione applicabili agli esseri umani, anche perchè alcuni ausili sono più senzienti di voi.
 4)  E’ da considerarsi “fissare” anche la ripetuta messa a fuoco con repentino distoglimento dello sguardo, a meno che, contemporaneamente, non gridiate “ bubusettete!”.
 5)  Se a fissarmi è il piccolo frutto dei vostri lombi, non serve che gli diate una sberla la prima volta: dagliela solo se, dopo una serena spiegazione, si mostra recidivo. Se non ve la sentite, gliela do io: intendo la spiegazione. 
 6)   Se indossate dei leggings leopardati sopra un paio di Hogan con borchie d’acciaio e lapislazzuli di plastica o una maglietta Hawaiana cachi che non indosserebbe nemmeno Magum P.I. dopo una sbronza, se volete vedere qualcosa di veramente brutto, non fissate il disabile davanti a voi, guardatevi allo specchio prima di uscire di casa.
 7)  Anche se fan finta di nulla, i disabili si accorgono che li state fissando, pure quelli ciechi. E se non se ne accorgono loro, se ne accorge il cane guida, che è peggio.
 8)  Anche se non sembrano infastiditi dal vostro sguardo da pesce palla, i disabili sono creature fragili, specie nel loro intimo, tipo i coglioni.
 9)  Se continuate a fissare i disabili, qualcuno v’infilerà una trave nell’occhio. Nel Vangelo mica lo spiegano come ci finiscano le travi negli occhi, ma sono abbastanza certa che c’entri il non farsi gli affari propri.
 10) Se sui mezzi pubblici non sapete come passare il tempo, invece di fissare il disabile, prendete un libro, magari uno di quelli pieni di figure, da cui si possono imparare un sacco di cose, tipo farsi i cazzi propri.
 11) C’è un App per cellulari che segnala i cantieri aperti: gli operai li pagano apposta per essere fissati e ricevere consigli da gente come voi.  Davvero. Se si lamentano, ricordate al tizio col martello pneumatico che avete tutto il diritto di fissarlo e di criticare il suo lavoro.

Quando mia mamma mi ha insegnato a non rispondere maleducatamente alle persone, probabilmente non aveva previsto che così tanta gente ignorasse le più banali norme di comportamento.
Finora ho sopportato, non sempre esattamente in silenzio.

Ma da oggi la musica cambia. Non mi limiterò a lanciare sguardi alla Clint Eastwood o a sottolineare i deficit cognitivi dei fissatori compulsivi, che tanto non capiscono le mie sottili freddure. Se voi potete fissarmi per tutto il tempo che vi va, do per scontato che della privacy non ve le freghi un tubo, quindi vi posso fotografare e mettere la vostra faccia da primate ebete online. Magari con una bella didascalia esplicativa, tipo: “Esemplare di Homo Ficcanasus fotografato mentre fissa da ore un disabile, incurante dei predatori che gli stanno sfilando il portafogli dalla borsa”.

Essere curiosi è bello, manifestarlo non sempre.

Se ancora le mie parole non vi hanno convinto, vi ricordo il vecchio adagio che recita: “La curiosità uccise il gatto”.
Ora dite “miao”.


venerdì 21 giugno 2013

Disabile in cerca di parcheggio? Devi essere: intelligente, sveglio, alto


Anche i fratellini di Engy, nel loro piccolo, s'incazzano...

Cara Redazione di VareseNews, sono Simone e mi conoscete bene. Nella vita ho avuto tre grandi sfortune: ho un tesserino da pubblicista, faccio il pendolare da Cairate a Milano e, delle tre la meno drammatica, sono un portatore d'handicap su sedia a rotelle. 

Ogni giorno prendo un treno per andare a Milano e molto spesso mi trovo a dover prendere il Malpensa Express, per la tratta Malpensa-Cadorna. Sì, lo so, per una persona che vive a Cairate ci sono treni molto più comodi, ma quando faccio gli "straordinari" e torno a casa dopo le 21, il Malpensa Express è l'unico treno accessibile disponibile nella modernissima Lombardia.

