venerdì 26 giugno 2015

Come ti frego l'ISEE

Io non sono economista, ma due cosette sul nuovo ISEE le ho capite e ora vi do qualche dritta su come ottenere i servizi per disabili legati a questo illuminato indicatore.
Innanzi tutto quattro regole base:

1) Se ti sposi, l'ISEE si alza...  a meno che lui non faccia il mantenuto senzatetto.
2) Se lavori, l'ISEE si alza... tranne forse se fai uno di quei lavori sottopagati che tipicamente danno ai disabili, a prescindere dalle competenze reali. Oh, però mi raccomando! Occhio a non fare assolutamente gli straordinari, che pure con uno stipendio da fame è un attimo!
3) Se compri casa, l'ISEE si alza.
4) Se risparmi, l'ISEE si alza.

Assodati questi principi, non resta che trarre le dovute conclusioni economiche e non serve mica la Merkel per arrivarci. In sostanza, contrariamente alle norme di senso comune, se vuoi rientrare negli aventi diritto ai servizi erogati su base ISEE - che poi sono quei servizi indispensabili e costosi, necessari alla tua autonomia - non devi fare assolutamente nulla per elevarti e migliorare.
Ma non preoccuparti. Se pure hai commesso uno o più dei madornali errori di cui sopra, ciò non ti escluderà comunque a lungo dall'accesso ai servizi su base ISEE. Metti che in 10 anni di lavoro sei stato così cretino da non uscire mai di casa, mai uno svago, ‘na gioia... tutto al fine di risparmiare abbastanza da pagarti una badante per due anni, quando ti muoiono babbo e mamma. Ecco, allora te la pagherai esattamente per due anni, che in fondo i soldi li hai. Dopodiché, finalmente sarai nuovamente povero in canna e avrai pieno diritto ad avere la badante gratis. Oppure ti mettono via, in una bella struttura, che allo Stato costa di più, ma chissà perché si fa così. 
Tuttavia, se vuoi un consiglio, fai come me: quello che guadagni spendilo tutto in beni non durevoli: abiti, creme antirughe, alcol e viaggi. Anzi, meglio ancora: vai a puttane! Che quelle non rilasciano fattura e non ti tracciano nemmeno i movimenti sul conto. 

Beh... Ovvio che scherzo, ma fino a un certo punto. 
Adesso suppongo che dovrei dare qualche brillante suggerimento in alternativa all'applicazione indiscriminata del modello ISEE. E invece no. Avessi trovato una soluzione onnivalente per questo sistema che provoca l'effetto "cane che si morde la coda", sarei già scesa in politica, anche se per farlo in effetti pare non serva essere delle menti illuminate, vero Salvini?
Solo una volta ho provato a pensare un’alternativa al sistema basato sull’ISEE, grazie a cui io e altri disabili non avremmo speso un cazzo, mentre a un altro sarebbe toccato di pagare un botto per un servizio che gli permetterebbe di lavorare e percepire uno stipendio da ben 1000 euro. In quell’occasione, evidentemente ho sparato una cazzata. Avevo pensato infatti di far pagare a ogni disabile lavoratore 50 euro (il costo medio del trasporto di un dipendente normodotato che viene al lavoro, considerati i milanesi e i pendolari). Erroneamente, avevo tra l'altro considerato:

A) Se a un disabile chiedi di pagare 23 euro al giorno per venire al lavoro, sarò stronza io, ma col cazzo che non userei tutte le 104 e i permessi possibili. Mentre se mi fai pagare un forfait mensile del tutto assimilabile a quello di un qualsiasi altro lavoratore e indipendente dal numero di viaggi, io sono una di quei cretini a cui piace lavorare più che stare a casa, ecco: l'ho detto. Ora non sfottermi però.

B) Se io uso la 104 per risparmiare sul trasporto, l'amministrazione comunque paga la mia giornata di lavoro (su 3 giornate, 200 euro minimo), quindi chissà poi che risparmio ci sarà...
Sempre che segretamente l'amministrazione non mi consideri inutile o addirittura un ingombro.

C) Se pago 50 euro al mese di trasporto, magari non mi tocca più star zitta in base principio che mi stanno facendo la carità e a caval Donato non si guarda in bocca. Magari ecco che, invece di sembrare ingrata, finalmente posso lamentarmi un po' a diritto se il servizio fa schifo. 


D) Confesso di credere ancora che i disabili siano meglio dei normodotati e non cerchino di "marciare" sulla propria condizione. Io perlomeno non ho mai ritenuto giusto il non pagare i trasporti. Per esempio: io voglio pagare, ma esattamente quello che pagano gli altri per gli stessi servizi. Ciò essenzialmente significa che innanzi tutto vorrei treni, bus e metropolitane accessibili, non che mi tocca pagare un trasporto alternativo 500 euro al mese, solo perché non vivo in un Paese civile.

E) Ho addirittura osato immaginare che tra disabili ci possa essere solidarietà, soprattutto perché di sforare l'ISEE oggi tocca a te e magari domani a me, che col gratta e vinci non si sa mai. Non è meglio pagare tutti una quota ragionevole (visto che siamo colleghi), se proprio all'Azienda "mancano" sti due soldi?

F) Se devo spendere mezzo stipendio per venire al lavoro, sai che ti dico? Mi riprendo la pensione d’invalidità, mi gratto la panza tutto il giorno sul divano e lo Stato, invece di farmi pagare le tasse, mi paga per non fare altro che vegetare.
Ecco, per questo parere ad hoc, indubbiamente non applicabile ad altri contesti, mi hanno indirettamente accusata di discriminare i disabili. 


Vi giuro che è stato il momento topico della mia vita.  

Dopo 40 anni trascorsi a cercare di non far concentrare chi mi sta davanti solo sulla mia disabilità, posso finalmente affermare di aver raggiunto, superato e sfondato l'obbiettivo. Giuro che a casa ho stappato una bottiglia di Champagne che conservavo da eoni, in attesa della prova empirica che, quando mi guardano, i normodotati non vedono più la sedia a rotelle. 
Tuttavia, goduto qualche bicchiere, ci ho pensato meglio e ho capito di essere una cogliona. In sostanza, ho proposto di pagare il mio servizio un prezzo equo per tutti, anziché continuare a usufruirne gratis, alla faccia dei disabili risparmiatori. Cazzo, speriamo non mi ascoltino davvero! 

Per mia sfortuna, rischio invece di aver incontrato un'amministrazione aperta all'ascolto e convinta che i disabili siano innanzi tutto una risorsa, anziché un mero obbligo di legge. E alla fine, mi hanno quasi convinto che faranno il meglio, che non significa necessariamente sia quello che avevo in mente io.
Beh, non pensiamoci più... 

