mercoledì 18 settembre 2013

De rerum pendularis

Sono pendolare dal 2001 e ormai il treno è diventata una vera e propria passione, intesa nel senso squisitamente cristiano di “sofferenza fisica, tribolazione e martirio”.

Non è un caso se pure nella Via Crucis ci stanno le stazioni. Almeno lì sono solo 14 e alla fine qualcuno risorge. Se prendi un treno invece, scopri che esistono centinaia di stazioni in mezzo al nulla e che, alla fine della giornata, più che altro sei morto.

Se Gesù fosse stato pendolare, per far tornare il conto delle stazioni, sarebbe dovuto cadere almeno una ventina di volte.

Ma basta con i parallelismi blasfemi, anche se quando si tratta di Misteri, pure Trenord e FS hanno poco da invidiare alla Chiesa.

Per esempio, mi piacerebbe capire perché i treni si fermano sempre in stazioni sconosciute in mezzo alla steppa Lombarda. Certe fermate sono in paesi che nemmeno esistono. Ogni volta scruto la porta, per capire se qualcuno sale o scende proprio lì, ma non accade mai. Sono non luoghi creati solo per far fermare i treni in un posto da cui non hai la più pallida idea di come allontanarti. Avete mai conosciuto davvero qualcuno che abita a Brusuglio?? Che poi già il nome delle stazioni dove vorrebbero farti scendere, abbandonandoti ad un oscuro destino, spesso la dice tutta: Lomazzo, Mozzate, Malnate, Legano (da tutti erroneamente pronunciato con l'intonazione sulla "a" anziché sulla "e")…

Una volta ho provato a fare check-in con Foursquare in una stazione dove ci siamo fermati per inspiegabili motivi e dopo un quarto d’ora che la rotellina girava a vuoto sono uscite le scritte “Ma n’do cazzo sei?!” e “Il tuo amico @TristeMietitore è nei paraggi”.
Dario Argento non è mai salito su un treno, se no mica si spiega che non ci abbia ambientato un horror. Pure Stephen King viaggia evidentemente solo in aereo, altrimenti Christine la macchina infernale sarebbe una locomotiva, mica una Plymouth.  

A volte penso che preferirei dormire nell’hotel di Shining stringendo al petto una bambola psicopatica e condividendo il letto con un Clown assassino, Freddie Kruger e il tizio appassionato di Munch, piuttosto che salire su un treno. Tanto le facce dei pendolari che girano, più o meno sono quelle.
Prima del trucco, io sono somiglio sputata alla maschera di Scream … il problema è che non ho la maschera.

Ma diciamocela tutta, non c’è personaggio dei film horror che regga il confronto col pendolare. Se non siete pratici di questo habitat, lasciate che vi delucidi sulla tipica fauna da vagone.
Il Macchinista. E’ una figura ammantata di mistero, che si intravede solo con la coda dell’occhio, mentre sale o scende dal treno. Di lui non si sa molto, se non che è un sadico bastardo che va a funghi. Si potrebbe pure soprassedere sul sadico bastardo, se non fosse che, a giudicare dalla velocità media di crociera del treno, è evidente che i funghi li cerca tutto l’anno, in mezzo alle rotaie. E’ lui che controlla tutto: chiusure, aperture, velocità e impianto di condizionamento. La sua passione è rinchiudere un sacco di persone in un luogo angusto e poco ossigenato, sottoponendole a temperature estreme, per vedere se si scannano tra loro. Pur sapendo esattamente dove stanno da anni le stazioni, invece di rallentare gradualmente in loro prossimità, preferisce inchiodare e spalmare così la gente sul pavimento. Ama risolvere il cruciverbone della Settimana Enigmistica mentre sosta nell’unica stazione dove non è mai salito o sceso nessuno, salvo farsi prendere dalla Sindrome del Bianconiglio quando deve far salire centinaia di persone alla fermata di Busto Arsizio. Per rendere il gioco più interessante, spesso non apre una o più porte, solo per vedere l’orda assassina fiumare verso i pertugi aperti, pronta a calpestare anziani, donne e bambini pur di non perdere il supplizio quotidiano che li aspetta a bordo.
 