Dato che mi piace lavorare, a volte finisco più tardi del solito e mi trovo spesso a prendere il treno da o per Malpensa. Oggi voglio raccontarvi l'affascinante test d'abilità che ogni disabile deve affrontare per parcheggiare un'auto e prendere il Malpensa Express.

- Non credere di poter parcheggiare dove vuoi. Se non vuoi farti scaricare al volo al parcheggio breve sosta devi parcheggiare nei posti per disabili al parcheggio APCOA, e sfido chiunque a capire facilmente dove siano. Io ci ho messo due mesi e non sarò Einstein ma una laurea me la sono anche presa, quindi almeno all'intelligenza media penso di arrivarci. I cartelli sono quelli che sono (cioè poco visibili) le modalità di "concorso" sono scritte in legalese e le indicazioni all'interno dell'aeroporto sono praticamente nulle. 

- Quando torni con il treno e vuoi ritirare la tua auto, non puoi mica uscire come sei entrato. No. Devi andare al punto pagamenti APCOA e devi consegnare: il tagliando disabili e la tua carta d'identità. Ora immaginate mio padre: mi accompagna in stazione ma poi non può uscire, perché la mia carta d'identità ce l'ho io e me la porto a Milano. Secondo APCOA lo dovrei portare via con me, oppure farmi lasciare in mezzo alla strada e non parcheggiare. 

- Voi dite: lascia a tuo padre una fotocopia della tua carta d'identità. No, perché APCOA vuole anche due firme del portatore d'handicap. Non una, due. Firme che, tra l'altro, devo fare sulle ginocchia perché la biglietteria di APCOA mi vede a malapena dal naso in su, dato che è ben più alta di una sedia a rotelle. Ma non ci formalizziamo. 

 È finita? No, affatto. Adesso c'è una grande novità che rende il gioco ancor più divertente. Mercoledì sera mi hanno chiesto una cosa in più: serve anche la carta di imbarco.  Stupito dalla novità e, incomprensibilmente, anche un pochino seccato, chiedo chiarimenti. "Siamo spiacenti, il nuovo regolamento chiede anche la carta di imbarco", mi dice l'addetto indicandomi un foglietto storto attaccato con lo scotch a un muro dietro la sua testa. Sarà perché sono basso ma io quel foglietto mica l'ho visto e non sono proprio sicuro che fuori dal parcheggio ci fossero manifesti su questa grande novità (ma, voglio dire, a malapena si capisce dove siano i parcheggi, cosa vuoi pretendere?). Dopo qualche minuto di discussione e, lo ammetto, dopo aver fatto scivolare inavvertitamente il tesserino da pubblicista, mi viene detto: "Ah, allora basta il biglietto del treno". I disabili non pagano il biglietto del treno, quindi non ce l'ho. Mi viene un colpo di genio e rilancio con una Tessera Regionale di Circolazione per i Disabili che tiro fuori impolverata dalla giacca (sarà strano, ma in vita mia nessuno aveva mai osato chiedermela). Alla fine me la sono cavata ma, lasciatemelo dire, non è stato piacevole.

Il problema non è non pagare, ma pare che il parcheggio sia un mio diritto, almeno fino a quando non ci saranno navette accessibili per parcheggiare altrove. Non capisco perché APCOA ora chieda anche la carta d'imbarco: vorranno assicurarsi che io abbia viaggiato bene? Si offrono volontari a prendermi le valigie? Hanno paura che i disabili vogliano arricchirsi segretamente prestandosi come lasciapassare umani ai viaggiatori di Malpensa? Mistero. 
Il parcheggio è solo per disabili che "volano"? Quindi chi prende il treno dove deve parcheggiare? 