Oh ragazzi, stasera tutti all'Unibirra di Calcinate del Pesce: offro io, così mi si abbassa l'ISEE!

martedì 19 maggio 2015

Ad Expo non manca nemmeno una rotella

L’inizio non è stato dei migliori.

Vero è che mi sono svegliata all’ultimo e lunedì 11/5 mattina ho cercato di prendere online il biglietto (quello per disabili) per mercoledì 13/5. Però non ci stava mica scritto da nessuna parte che dovevo prenotarli con X giorni d'anticipo. Già il lunedì sera ero inalberata, perché disability-tickets@expo2015.org non aveva risposto in giornata e io non potevo prenotare il parcheggio (serve il biglietto Expo per farlo). Così ho scritto un tweet vagamente minaccioso ad @AskExpo. Sono una brutta persona, lo so... ma è che di solito con le buone maniere non sono mica abituata a ottenere qualcosa. Mi hanno subito contattato in privato e il giorno dopo avevo il mio bel biglietto colorato a soli 17 euro. L'accompagnatore non paga, ma ritira il biglietto direttamente in Expo, se accompagnato dal disabile. Mi piace sta cosa che accompagno io l'accompagnatore!

Insomma, mercoledì mi presento all’ingresso di Expo, naturalmente predisposta ad aspettarmi il peggio, perché è a questo che ci ha abituato la realtà italiana. 

Noto più di una biglietteria dedicata ai disabili, ma il mio biglietto ce l’avevo già, che so' ansiosa io! Mi danno al volo quello per il bipede al mio seguito.
Corsia preferenziale per l’ingresso: mi fanno mettere la borsa sul nastro, un rapido e doveroso controllo da parte di una tedesca davvero gentile. E' l'accento che li fa sembrare chissà che, porelli.

Ora, ho letto di diversi disabili che lamentano l’inaccessibilità di Expo. E giuro che pure io ero pronta a farlo! Eppure, dopo esserci stata, mi chiedo se abbiamo visitato davvero la stessa cosa.

Ho letto di bagni per disabili introvabili. 

Grazie ai miei innegabili problemi di prostata psicosomatica, ho testato ben quattro differenti bagni: uno fuori dai tornelli e tre dentro. Confesso che in quello fuori ci sono andata per malafede: son così abituata a non sapere bene dove e se potrò fare plin-plin, che appena vedo un bagno accessibile, faccio la pipì preventiva.  
Dopo la visita allo stand Coca-Cola, ove si può bere gratis tutta la coca che si vuole, provando pure mix personali e varianti allucinogene, tipo coca zero ciliegia e vaniglia, ecco che la necessità del bagno si fa  impellente. Grazie al logo disabili più grande che abbia mai visto - una carrozzina bianca dipinta in alto, di almeno un metro, su una struttura in legno, - ci ho messo tipo un minuto a uscire e trovare il cesso. Era pure pulito. Volevo piangere.
Ma non finisce qui. Mi son detta: “Beh, se ci sono i bagni pubblici, non posso mica pretendere che li facciano pure dentro padiglioni/ristoranti!”. Poi ho mangiato in Russia e la vodka andava giù che era un piacere, dritta dritta alla vescica. Secondo il noto principio che tentar non nuoce quasi mai, ho provato il bagno. Non so quanto sia accessibile normalmente il Paese dei Compagni, ma ho come il vago sospetto che uno dei pochi cessi russi accessibili stia ad Expo. Non posso garantire per tutti i padiglioni e i ristoranti, ma solo perché quando ho scoperto che c’erano già tre bagni adatti in zona, la mia solita ossessione per la pipì si è vaporizzata.

Credo che ad Expo ci sia la più grande concentrazione pro capite di bagni per disabili. Davvero: neanche a Lourdes!

Mi dicono che alcuni bagni nella zona italiana avevano le chiusure che non funzionavano ma, credo per inconscia abitudine, a fare la pipì nei padiglioni italiani non ci ho nemmeno provato.  Confido - stranamente per me - che sistemeranno pure quelli.

Ma basta parlare di cessi… so che sono solo una mia personale mania, dovuta alla generale penuria.

Scale, scalini e barriere architettoniche fantasma

Ho girato per Expo applicando il rigoroso metodo scientifico del "giro a caso e vedo come butta". Il primo padiglione che ho visitato, è stato quello del Cile. Ecco, vedendo lo scivolo mobile che, quasi completamente al buio, ti porta in alto, mi sono allarmata. Sì insomma, io lo so che i bipedi su certe cose non hanno occhio e temevo di vedermi sbucare davanti, nelle tenebre, un gradino o una barriera in qualsiasi momento. Niente. Liscia.
E così in altri padiglioni: sempre a pensare che sarei arrivata in fondo, scoprendo poi di non poter procedere. Del resto sono abituata ai marciapiedi italiani, dove di solito sali sullo scivolo e scendi tornando in dietro, dopo diversi chilometri, dallo stesso scivolo.

Ad ogni padiglione, se avevo l’accortezza di non incolonnarmi come un pecorone dietro ai bipedi, ma di avvicinarmi alle hostess/stewart, ecco che venivo scortata all’ingresso più adatto per le sedie a rotelle, saltando pure le code: gnègnè!
Qualche salita ripida c’è, ma spesso anche l’ascensore, se chiedi. Con una carrozzina a motore, io opto sempre per gli scivoli, ma capisco che con carrozzine manuali possa servire una spinta. A volte basta chiedere eh...

Ecco, al limite Expo è un problema per chi è anziano o, nonostante le difficoltà motorie, pretenda di girarla col deambulatore anziché con carrozzina. Ho letto che presto metteranno degli scooter elettrici proprio per chi fa fatica a spingersi o camminare tanto a lungo.

Toglietevi comunque dalla testa l’idea di vederla in un giorno! Io mi muovo a venti chilometri all’ora e – dalle 10 alle 22 – non ne ho vista metà. Alla fine della giornata, la mia carrozzina a motore con batterie nuove aveva consumato oltre metà carica, mio marito invece era in evidente riserva.

Unica pecca: il parcheggio per disabili è in fondo e per chiedere il rimborso spese, bisogna attraversare tutta Expo. Alla fine ho rinunciato ai miei 12 euro, ma l’ho fatto più sulla base del principio che, per me, se è accessibile, è giusto pagare come gli altri.

