mercoledì 27 marzo 2013

Saggezza popolare dei miei stivali

Tutti sono convinti che io ce l’abbia coi vecchi, ma la verità è che sono i vecchi ad avercela con me. Quando sono al supermercato, mi fissano come fossi un’aliena sulla sua astronave  e non abbassano lo sguardo nemmeno davanti alla mia espressione alla Clint Heastwood.
 
Pensatela come volete, ma per me questa è maleducazione.
 
Gli anziani si trincerano dietro il “vedere ma non toccare” e pensano che finché non allungano la manina vada tutto bene.  
 
E invece no.
 
I disabili sono stufi dell’occhio che vuole la sua parte e della saggezza popolare in generale.
 
Ammettiamolo: la saggezza popolare è una stronzata.
 
I proverbi sono un’accozzaglia di luoghi comuni misogini, ove le donne sono votate alla sofferenza pur di apparire belle e vengono trattate alla stregua di bovini di razza chianina.
 
Se sei disabile poi, i proverbi possono rovinarti la vita.
 
Pur d’imparare a zoppicare, sono andata con un sacco di amici zoppi. Beh, ultima notizia: ancora nessun miglioramento!
 
E la storia della gatta frettolosa che ha fatto i gattini ciechi? Già è difficile avere un figlio non vedente, figurati se poi quello è convinto che il suo handicap sia imputabile a una madre sbrigativa!
 
Vogliamo parlare delle mele? Io ho trascorso l’infanzia in ospedale e so per certo che i medici se ne strafregano di quante ne mangi al giorno: ti stanno intorno lo stesso.
 
Dunque, non sono mai stata un’estimatrice dei vegliardi, ma è più colpa loro che mia. Son loro che si sono inventati questi detti in cui tutte le persone un po’ fuori dalla norma sono associate a cose sbagliate.
 
Le bugie non hanno le gambe corte: quelli sono i nani che, per la cronaca, non vanno sempre in giro in gruppi di sette, non stanno volentieri in giardino e, se sono femmine, non hanno una patata gigantesca in cui fanno rintanare chiunque.
 
Non tutte le persone amputate sono andate al lardo insieme al proverbiale gatto monco.
 
Chi tace non sempre acconsente: forse è semplicemente muto.
 
Magari il riso non abbonda solo sulla bocca degli stolti: magari è un ictus!
 
Se pensi che non ci sia peggior sordo di chi non vuol sentire, è solo perché non frequenti abbastanza audiolesi.
 
L’amore non è cieco, e nemmeno l’odio o la furia lo sono: son tutti falsi invalidi.
 
Tra l’altro, se ritieni che procedere alla cieca sia una cosa goffa, probabilmente non hai mai visto un non vedente nato andare in giro col bastone. Ne conosco alcuni che vanno persino in bicicletta.
 
Se la mamma comprende il figlio muto è solo perché lei si è messa a studiare il linguaggio dei segni, mica come te.
 
“Prigione e malattia, chiedono compagnia”… ti sembra carino essere accomunata a degli avanzi di galera? Perché i vecchi infondo sono convinti che se, siamo così, ce la siamo cercata.
 
Secondo loro dovremmo accoppiarci tutti tra storpi, perché chi si assomiglia si piglia. Peccato che il sesso tra due che non si reggono in piedi presenti complicazioni considerevoli. Ah già! Dimenticavo: per la tradizione popolare, i disabili sono tipo angeli asessuati, che certe cose non le pensano, figurati se le fanno.
 
La verità è che la tradizione popolare giudica tutto, in modo insensibile: gente capace di dire a uno col peacemaker che al cuor non si comanda.
 
Prova ad andare a Lourdes a dire: mal comune, mezzo gaudio!
 
Spiegalo tu a quelli come Welby che finché c’è vita c’è speranza e poi dimmi dove ti mandano esattamente.
 
E non è mica vero che sbagliando s’impara, altrimenti i proverbi  discriminanti li avrebbero cambiati.
 
Ma la verità è che non ce l’ho coi proverbi e nemmeno coi vecchi … almeno non con quelli che al supermercato si fanno i fatti loro.
 
Ce l’ho con chi usa i proverbi come risposte ai problemi delle persone.
 
Chi ha subito un lutto, l’ultima cosa che vuol sentirsi dire è che il tempo guarisce tutte le ferite: sta male in quel momento e non è che si senta bene all’idea che, chissà quando, andrà meglio.
 
Chi è stato mollato, non vuole saperne di usare un altro chiodo per scacciare il primo chiodo: vuole solo la zuppa riscaldata, anche se a te fa schifo.
 
Chi ha perso il lavoro, probabilmente ha più bisogno di un bilancio di competenze che di star lì a pensare a porte che si chiudono alle proprie spalle per lasciare il posto a fantomatici portoni immaginari.
 
A chi è andato tutto in fumo dopo grandi sforzi, prova a dire che l’uomo propone e Dio dispone, poi lamentati che il Suo nome viene pronunciato in vano.
 
Quando le persone ci parlano dei loro tormenti, non lo fanno in cerca di facili risposte che potrebbe dare una bravissima portinaia. Sanno anche loro che a volte non esistono risposte, ma condividere il peso con qualcuno spesso è sufficiente.

Se non sapete cosa dire, non dite niente: tirate fuori le palle e offrite un abbraccio.