Al di là di questa novità della carta d'imbarco, che tra l'altro gradirei venisse comunicata meglio e estesa esplicitamente al servizio di treni, mi chiedo se sia davvero necessario complicare la vita ai portatori d'handicap con tutta questa burocrazia. Tre documenti e due firme, manco avessi vinto la lotteria. C'è chi è costretto a parcheggiare lì tutti i giorni: pensate, è come dover fare la fila alle Poste ogni volta che tornate a casa dal lavoro. 

Sono sicuro che domani APCOA si scuserà e mi dirà che purtroppo è necessario fare così o che non è colpa loro. O che sono matto e tutto questo non è mai accaduto. Le scuse le rifiuto in anticipo, sono un utente non un amico, me ne faccio poco delle scuse. Che sia necessario non posso negarlo con certezza, ma sono stato in paesi più evoluti (tipo Germania, Francia, Stati Uniti, Canada… il modernissimo Egitto!) e non ho mai trovato modalità di parcheggio più complesse. Ma avete ragione, scusatemi, siamo in Malpensa mica in un grande aeroporto europeo. Più che le scuse mi aspetto solo modalità di parcheggio più semplici e chiare: volete fare una tessera ai disabili? Volete accontentarvi del tesserino che dice già tutto e che funziona in qualunque altro parcheggio italiano? Volete mandarli in un altro parcheggio? Volete mandarli a casa? Fate qualunque cosa, perché così, al momento, siete solo imbarazzanti.

Un utente affezionato (non del Malpensa Express o di APCOA, ma di VareseNews)

http://www3.varesenews.it/comunita/lettere_al_direttore/disabile-in-cerca-di-parcheggio-devi-essere-intelligente-sveglio-alto-266178.html

sabato 15 giugno 2013

Chi disabile si fa, il lupo se lo mangia

Molti disabili non sanno stare al mondo e la disabilità, ahinoi, spesso c'entra solo in parte. 
Di solito c'entrano di più dei genitori iperprotettivi, mancanza di fiducia e autostima.

Partiamo da mamma e papà. 
Innanzi tutto sono contraria a definire "iperprotettivi" quei genitori che mettono i figli sotto una campana di vetro, si sostituiscono in tutto e per tutto e cercano di evitare loro ogni possibile problema e disagio emotivo. Questi non sono genitori iperprotettivi, perché non insegnare ai figli a cavarsela da soli, significa non proteggerli dal futuro. La vita è piena di problemi e disagi emotivi, ma non credo che vivere sotto una campana di vetro sia molto meglio. 

Proteggere tuo figlio da tutto e tutti, fare al posto suo, evitare che affronti le cose della vita in prima persona, tra l'altro, significa una sola cosa: non credi che tuo figlio possa farcela.

I genitori sono il nostro specchio: come puoi vederti forte, coraggioso e bello, se mamma e papà pensano che tu sia il gobbo di Notre Dame? 
Certo, indubbiamente la vita ti fornisce poi altri specchi, ma la strada verso l'autostima a quel punto è tutta in salita.

Non so quante volte ho avuto paura di provare: addentrarmi da sola in paese con una carrozzina elettrica, iscrivermi a un'università a due ore da casa, salire su un aereo per l'America e dipendere per tutta la vacanza da persone conosciute il giorno stesso, girare il mondo con una sola amica o un solo fidanzato, cambiare lavoro e usare da sola un treno che ogni giorno mi porta a chilometri di distanza dalle persone che possono aiutarmi. 

Ho avuto paura di cominciare tutte le cose più belle della mia vita.

Ogni volta ho pensato di fermarmi e ogni volta mia madre mi diceva: "Sai che a me le storie non vanno. Lo fanno tutti, puoi farlo anche tu. Puoi morire? No. Tutto il resto si risolve in qualche modo. Non stai mica andando in guerra!"

Il bello è che, se mi avessero mai proposto di andare in guerra, la sua risposta probabilmente sarebbe stata: "Ma se ci vanno tutti in guerra e non è mai morto nessuno!"