E’ sicuramente migliorabile, come tutte le cose al mondo. Ma è da ammettere che ci hanno messo impegno e, soprattutto, testa. 

Per una giornata, mi sono sentita come durante le mie vacanze all’estero: in un Paese civile.

Credo nelle critiche costruttive, non nelle polemiche a prescindere. Se prendiamo a mazzate sui denti i bipedi pure quando fanno un discreto lavoro per l’accessibilità, non è che li incoraggiamo a continuare a provarci.

Io ho già ripreso un altro biglietto, acquistato stavolta dentro la Stazione di Cadorna a Milano, da cui passo ogni giorno per lavoro. Il 19 giugno farò 40 anni e spero addirittura che qualcuno mi regali il Season Pass (chi ha orecchie per intendere…). Anzi, secondo me dovrebbe proprio regalarmelo Expo, perché se chi legge questo blog non mi conoscesse, si potrebbe pure pensare che questo pezzo è una marchetta.

E’ così drammaticamente facile trovare occasioni per denunciare strutture inaccessibili… ecco, magari non andiamoci a lamentare per delle sciocchezze, se vogliamo restare credibili. 

Cioè no… Non ce la faccio a non dirlo… Ma tipo il disabile che su un certo giornale si lamenta, tra l’altro, che aveva la ruota sgonfia e gli hanno dato una pompa solo allo stand dei gelati?! Intanto è come se una bipede si rompesse il tacco di una scarpa e denunciasse l’assenza di ciabattini dentro Expo. In secondo luogo… ma esistono davvero disabili che vanno in giro con gomme non piene senza portarsi dietro la bomboletta per le forature o una pompa?! E poi dice pure che lui è uno adattabile e che sa arrangiarsi...

No, davvero, scusate: giuro che volevo andarci con tutte le buone intenzioni di criticare, ma non ci sono riuscita. Lo dimostrano ampiamente alcuni miei post precedenti, in cui esibisco tutto il mio EXPOSCIETTICISMO. Inizio a sospettare di non essere la spacca-maroni che vorrei.

Comunque ci tornerò. Magari poi scopro che i padiglioni che non ho visto erano del tutto inaccessibili.

Per ora vi do il mio ok sui seguenti padiglioni, in rigoroso ordine a cazzo:

- Regno Unito. Andateci la sera, per apprezzare al meglio l’alveare e l'unica passeggiata in sedia a rotelle che riuscirete mai a fare in un vero e selvaggio prato inglese (c'è il trucco!)
- Francia. Entrate dal lato. Tutto ok e all’uscita, dove c’è il chiosco a forma di camioncino, vi offrono pure un formaggio meraviglioso, ma così evidentemente calorico da poterlo smaltire solo visitando tutto il resto di Expo.
- USA. Quelli c’hanno interi stati accessibili, figuratevi se non lo è il padiglione!
- Germania. Accessibilità teutonica.
- Slovenia. Delle hostess gnocche vi aiuteranno persino a infilare il casco per la realtà virtuale, se non riuscite ad alzare le mani da soli o se fingete di non saperlo fare perché siete disabili marpioni.
- Israele. A parte che potrebbero assumere un Marketing Manager che non li faccia sembrare gente che se la tira come se ce l’avessero solo loro (l’agricoltura), nessuna critica all’accessibilità.
- Giappone. Vi scorteranno nel percorso più rapido e adatto. Nella sala delle proiezioni sui piatti, ho temuto di far danni, ma le strutture sono flessibili, fatte apposta per piegarsi e il passaggio c’è.
- Corea. Se vi avvicinate a meno di dieci metri con una sedia a rotelle, dei bodyguard vestiti di bianco - tipo Mr. Tattoo, ma alti alti - inizieranno ad armeggiare con le radioline per farvi scortare sul retro. E non provate a dirgli che mica volevate entrare, perché non parlano italiano e vi ci portano lo stesso. Comunque il padiglione merita, soprattutto se vi piace il genere Apple-style…
- Thailandia. Bel padiglione. Poi le tailandesi sono alte in piedi quanto uno in sedia a rotelle. Per una volta, potrete provare l’ebbrezza di non essere guardati dall’alto in basso.
- Russia. Mi è sembrato il più bello, ma forse a farmelo asserire sono stati soprattutto gli shot di vodka e il bagno accessibile che mi è servito dopo.
-  Cina. Meraviglia architettonica esterna… ma il pippone del ministro dell’Agricoltura anche no.
-  Quatar. Il nome fa pensare al peggio. Lo scivolo è lungo, circolare e sembra non finire mai, ma la pendenza non è intrattabile. Sembra di scendere in un girone infernale, ma accessibile.
- Kuwait. Grandi!
- Oman… evitate magari il giardino superiore con ghiaia, se non volete impantanarvi. Io me ne sono fregata e poi avranno dovuto chiamare qualcuno con la ruspa a risistemare suppongo.
- Austria. Il bosco vale la pena davvero. I mini-gradini (meno di 5 cm) sullo scivolo potrebbero infastidire una carrozzina a mano (se ci si spinge completamente da soli e non si è il tipico paraplegico che compensa coi bicipiti) o chi ha grossi problemi a tenere dritto il collo.

Expo vale comunque la pena soprattutto per le architetture esterne: finalmente della nuova Arte in Italia e mica piena di scalini, come il Ponte di Calatrava!

Dulcis in fundo: chiudete la giornata con lo spettacolo dell’albero della vita delle 22.30. Chi dice che è pacchiano, ha una fantasia sciapa. Arrivate un po’ prima se non volete che qualche bipede vi si pari davanti, coprendo la visuale. Io sono arrivata tardi e l’ho visto comunque benissimo… ma suppongo che molte altre persone possano farsi degli scrupoli a passare sopra a degli esseri umani con una carrozzina da 112 chili.

Me ne mancano molti altri di padiglioni. Se volete una recensione più dettagliata, vi ricordo tre parole: COMPLEANNO e SEASON PASS.


sabato 25 aprile 2015

1000 EURO AL MESE PER GLI IMMIGRATI E 300 PER I DISABILI. VERGOGNA!!!

Nulla di grave, solo decine di piccole scocciature e insoddisfazioni che alla fine mica migliorano la qualità della vita. Oh forse è solo la crisi di mezza età... ma che ne so poi se è la mezza età questa? Non è detto che morirò a ottant'anni: potrei aver superato la mezza età da un pezzo, senza saperlo. Fatto sta che non sopporto più quasi nessuno. Vivere in mezzo ai bipedi non è facile, ma pure avvicinarsi al mondo dei disabili che - nonostante le apparenze - non ho mai frequentato molto, non è che mi faccia sentire parte di un gruppo simile a me. 
Era inevitabile - col libro e gli incontri su temi della diversità - che le mie conoscenze diversamente normali si allargassero, soprattutto su Facebook. Beh, fatemelo dire: se quel che viene postato dai disabili rispecchia davvero ciò che è o pensa la maggioranza dei disabili, allora è chiaro che non solo i bipedi, ma persino molti handicappati mi stanno sul culo. 