Se ci crede lei, io non posso non crederci, anche quando mi sforzo di farmi prendere dai patemi.

Giorno dopo giorno, quando ho paura, mi chiedo qual sia la cosa peggiore che mi possa capitare provando. Se tra le opzioni, la morte risulta improbabile, la faccio.

Dopo tante esperienze, mi son sempre pentita solo di quelle non tentate.

Ma soprattutto, mamma non ha mai fatto il "lavoro sporco" al posto mio, quando avevo l'età e le competenze per farlo.

"I bambini mi prendono in giro."
"Ce l'hai la lingua? Usala."

"Non posso andare alla partita di basket con gli altri, perché il palazzetto non è accessibile."
"Ti hanno insegnato a scrivere? Manda un reclamo."

"Da settimane non funziona la pedana del treno."
"Sai rompere i coglioni? Ma che te lo chiedo a fare ..."

Ma a quanto pare, i miei genitori sono delle mosche bianche. Pare che la prassi comune sia considerare i propri figli disabili (e a volte non solo quelli), come creature malriuscite e sventurate, che possono stare in questo mondo solo finché ci saranno mamma e papà o grazie alla compassione altrui. 
Da quel che vedo, spesso le usanze di allevamento consistono nel trasmettere ai figli l'idea che non si deve alzare troppo la voce, perché ciò che ti viene dato è "un favore" e non un diritto e, magari, se chiedi di più, finisce che ti tolgono anche il poco che hai.

Ora, non sono mica Giovanna D'Arco e sicuramente non son qui a guidare folle di persone su sedia a rotelle in battaglia. Probabilmente lascerei i disabili con scarsa autostima nel loro brodo, se non fosse per il fatto che proprio la loro rassegnazione e la loro scarsa autostima rovina anche la mia di vita.

E sì, perché ogni volta che cerco di fare qualcosa per migliorare la vita mia e della specie "Homo Rotolans", salta sempre fuori il solito discorso:

"Guardi che è solo lei che si lamenta. Tutti gli altri non hanno mai sollevato problemi."

Il punto è che spesso "tutti gli altri" nemmeno ci provano.
"Tutti gli altri" stanno a casa, con mamma e papà, perché hanno rinunciato senza nemmeno provare.
"Tutti gli altri" nemmeno s'incazzano perché li sto insultando e a me piacerebbe lo facessero, dimostrando almeno di essere ancora vivi.

Il problema è che "tutti gli altri" si meritano di vivere in un paese incivile, dove le persone vengono discriminate solo per il fatto che per andare da A a B usano quattro ruote, un girello o un bastone, anziché due gambe.

Io però non me lo merito.
Quindi, vedete di darvi una svegliata, altrimenti non siete affatto meglio dei politici che negano i fondi per l'assistenza domiciliare.

Di che avete paura esattamente?
Temete che vi tolgano cosa, che non avete praticamente un cazzo?

I trasporti, l'assistenza, l'accessibilità ai locali? O voi vivete in un Paese diverso dal mio, oppure non mi è affatto chiaro cosa temete vi tolgano. L'assegno di accompagnamento? Guardate che ve lo stanno già portando via, perché tanto chi non reclama vuol dire che sta bene.

Tutti che poi si lamentano con me di problemi e discriminazioni, ma che non hanno il coraggio di firmare un esposto all'Amministrazione per chiedere un servizio di trasporto migliore. 

"Infondo, non sono mica obbligati a darci il trasporto. Se facciamo casino, magari ci toglono anche quello che c'è."

Io lo so qual è il problema: vi hanno insegnato che sono meglio 1000 giorni da pecora che uno da leone, ma nessuno vi ha mai detto che se ne posso pure avere 2000 da volpe.

Io è una vita che aspetto che mi licenzino dal lavoro perché pretendo di poterlo svolgere con le pari opportunità date agli altri. Nessuno mi ha però mai minacciato di togliermi quello che ho per il semplice fatto di aver richiesto qualcosa che è un diritto sancito. Ho un sacco di amici avvocati e giornalisti che, sotto sotto, sperano che un giorno accada qualcosa di simile. Persino il mio editor lo spera.