Anzi, forse proprio perché dai disabili mi aspetto di più, finiscono col deludermi molto più dei normodotati. 

Partiamo da chi - disabile o no (?) - pubblica cose così: 
"1000 EURO AL MESE PER GLI IMMIGRATI E 300 PER I DISABILI! VERGOGNA!!!"

Questo cosa denota? 

Intanto che sei un boccalone, che crede a tutto ciò che legge su internet, pure se esce dalla bocca di Salvini o da una fonte attendiblie come La Padania. E infatti ci sono solo tre possibilità per cui tu puoi essere arrivato a questa pagina:
1) Sei appunto un boccalone e sei entrato credendo di aver trovato un'affinità elettiva con qualcuno che la pensa come te.
2) Mi conosci abbastanza bene: sei entrato per capire se per caso mi è partito un embolo che ha compromesso l'unica cosa che mi è rimasta di buono: il cervello.
3) Mi conosci molto bene e, leggendo il titolo, sei entrato per capire dove stava la fregatura.

In secondo luogo, postare certe minchiate significa essenzialmente che sei un povero disabile che si lamenta di essere discriminato per ciò che è, salvo poi fare esattamente la stessa cosa. 
Sia mai che uno in carrozzina si senta trattato come un cittadino di serie B, ma in fondo gli immigrati mica sono italiani e pertanto prima aiutiamo gli italiani e poi, se avanzano soldi, qualche spiccio di carità gettiamola pure agli immigrati. 
Fossi Dio, io questi li guarirei all'istante e li spedirei indietro su un barcone, a fare quella vita da cui gli immigrati tentano di scappare con ogni mezzo. Chissà che poi magari non comprendano che non camminare non era mica la cosa peggiore che potesse capitare loro.

Ma è evidente che non sono Dio, altrimenti il mondo sarebbe un posto migliore, ma con molta meno gente.

Ma c'è di peggio...

Peggio dei due pesi due misure, c'è che i disabili vogliono le cose gratis. Sentono di avere il diritto di non pagare nulla, come se lo Stato, i commercianti, il mondo intero, dovesse risarcirli perché sono nati o diventati così. 
Ed è sacrosanto accedere alla sanità, agli ausili, all'assistenza e ai mezzi di trasporto adattati (solo perché gli altri mica lo sono) grazie allo Stato sociale. Ma  gridare allo scandalo perché ad Expo fanno pagare mezzo biglietto ai disabili, anziché regalarglielo del tutto? Guardate che mica ve lo ha prescritto il dottore di andare ad Expo. Dovreste piuttosto incazzarvi perché, invece di farvi pagare il prezzo intero per vedere tutta Expo, ve ne fanno pagare mezzo per vederne mezza. Io non ci sono ancora stata, ma mica ci giurerei che Expo' sia tutta accessibile. Sempre che poi ci arriviate ad Expo, usando mezzi di trasporto pubblico spesso non predisposti per i disabili e non potendo godere di una Milano a misura di handicappato. E invece il grido di indignazione sta tutto lì: nel fatto che vi vogliono fare la carità al 50%, anziché al 100%.

Ma probabilmente sono cretina io, che VOGLIO PAGARE ESATTAMENTE COME GLI ALTRI, MA PER FARE TUTTO CIO' CHE POSSONO FARE GLI ALTRI.

Sono stufa di avere abbonamenti gratuiti a treni, metro, bus e tram su cui non posso salire.
Non me ne frega un cazzo di non pagare il biglietto ad una mostra che voglio vedere e che ha tre gradini per entrare.
Pagherei volentieri il prezzo intero di qualsiasi concerto, pur di poterlo comprare comodamente su TicketOne come tutti gli altri e poter scegliere di sedermi pure nel posto più sfigato, ma vicina al gruppo dei miei amici squattrinati.

E quanto al biglietto gratis per l'accompagnatore... - salvo esigenze specifiche che richiedano assistenza qualificata - scusate, ma sono solo io che a vedere Il Lago dei cigni ci voglio andare con qualcuno che possa apprezzarlo quanto me?

Se sei disabile, la società ti lancia dei bocconcini di pane raffermo sotto il tavolo, così magari non ti accorgi che sopra il tavolo dove arrivano i normodotati si ha accesso a molte più cose. E invece di lottare per sederci a quel tavolo come tutti gli altri, piagnucoliamo perché il tozzo di pane non è grosso come al solito.

Niente, non vi reggo proprio.

martedì 24 febbraio 2015

#BoicottaUnGradino

Non m’importa essere disabile, quel che mi ruga davvero è far parte di una minoranza. Se così non fosse, sarei pur sempre disabile, ma non handicappata, cioè non sarei continuamente messa davanti a degli ostacoli (le barriere architettoniche) tollerati dalla maggioranza. Che poi pure quelli della maggioranza mi danno ragione, ma solo ed esclusivamente sulla carta. Persino il Governo Italiano non ha nessun problema a scrivere sulla carta che ho ragione da vendere:
“La Repubblica garantisce il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società; previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e la partecipazione della persona handicappata alla vita della collettività (…)”
Avessi dei figli, gli leggerei ogni sera il testo della Legge 104/92 come favola della buona notte.