Eppure, minacce che ad altri vengono fatte intendere in modo più o meno velato, non mi sono mai state rivolte. 

Sarà fortuna, o sa ra che chi disabile si fa, il lupo se lo mangia.

martedì 28 maggio 2013

AAA Dio cercasi

Il mio più grande handicap credo sia quello di essere nata con un profondo senso dell’ingiustizia.

Eh sì, ho proprio scritto “dell’ingiustizia”, perché non ho la presunzione di sapere sempre cosa sia giusto, ma riconosco una carognata appena la vedo.
E quando le carognate poi mi tocca subirle, ecco che mi trasformo, nel migliore dei casi in una creatura verdastra e sbraitante che nulla ha da invidiare all’Incredibile Hulk, in altri casi in una larva umana.
Perché tutti ti appoggiano moralmente, tutti ti spronano a ingaggiare battaglia, ma tu conosci dolorosamente bene la differenza tra possibile e impossibile.
Se c’è una cosa che trentasette anni di sedia a rotelle t’insegnano, è a non credere nei miracoli.
Così in alcune lotte ci credi, t’impegni e tiri fuori il set di gomme artigliate della Otto Bock.
Su altre cose invece sai che il sistema è così stantio e mal funzionante, che provarci ci provi lo stesso, ma scendere in campo è una continua pugnalata al cuore inflitta da ottusità e ignoranza.
Tu sai che quel che accade è ingiusto e non riesci a far altro che gridarlo, senza per questo mutare la realtà di una virgola.
Sono questi i momenti in cui sento il bisogno d’incazzarmi con quel dio in cui non credo più da anni. Nel mio cuore odio con ogni fibra del mio essere qualcuno che non esiste, mentre la mia mente continua ad urlare: NON E’ GIUSTO! NON E’ GIUSTO! NON E’ GIUSTO!
E io non sono il genere di persona che si piange addosso. Non sono un’handicappata che non accetta la sua condizione e che sta con le braccia incrociate ad aspettare un buon samaritano che la spinga.

Io non voglio guarire: se mi piace tanto l’immagine che ho di me stessa, è anche merito della sedia a rotelle.
Io nella vita ho sempre spinto con tutte le mie forze, anche quando davanti ci stava solo un muro.
Eppure non sono onnipotente e la maggior parte delle cose ingiuste non posso cambiarle, anche se ci provo.
Ci sono cose che dovrebbe risolvere dio e, se solo esistesse, gli avrei fatto recapitare da un pezzo un mandato di comparizione. Reato contestato: omissione di soccorso.
Non sono il tipo che bestemmia, però in questo momento ho un odio e una rabbia tali dentro che da qualche parte devo pur direzionarli, possibilmente senza compiere un reato punibile dalla legge, tipo investire la Responsabile del (Dis)Servizio disabili che da anni, invece di eliminare delle barriere, ne sta inventando sempre di nuove, persino laddove non ce n’erano più.
Per fare davvero del male alle persone non serve essere cattivi, basta essere incapaci.
E dio in tutto questo dove sta?
Si limita a non esistere.
Oppure mi son sempre rivolta al dio sbagliato, facendo incazzare di bestia quello giusto?

Questo spiegherebbe molte cose, in effetti…
Allora sapete che faccio? Visto che il dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe mi ignora, provo a fare quello che so fare meglio: selezione del personale.
Suppongo non serva pubblicare l’offerta sulla Bacheca annunci di lavoro e stage dell’Ateneo: se avrò a che fare con esseri onniscienti, mi aspetto che leggano l’opportunità pure sul mio piccolo blog.
Ecco l’annuncio.

Offerta di Lavoro
Ragione Sociale: Angela Gambirasio detta Engy, da qui in poi definita come “il datore di lavoro” o "il datore".