Gli italiani… capaci di grandi sogni e senza la spina dorsale per provare a realizzarne mezzo. Conosco persone con la schiena spezzata che nella vita hanno fatto molto più di qualsiasi bipede con tutto il midollo spinale teoricamente al posto giusto. A volte mi chiedo se sia peggio appartenere ad una minoranza sfigata o ad una maggioranza smidollata.
Anche stamattina, come quasi ogni giorno, ho discusso con un incivile che mi ha bloccato lo scivolo del marciapiede:
"La sposto subito!"
"Troppo tardi. Ho pregato davanti al Padre Pio sul suo cruscotto che le accada qualcosa di brutto entro sera. E accadrà."
Ovvio che io in Padre Pio non ci credo, ma l'importante affinché la maledizione funzioni è che ci creda lui. E dalle 50 sfumature di grigio dipintesi sul suo volto, lui ci ha creduto.
E così mi è venuta un'idea...
Ogni giorno io scelgo di non stare zitta... "scelgo" nel senso che l'alternativa è chiudermi in casa. Sì, il gradino è un problema mio, solo che un giorno potrebbe pure diventare un problema tuo. Smettila di grattarti i coglioni: ormai te l’ho tirata. Ti conviene anzi far qualcosa per migliorare la situazione, perché ci finirai anche tu su una sedia a rotelle: non è sfiga, si chiama vecchiaia. Oh... magari pensi di essere uno di quelli che preferisce morire giovane anziché finire su una sedia a rotelle. Credimi, lo pensi adesso che cammini, ma più il tuo corpo cederà sotto l'inevitabile peso degli anni, più capirai che è incredibilmente facile rinunciare a determinate abitudini senza le quali non pensavi di poter vivere. Del resto, il mondo è pieno di uomini a cui non tira più. A quante cose dovrai rinunciare tra qualche decina (?) d’anni, dipende da quanto tu creda oggi che il problema delle barriere architettoniche non ti riguardi.
Ok. Fin qui te l'ho tirata. Ora ti do invece l'antidoto contro la mia potentissima maledizione.

Catena di San Pietrino Martire

Io non ci credevo e ho provato a infischiarmene: è così che sono finita su una sedia a rotelle.
Non commettere il mio stesso errore! Fa quello che ti viene detto e invia questo messaggio a 10 persone della tua rubrica telefonica e continuerai a camminare fino a 120 anni.
Ogni giorno, per il prossimo mese, rinuncia ad entrare in uno solo dei luoghi ove ti rechi abitualmente e dove una sedia a rotelle non può arrivare autonomamente. Il panettiere, il bar dove fai colazione, il negozio di abbigliamento, il posto dove mangi un boccone al volo durante la pausa pranzo, il bus, la metro, il tram… Scegline uno qualsiasi, uno solo al giorno. Fa tutto quello che fai di solito e bloccati su un gradino a scelta. Prendi il tuo smartphone, apri il tuo account Facebook e/o Twitter e scrivi:
“Gradino in ingresso. Niente caffè al Bar ***** di Milano #BoicottaunGradino”
“Tre isolati a piedi per inaccessibilità alle sedie a rotelle del Tram** #BoicottaUnGradino”
“Gradino in ingresso. Niente chilo di pane dal Fornaio ****** di Piacenza #BoicottaUnGradino”

Io non ho fatto quello che dice il messaggio e ora non cammino!


Sostituire gli asterischi con il nome proprio della struttura inaccessibile. Assicurazione contro gli incidenti soggetta a disponibilità limitata. L'adesione all'iniziativa non garantisce un'estensione della durata della vita sino a 120 anni in soggetti che non seguono una dieta bilanciata. La qualità della vita potrebbe non migliorare sensibilmente nemmeno in condizioni d'integrità psico-fisica. Il bonus anti-sedia a rotelle non è applicabile a soggetti che non deambulavano già prima di ricevere l'anatema.

 Ok... scherzavo. Ma solo sull'anatema (o forse no).
Non ti sto chiedendo di boicottare ogni giorno tutti i posti inaccessibili, ma solo uno al giorno, uno dei tanti luoghi ove non potresti mai incontrarmi e non perché io non voglia entrarci. Faresti almeno questo? Non per me, ma per costruirti una vecchiaia migliore.
Non fare come al solito che mi dai ragione, ti indigni e poi assolutamente nulla di concreto. Non gridare allo scandalo quando i giornali pubblicheranno le proteste del turista straniero disabile che si spalmerà sul primo sanpietrino milanese… sempre che in effetti riesca ad arrivarci a Milano, con i nostri mezzi di trasporto inaccessibili. Come sempre, ci EXPOrremo alle solite figure di merda, ma non considerarti innocente solo perché mica disponi tu dei soldi di Expo. Hai mai fatto tu qualcosa che andasse oltre al riempirti la bocca di passeggera indignazione? Probabilmente no, ma non è mai troppo tardi per cominciare.
Boicotta una gradino prima di diventare vecchio, perché ti assicuro che a quel punto sarà il gradino a boicottare te.

venerdì 23 gennaio 2015

INTERVISTA SHOCK(CA)!

Ecco… io lo so che in un’intervista ci sono delle domande classiche che ti devono sempre fare. Insomma, se i lettori di una rivista/giornale/blog ancora non ti conoscono, da qualche parte si deve pur incominciare per introdurre il personaggio. Mica sono Salvini, che le sparo così grosse che poi mi conoscono tutti.
Ogni intervista dunque, per forza di cose, inizia più o meno sempre allo stesso modo e le domande interessanti ti aspettano solo verso la fine, se sei fortunata. Non sempre eh: grazie al cielo ci sono in giro ancora un sacco di persone che sanno fare il proprio lavoro. A volte ammetto di essere stata tentata di copia-incollare alcune risposte, invece di sforzarmi sempre di dire qualcosa di più e di diverso, pur rispondendo alle stesse domande. Il problema è che, dopo un bel po’ di interviste, sento come il bisogno di rispondere veramente quello che mi passa per la testa. Così oggi ho deciso di mostrarvi cosa uscirebbe fuori, se solo fossi stronza e asociale come dico di essere. Cioè, la natura è quella, ma mamma mi ha insegnato a mordermi la lingua almeno dieci volte prima di rispondere. Se così non facessi, ecco come sarebbe andata con le domande peggio formulate che mi sono state poste sinora…

Angela Gambirasio, disabile, nasce a Gallarate il 19 giugno 1975. Dicci chi sei…
Guarda, c’è gente che sta in analisi decenni per capire chi è senza ottenere risultati definitivi, quindi probabilmente non so chi sono: non pratico nemmeno l'autoanalisi! Se vuoi ti dico chi credo di essere, ma non penso che la risposta piacerebbe ai tuoi lettori. Tra l’altro, scusa, è proprio indispensabile iniziare un’intervista dichiarando al mondo che sono un’handicappata provincialotta sulla soglia della quarantina? Tu forse ti presenti a un estraneo dicendo: “Ciao, sono Pinco Pallino: un cinquantenne calvo di Busto Arzizio”? Non potremmo partire, chessò, dalle cose positive? Tipo: "Angela Gambirasio, alta, mora e con la quinta di reggiseno"? Per esperienza so che interessano più le tette che la sedia a rotelle e tu mica scrivi per Famiglia cristiana.

Vivi costretta su una sedia a rotelle… cosa ti è successo?
Ecco, non è che c’è un tizio che ogni mattina mi punta una pistola alla testa e mi costringe a usare la carrozzina minacciandomi di morte se solo provo ad alzare il culo. Io uso una carrozzina, proprio come tu usi le scarpe. Nemmeno tu sei obbligato a indossare quegli orribili mocassini color topo anemico. Potresti scegliere di indossare qualcosa di decente o persino di andare in giro scalzo, anche se sarebbe indubbiamente più scomodo. Pure io potrei non usare la sedia a rotelle e starmene a letto, ma di solito scelgo, proprio come te. Solo che oltre a che scarpa indossare (per convenzione sociale più che per utilità oggettiva), scelgo se indossare la carrozzina a mano o quella a motore, le ruote artigliate o quelle da interni, la scocca nera o quella rossa… Più o meno scelgo sulla base degli stessi due principi con cui un bipede sceglie le scarpe: comodità vs eleganza. L’unica vera differenza è che a te basta una scarpiera, a me serve un garage.
Per quanto riguarda invece il “cosa ti è successo?”, risponderò a questa domanda solo se lo farai prima tu. Quindi dimmi: “Cosa ti è successo per diventare così?” Non suona tanto bene fatta a un bipede eh? Beh, sappi che non suona tanto bene nemmeno posta a un disabile.

Qual è il tuo rapporto con Dio?
Me lo chiedi per sapere se il mio libro è stato messo all'indice dalla Chiesa? Purtroppo no... altrimenti sarebbe già un Best Seller. Guarda, non so più che scrivere per far incazzare i preti. Dovrò chiedere a Dan Brown. Comunque, per risponderti, ho avuto una breve storia adolescenziale con il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma Lui non è mai stato presente per me. Sai, quelle tipiche storie d'amore tormentato che esistono solo nella fantasia di una ragazzina, mentre Lui manco sa che esisti... o forse è Lui a non esistere.. bah, non credo che faccia differenza alla fine. Poi sono cresciuta e ho sviluppato una spiritualità più matura: ora sono Pastafariana.

Cosa vorresti dire a chi è come te?
Come me come? Stronza? Laureata? Sposata? Pendolare? Intelligente? Figa...? Io sono un sacco di cose, mica solo disabile. Ma comunque non preoccuparti, perché a prescindere dall’attributo personale cui ti riferisci, la risposta sarebbe comunque la stessa: niente! Io non voglio proprio dire niente a chi è come me, perché nessuno è come me. Sono una persona unica e – grazie al cielo, direbbero molti – irripetibile. E sai? Non sono la sola ed essere unica e irripetibile: pare che, nel bene e nel male, queste due caratteristiche siano le sole peculiarità davvero trasversali all’intera razza umana, al di là di ogni razza, nazione, religione e quoziente intellettivo. E poi io sono una che si fa i cazzi suoi e non va a dare consigli alla gente... non lo faccio nemmeno quando mi pagano per farlo, figuriamoci gratis!

Perché hai scritto un libro?
Ma che cazzo ne so. Faccio un sacco di cose senza un motivo. Prendi il mese scorso: ho lavorato una sciarpa all’uncinetto. Tutti mi hanno detto che era bella, ma non uno che mi abbia chiesto perché ho trascorso ore a farla, che i cinesi te le tirano dietro a un euro. Sì, insomma, faccio certe cose perché ho voglia di farle e basta, mica per salvare il mondo. Che tra l’altro una sciarpa d’inverno probabilmente può davvero migliorare la vita di qualcuno, mentre il mio libro al massimo può far ridere. Se poi qualcuno impara qualcosa leggendolo, la verità è che probabilmente era già imparato da prima, ma ancora non l’aveva capito. Io sono Rogersiana dentro... sai Rogers? Quello psicoterapeuta che curava le persone facendosi pagare per dirgli che potevano curarsi da sole? Ecco: io uguale, ma guadagno molto meno. Anche quando faccio consulenza, so che la persona che ho davanti già possiede le capacità per auto-comprendersi, crescere, migliorare e pure cambiare, se vuole. Il mio compito è solo ricordarglielo. Figurati se poi vado a scrivere un libro pensando davvero di migliorare il mondo! 

Perché hai scelto una casa editrice sarda?
Io non ho scelto proprio niente. Me l’hanno consigliata, ho spedito il libro in Word e loro hanno deciso di pubblicarlo. E’ stata l’unica casa editrice cui l’ho proposto, proprio perché non pensavo mica di intraprendere la professione di scrittrice e mi sarebbe scocciato pure buttar via i soldi per una stampa che magari nessuno avrebbe letto. Scrivere mi piace, sbattermi per far pubblicare ciò che ho scritto, sicuramente no. L’unica associazione mentale che è partita quando ho scoperto che la casa editrice stava in Sardegna è stata: “Sardegna=Cannonau”. A me questo è sembrato un motivo più che valido per lavorare con loro. Semmai la domanda andrebbe fatta a loro: “Perché avete scelto un’autrice della Padania, terra di ciuccianebbia e polentoni, rinomata per esistere solo nella mitologia leghista?”

Da chi ti piacerebbe essere intervistata?
Da Paolo Attivissimo. Sai quello che smaschera le bufale che circolano sul web? Così magari ci sarebbero in giro meno miti e leggende pure sugli handicappati.

Puoi farti una domanda da sola?
Così da poter dire che me le canto e me le suono? Beh… se proprio devo, la domanda che in questo momento mi assilla è: birra doppio malto o Amarone? Sembra una cosa stupida, ma guarda che una scelta piuttosto che l’altra, porta a due tipi di serata diametralmente opposti! Capisci? Come sarebbe: “Sono astemio”? Cosa ti è successo? Ah già, scusa… domanda indelicata in effetti…

Ecco. L’intervista degli orrori finisce qui. Tutte le domande che leggete sopra non sono purtroppo opera di fantasia, ma sono state realmente poste. Se non le avete trovate da nessuna parte è perché mi sono avvalsa del diritto di non rispondere, se non in presenza di un avvocato che potesse testimoniare che avevo aggredito il giornalista perché provocata. Credo dobbiate sapere che ne ho anche rifiutate alcune di interviste, una proprio l’altro ieri, con un giornalista molto noto di cui non voglio fare il nome, ma che chiamerò amichevolmente “Lo Sciacallo”. L’intervista si è fermata esattamente alla prima domanda, ed è andata così:

"Di che malattia soffri? Un giorno peggiorerà?"
"Guardi, l'intervista finisce qui, per il suo bene."
"Ma i nostri lettori sono curiosi di conoscerti!"
"Me o la mia prognosi? No, lasciamo perdere."
"Ma sarebbe pubblicità gratuita per il tuo libro!"
"Non mi serve il genere di pubblicità di chi non ha letto il libro e ne parla solo perché scritto da una disabile."