Settore attività: casi umani.
Figura professionale ricercata: Dio.
Area Inserimento: la vita del datore di lavoro.
 Tipologia contratto e durata: iniziale contratto di collaborazione a progetto, con eventuale assunzione a tempo indeterminato (finchè morte non ci separi) e possibilità di continuazione post-mortem.
Livello retributivo: il pagamento di eventuali servigi, tramite preghiere, funzioni, offerte, sacrifici o baratto di organi immaginari mai verificati dalla scienza (es.: anima), saranno concordate in sede di colloquio.
Sede di lavoro: che te frega? Sei onnipresente!
Testo annuncio: cercarsi essere onnipotente disposto a manifestare la propria esistenza in modo intellegibile anche a chi non abbia “il dono della fede”, assuma droghe/sostanze o sia affetto da malattie in grado di alterare lo stato normale di coscienza e/o compromettere il senso di realtà. La sopra citata divinità (da qui in poi “il collaboratore”) avrà il ruolo di facilitatore del decorso positivo e nel senso della giustizia delle vicende umane, possibilmente senza inutili sofferenze e in tempi ragionevoli, ove per “ragionevole” s’intende un periodo commisurato al sistema temporale dell’uomo medio, fondato su anni, mesi, giorni, ore e minuti, non secoli o eoni. Qualora, in virtù della propria onniscienza, il collaboratore non ritenesse opportuno dar corso ad alcune o tutte le richieste, dovrà comunque fornire adeguata motivazione al datore e, possibilmente, arrecare sollievo/supporto morale.
Numero di posizioni aperte: q.b.
Requisiti richiesti: onnipotenza, onnipresenza e forte orientamento all’obiettivo della committenza. L’onniscienza costituisce requisito preferenziale, ma non obbligatorio, perché il datore di lavoro ne sa già abbastanza di suo.
L'offerta è rivolta a candidati di tutti i sessi, religioni e schieramenti sovrannaturali, purché in possesso dei sovra citati requisiti.
Non saranno valutate candidature di membri appartenenti a Trinità, Santi, Madonne e poveri Cristi, poiché in passato hanno già avuto la loro occasione e il datore di lavoro crede nelle pari opportunità.
Titoli di studio richiesti: umanistici

Conoscenze Linguistiche: non è richiesto il dono delle lingue, tuttavia, la conoscenza della lingua italiana corrente, orale e scritta, costituisce requisito non opzionale.
Conoscenze Informatiche: richiesta conoscenza di posta elettronica, internet, Facebook, Twitter, Skype e WhatsApp. Il datore di lavoro preferisce infatti non cadere in trance ogni qualvolta debba comunicare con il collaboratore.
Altri requisiti: propensione all’ascolto, ma soprattutto alla risposta.
Procedura di selezione: prima del colloquio finale col datore di lavoro, i candidati saranno sottoposti a due giornate di Assesment Center in cui dovranno dimostrare le effettive competenze in Miracle Management, Oh My God Help Me e Comunicazione.
Riferimenti per invio CV: I candidati interessati possono presentare la propria candidatura sotto forma di sogni, visioni o allucinazioni, sebbene nel 2013 sarebbe più ragionevole inviare il proprio curriculum via mail. Gradita lettera di referenze di eventuali clienti soddisfatti e nel pieno possesso delle facoltà mentali.
Dati per l’invio delle candidature: confidiamo che una creatura che si definisce onnisciente sappia trovarseli da sola.