Dubito che se un giornalista leggerà questo post mi proporrà mai un’intervista. Se capiterà, ora ho maggiori speranze che sia un’intervista intelligente. Del resto, ho portato avanti sempre e solo quelle. Sappiate però che, per quanto bene verrà formulata, c'è una sola domanda a cui non risponderò mai: di che patologia soffro. Certo... a meno che non siate di Medicina 33.
 
 

lunedì 12 gennaio 2015

Je suis confus

Alla luce dei fatti di Parigi, come sempre si sono delineati i soliti profili di personalità da pecoroni. Tutti credono di essere più o meno originali, ma basta vedere i post e i tweet per capire quali sono le macro-famiglie di appartenenza.

Il Vendicativo con delega

Il Vendicativo, al seguito di personaggi illustri non necessariamente intelligenti, come Salvini, evolutivamente parlando, è rimasto al codice di Hammurabi. Occhio per occhio, dente per dente, ma se gli hanno solo sparato, meglio aumentare la dose, che se no muoiono subito e non soffrono abbastanza. Magari ecco, Salvini lo hanno sempre considerato un cretino su tutto il resto, però su sta cosa qua ha ragione. Noi vittime innocenti, loro pazzi fanatici. Il punto è che hanno cominciato “loro” e ciò autorizza di default il Vendicativo a rendere la pariglia. Nemmeno da mettere in dubbio che la colpa stia tutta dalla parte di là. Noi li accogliamo e loro vedi come ricambiano? Vogliono dettar legge a casa nostra, dirci cosa è giusto o sbagliato, insegnarci come vivere e chi pregare… Sì insomma, si comportano più o meno come qualsiasi cattolico, ma facendo riferimento al Dio sbagliato. Al Vendicativo non devi nemmeno provare a dire che non è che le abbiamo proprio “bene accolte” queste persone. Insomma, accogliere significa far sentire l’altro a proprio agio e ben voluto e non credo che prendere per il culo in modo volgarotto ciò in cui crede, rientri nel termine “accoglienza”. Fermo restando che qualche vignetta dissacrante non è un buon motivo per uccidere… anche se mi sforzo da ore di trovare un qualsiasi buon motivo per uccidere. Ma il Vendicativo invece ce l’ha: se hanno ucciso, uccidili, possibilmente in modo cruento. Dubito poi che un qualsiasi Vendicativo se la sentirebbe di applicare direttamente una sola delle torture che auspica. Sì insomma, vanno torturati, stuprati, spellati vivi, bruciati e dati in pasto ai porci, ma nome e cognome di chi deve farlo non si sa. Personalmente, io eviterei non solo i terroristi, ma pure chi se la sentisse di porre in essere certe rappresaglie… e credo pure il Vendicativo in fondo.
Il vero problema del Vendicativo, è che non conosce direttamente nessun terrorista, perché pare che non vadano in giro dichiarandosi tali se non a strage ultimata. Quindi, per non sbagliare, lui rimanderebbe al proprio paese tutti i mussulmani, senza distinzioni di sesso, età o pratica religiosa, dimostrando tra l'altro  di confondere il concetto di religione con quello di Paese di origine. Sì insomma, se la carnagione vira sul brunito e tengono la barba tipica di quelli lì o il burqua, che tornino in Mussulmania. Tanto qui non si integrerebbero mai con noi, che nel 2015 mandano ancora in giro le donne col velo! E almeno su questo argomento, io in effetti ammetto che non saprei come ribattere, ma magari le suore sì.

Il Martire sulla carta

Il Martire non ha ancora capito cosa sia successo, perché o quanti morti e feriti ci sono stati, che ha già offerto il proprio perdono a tutti. Cosa incredibilmente facile, tra l’altro, se non hanno ammazzato gente che conosci. Certo, il Martire è sensibile e si commuove sinceramente un po’ per qualsiasi cosa, ma la sua rielaborazione del lutto è incredibilmente veloce, spesso molto più veloce di quella del Vendicativo, che non si dà pace fino a che non vede almeno un terrorista sforacchiato sul selciato. Il Martire ama tutti e accetta tutti, ma nella maggior parte dei casi non saprebbe annoverare nemmeno il nome di un conoscente mussulmano. Però inneggia la pace, l’amore, la tolleranza, in un mondo dove tutti convivono serenamente, quando la realtà dei fatti è che spesso non riusciamo a coabitare in armonia nemmeno col nostro coinquilino che lascia alzata la tavoletta del water e non usa il sottobicchiere.
Il Martire non crede nella violenza come soluzione ai problemi: lui al massimo metterebbe chi sbaglia in prigione, ma trattandoli bene, che non bisogna mica scendere al loro livello. Perché, anche se non lo ammetterebbe mai, questo è il Martire: una creatura misericordiosamente superiore. Non ha forse Gesù perdonato i suoi carnefici? E il Martire è pronto a fare altrettanto, salvo che non è mai stato martirizzato. Per come la vedo io, troppo facile perdonare se non ti hanno davvero sparato almeno al cane. Tutti bravi a fare i Martiri con i morti degli altri.

Lo Scienziato

Appena partono le prime ANSA su un attentato, lo Scienziato ha imparato tutto quel che c’è da sapere su Charlie Hebdo e la Jihād, in mezza dozzina di click, ma si era già fatto una precisa ed immutabile opinione dopo la prima googlata. Rispolvera la Fallaci, di cui non ha mai letto un intero libro, ma che sa citare a memoria e la chiama a testimoniare dalla tomba sui fatti attuali.
Lo Scienziato per natura è tollerante, anche se non tace la propria convinzione che tutto questo non sarebbe mai successo se non fossero mai esistite le religioni. Beh, certo, per essere del tutto al sicuro, dovremmo abolire anche la politica, che pare sia al primo posto come matrice di atti terroristici e magari pure lo sport, che qualche ultrà a volte si lascia prendere la mano. Il bello dello Scienziato è che usa parte di quello che sa per giustificare la teoria che gli preme al momento, ben sapendo che gli altri tanto sono ignoranti e difficilmente lo contraddiranno. Insomma, prende alcuni fatti veri e li usa per dimostrare che ha ragione, come se ogni verità scientifica non fosse infarcita anche da contro-prove. Quello che lo Scienziato lascia trasparire, è che il suo è un parere autorevole, in quanto sa un sacco di cose, mentre in realtà sa solo come cercare rapidamente delle informazioni spicciole.
Come la risolverebbe lui? Qui gli Scienziati si dividono: per alcuni uno Stato laico, colto e democratico è la panacea di ogni male, ma non è ben chiaro come estirperebbero tutta l’ignoranza e le false credenze del popolo. Per altri, semplicemente non ce n’è: l’uomo come specie è destinato ad autodistruggersi ma tanto, quando accadrà, lo Scienziato sarà già morto e perderà l’ennesima occasione di dire: “Ve l’avevo detto!”.