lunedì 20 maggio 2013

Se avessi scritto io la Bibbia

Faccio tanto la miscredente, ma la verità è che sono passata troppo rapidamente dall'estremo del bigottismo a quello dell'ateismo. Alla fine, per non fare la figura della religiosa bipolare, da diversi anni mi dichiaro agnostica.
La verità è che ci sono giorni in cui credo di credere in qualcosa e giorni in cui sono sicurissma che siano tutte stronzate.
Non me la sento di decidere per sempre se Dio esiste oppure no.
Fosse per la mia vita, nonostante le difficoltà che è giusto tutti abbiamo - in proporzione ai talenti - direi che sì: Dio esiste ed è pure un tipo spiritoso.
Poi però sento di tutto da TV e giornali e mi chiedo che razza di Dio è quello che non manda un angelo ad acchiappare al volo due bambini che la madre sta lanciando dalla finestra. 
Ecco, io un Dio così mica lo voglio.
Non me ne frega un cazzo se ora non posso capire il Suo disegno: il fine non giustifica i mezzi.
L'idea di un Dio benevolo che sogghigna sotto la barba non mi dispiacerebbe, ma a giudicare da ciò che si sente in giro, ha più una spiccata predilezione per la tragedia.
La Bibbia un po' lo conferma: non è esattamente il genere di libro che ti porti sotto l'ombrellone d'estate. Ma potrebbe pure essere che i suoi ghost writer non siano riusciti a rendere nel Testo il lato divertente del diluvio universale o delle dieci piaghe d’Egitto.

Pensiamo al diluvio.
Dio provoca un'inondazione di gigantesche proporzioni che distrugge tutte le civiltà dell’epoca.
L’unica famiglia che si salva è quella di Noè: un ubriacone di seicento anni, che costruisce un’arca di proporzioni titaniche pur di non toccare un solo goccio d’acqua.
Tutti prendono per il culo Noè, a causa dell’Arca, e lui alla fine se la ride di brutto, all’asciutto del suo barcone.
Bisogna ammettere che deve essere stato divertente, almeno per Noè.
Certo, tragico, ma divertente, se riesci a ignorare tutti i cadaveri degli annegati in via di decomposizione che galleggiano intorno alla tua Arca.
E comunque tutti gli animali si sono salvati, perché Dio è ecologista, ma non necessariamente umanista… con le sole eccezioni dei due liocorni e della famiglia di Noè.
Le piaghe d’Egitto sono un’altra storia.
Le prime piaghe, ad esempio, per me sono un vero spasso.
La tramutazione dell’acqua in sangue è un trucco di sicuro effetto, tant’è che pure Gesù l’ha riproposto nel Nuovo Testamento, usando però il vino, che fa più allegria del sangue (tranne che per i vampiri suppongo).
Le rane che cascano dal cielo sono una bella trovata… chi non si metterebbe a ridere vedendo piovere sulla testa del collega d’ufficio una rana gracidante? Certo, la cosa è meno spassosa se ci si vede necessariamente una piaga d’Egitto.
E' il termine “piaga” che rende tutto così drammatico e disgustoso.
Nelle posizioni centrali della top ten delle piaghe, troviamo l’invasione di mosconi e zanzare che già sono un po’ meno comiche, a meno che Mosè non se la ridesse circondato da zampironi e ricoperto di Autan.
Con le malattie del bestiame e le ulcere diciamo che si va decisamente sullo splatter e la grandine non piace a nessuno, specie se non hai fatto la polizza cristalli al cammello, magari convalescente dalle precedenti piaghe.
Le cavallette sono carine solo se le vedi singolarmente, ma quando te ne capitano tre sotto gli occhi nella stessa giornata, la prima cosa che fai è blindare nella credenza tutte le tue scorte di brioches e biscotti ai cinque cereali.
La piaga delle Tenebre è veramente tanto imprecisata quanto inquietante e lì, secondo me, Dio ha voluto fare lo sborone.
L’ultima piaga è la morte dei primogeniti e proprio non ci vedo un lato comico nemmeno sforzandomi… ma forse è solo perché appartengo alla categoria. Mio fratello e mia sorella la considerano la più fika di tutte le piaghe.

Comunque, se la Bibbia l’avessi scritta io, sarebbe stata più divertente.
Mi offro per i prossimi capitoli del Manoscritto, anche apocrifo.