Ecco, questi grosso modo sono i macro-greggi di pecore delineati in questi giorni, più la mia categoria preferita, che è quella del Sicuri-polimorfi, che in pratica condividono ora un pensiero, ora l’altro, a seconda del contesto.
A che categoria appartengo io? Non lo so. La verità è che non so praticamente un cazzo di religione mussulmana e tanto meno di Jihād, ISIS o terrorismo islamico. A dirla tutta, credo che non saprei distinguere un mussulmano da un ebreo... mi confondo sempre chi si mette la tovaglia da pizzeria in testa e chi la coppetta del Papa. Del resto, davanti a simili gesti, l'ultima cosa che mi interessa sapere è di che religione, partito o squadra fosse chi ha ucciso. Non esiste nessun valido motivo per uccidere e il fatto che mio suocero sia ancora vivo lo dimostra. 
Non fosse che a Psicologia mi hanno insegnato che tendiamo sempre a vedere la malattia mentale laddove non riusciamo a concepire i gesti di un essere umano, me la sarei cavata dicendo che per me tutti i terroristi sono malati di mente instabili, che più che uccisi, andrebbero diagnosticati per tempo e imbibinati di Haldol e Roipnol. Ma è troppo semplice dire che uno è matto solo perché fa qualcosa che la maggior parte delle persone che conosci non farebbe. Con questo criterio, puoi ricoverare chiunque non sia, chessò, comunista... non che in passato non sia stato fatto eh!
L’unica opinione che mi sono fatta è che posso capire chi, non avendo forse di meglio nella vita, si lascia invischiare sino alla morte dall’unica cosa che lo fa sentire accettato ed importante. Non dubito che per essere il tizio che spara o che si fa saltare in aria in nome di Dio, non serva essere cattivi, quanto disperatamente bisognosi di appartenere a qualcuno o a qualcosa. Poi la convinzione che “i cattivi” siano quelli "di là" potrebbe forse convince pure alcuni Vendicativi locali a premere il grilletto.
Faccio invece molta più fatica a capire cosa si prefiggano le organizzazioni dietro a questi poveri fantocci facilmente manovrabili. Insomma, se hai davvero campi di addestramento e cellule dormienti da risvegliare a comando, non puoi essere un cretino qualunque. Ma se non sei cretino, cosa ti prefiggi con un attacco come quello a Charlie Hebdo, di vendere più copie? Dai, siamo seri. Pure io ho fatto la figa fingendo di aver sempre saputo cosa fosse Charlie Hebdo, ma se oggi conosco almeno alcune delle sue vignette più grette e offensive è solo merito dei terroristi. Ecco… mi sfugge la logica, ma forse perché sono capace di comprendere che singoli individui si comportino in modo illogico, mentre dai gruppi terroristici ben organizzati mi aspetterei qualcosa di più. La ragione non può essere quella di spaventare qualcuno, perché se davvero esiste una “Mente”, deve essere abbastanza sveglia da capire che di fronte al nemico ci si unisce, mica ci si sparpaglia in giro per fungere da facili bersagli. Prima c’era un Charlie Hebdo, oggi ce ne sono miliardi: complimenti per il risultato eh!

Ecco, questo vorrei capire. Non la logica degli esecutori, ma quella delle presunte organizzazioni che hanno alle spalle. Perché se un fine è stato raggiunto, è solo quello di aver fatto sentire fratelli dei popoli che prima si sfottevano a vicenda e di avergli dato un nemico tanto comune quanto confuso. Che poi, quale grande atto terroristico sarà mai stato? Tre imbranati armati di kalashnikov hanno ucciso dodici persone, laddove un adolescente incasinato in una qualsiasi scuola americana in passato ha mietuto molte più vittime, pure più carine.
Non ci vuole un genio per procurarsi un arma e sparare e nemmeno un motivo. Per questo non ho paura dei mussulmani… non più di quanta ne abbia dell’emo sfigato che vive in fondo alla mia via. Ecco di cosa dovremmo avere tutti davvero paura: di quello che può fare una persona non integrata in un tessuto sociale variegato. Di ciò a cui può decidere di sacrificare la propria vita, pur di sentirsi parte di qualcosa. E le uniche armi a nostra disposizione, non sono la vendetta, il perdono o la cultura, ma l’attenzione all’altro e ai bisogni fondamentali dell’uomo.

Ecco su cosa dovremmo ragionare dopo le prime naturali reazioni che tutti abbiamo avuto nei giorni scorsi. Siamo umani e, davanti alla minaccia, attacchiamo o fuggiamo. Questo è ciò che abbiamo fatto tutti: abbiamo sparato nel mucchio o siamo fuggiti alla cieca. Ci siamo arrabbiati e abbiamo espresso pensieri orribili, facendoci più grandi di quel che siamo, perché chi si mostra debole, potrebbe essere scambiato per una preda. Oppure abbiamo avuto paura, ci siamo chiesti se annullare quel viaggio, ci siamo domandati dove andremo a finire e, magari, per sentirci meno impotenti, abbiamo dato la colpa ai giornalisti, perché chi si comporta sempre bene, non rischia certe cose. Infine abbiamo cercato di razionalizzare, di cercare cause, ragioni, spiegazioni, illudendoci che sapendo, verificando, spiando, arrestando, tutto tornerà sotto controllo. Noi siamo stati almeno per un istante il Vendicativo, il Martire, lo Scienziato. Io lo sono stata e lo sono ancora a tratti, e non me ne vergogno: ogni uomo reagisce così davanti ad un attacco. Ma ora proviamo a ragionare davvero, perché questa non è una guerra in cui servano Punitori, Martiri o Eroi. Non esiste causa al mondo che possa definirsi "una buona causa", se chiede a qualcuno di morire per essa. Si può morire per qualcuno fatto di carne e ossa, non per qualcosa e tanto meno per Dio, che credo sia abbastanza grande e grosso da non necessitare di difensori. Chiunque asserisca il contrario, è un terrorista disposto a dar via la propria vita solo perché non ha avuto modo di amarla abbastanza.