Il Capotreno. E’ quello che non si vede mai se il treno non parte o è fermo da due ore in mezzo alla Terra di Merdor, ma che compare alle tue spalle come un avvoltoio se non hai vidimato il biglietto. Se deve dare spiegazioni, lo fa all’interfono, generalmente dopo un tre ore, quando ormai pensi di essere stato abbandonato e sei pronto a sviluppare la Sindrome di Stoccolma verso chiunque voglia dirti cosa diavolo stia succedendo. E dopo tanta attesa di una risposta esaustiva che giustifichi tutto quel dolore, il Capotreno finalmente accende l’interfono, si schiarisce la voce e dice: “Informiamo i Signori passeggeri che, causa problemi sulla linea, questo treno viaggia con tre ore di ritardo”. Perché il Capotreno è una persona che ama constatare l'ovvio.
Il Bauscia Rampante. Non tiene nemmeno più il cellulare in mano, perché tanto la spalla gli si è incollata al collo, creando un’intercapedine naturale ove inserire il telefono. Qualunque lavoro faccia, non ha segreti per nessuno di quelli sul treno e probabilmente nemmeno per chi sosta a meno di 5 chilometri dai binari, dato che non potrebbe parlare più forte nemmeno con un megafono. I suoi collaboratori sono tutti dei “pirla” o delle “teste di vitello”. Il Capo spesso non è lui, ma dovrebbe esserlo. E’ lui infatti che risolvere tutti i casini combinati dagli altri, il problema è che li risolve in treno, in diretta, mentre tu vorresti schiacciare un pisolino.
Le comari. Non viaggiano mai in numero inferiore a due e hanno un’età che può variare dai 30 ai 50 anni. Hanno delle amiche comuni di cui non approvano una sola virgola: come lavorano, chi hanno sposato, come crescono i figli, dove vanno in vacanza e soprattutto come stanno buttando via la loro vita. Se vi state chiedendo perché continuino nonostante tutto a frequentare certa gente, la risposta è semplice: perché altrimenti non saprebbero di cosa parlare in treno.
La studentessa. Sulle spalle porta tutto il peso del mondo, in uno zaino che usa come un machete per farsi largo tra i viaggiatori. Si può ricostruire il tragitto esatto da lei compiuto nella giornata, seguendo la scia di lussazioni e contusioni che lascia dietro di sé. Trovi o meno posto a sedere sui mezzi, ha comunque almeno due libri in mano, da cui traboccano post-it e appunti evidenziati col sangue. Di solito fa cadere ciò che ha con sé almeno due volte per tragitto, spargendo ovunque fogli compilati con quel genere di grafia che spingerebbe qualsiasi grafologo a suggerire un TSO o un esorcismo. Che abbia bisogno perlomeno di un ansiolitico, lo si capisce anche dal modo in cui tamburella coi piedi o si accanisce sul pulsante della penna a scatto. Potrebbe sembrare che parli col Demonio, ma in realtà si limita a mormorare litanie ossessive, di cui l'unica parola che riesci a comprendere, stranamente, è "desossiribonucleico". È evidente a tutti che teme il prossimo esame più dell'Apocalisse e tu che ci sei passata prima di lei vorresti spiegarle che nella vita dovrà affrontare cose peggiori dell'orale di biologia, solo che sarebbe una balla.

La socievole. Si riconosce perché, anziché tenere gli occhi su telefono, su un libro, persi nel vuoto o semplicemente chiusi, cerca di incrociare lo sguardo di chiunque. Ha degli occhietti eccitati da furetto sotto anfetamina e le labbra sempre sorridenti. E' dal fatto che sembra felice pur stando su un treno che capisci che non ci sta con la testa. Si vede subito che muore dalla voglia di parlare con qualcuno, possibilmente di argomenti affascinanti, quali il tempo atmosferico o il caro-abbonamenti. E non si lascia scoraggiare nemmeno quando tutti intorno a lei sembrano inspiegabilmente concentrati su qualcosa che li assorbe completamente: il giornale del mese scorso, la pellicina del pollice sinistro, una macchia d'inchiostro simpatico sulla punta della scarpa. Se si commette il tragico errore di attraversare la traiettoria delle sue pupille dilatate è finita: tutto inizia con “Ha sentito che…” e può finire solo con l’harakiri.

La Fidanzata. Manda avanti, tutta da sola, una relazione a distanza, e lo fa sul treno. Del fidanzato non si sa molto, se non due cose, chiare a tutti gli altri passeggeri: le mette le corna e non ha il fegato per dirle che è finita. Chiare a tutti sì, ma non alla Fidanzata, che si ostina a chiamarlo "Tato" in un'alternanza di strepiti, lacrime e proposte d’incontro sempre disattese. Ma le buche che lui continua a darle riescono solo in parte a scalfire la sua fede nell’amore eterno, facendole chiedere almeno dieci volte per tratta: “Qualcosa non va? Ho fatto qualcosa che ti ha dato fastidio? Perché non ne vuoi parlare ora?”.
“Perché sei al telefono cazzo, a bordo di un treno pieno di gente che ha deciso di non fare la casalinga proprio per non doversi sorbire Beautiful!!” – questo le risponderesti tu.
Ma Tato non ha le palle per farlo.  Tato non ha nemmeno il coraggio di dirle che è finita, probabilmente solo perché Tato non sta sul treno con noi.

La Vamp. Crede che il modo migliore per portare a spasso un intero set di valigie sia il tacco dodici tempestato di Swarovsky. La si vede solitamente incastrata tra la banchina e le porte del treno, senza la più pallida idea di chi o cosa siano Archimede o il fulcro di una leva. La massima dimostrazione di problem solving di cui è capace nella giornata è abbinare la borsa alle scarpe, per tutto il resto si affida ciecamente al prossimo. Se riesce a salire sul treno è solo perché gli altri passeggeri l'aiutano, mica per altruismo, ma perché con tutte quelle valigie sta bloccando il passaggio. Comunque è inutile, perché se riesce infine a salire sul treno, è sicuramente il treno sbagliato. Il problema è che se ne accorge solo quando arriva al capolinea. Allora si ridesta dai suoi pensieri (???) ed esclama: "Ma abbiamo già superato la Stazione XY?!" -  Stazione che di solito sta su tutt'altra direttrice, talvolta persino in un altro Stato o Continente.

Il Ghiro. È il più innocuo di tutti. Si siede e un nano secondo dopo è già nel secondo ciclo di sonno REM. La testa che sballonzola sul petto, o reclinata all’indietro, a spregio dei potenziali tagliagole. Alla bisogna, può pure dormire in piedi, come i cavalli. È in sostanza il compagno di viaggio ideale, se si riesce ad ignorare i salutari grugniti e il filo di bava che gli cola dalla bocca semiaperta.

Lo Straniero. Non sa dov’è, come ci sia finito e soprattutto perché. Si guarda intorno con i suoi bagagli, in cerca di un qualsiasi cartello scritto in inglese che gli faccia capire cosa fare, ma trova solo la scritta “TO LETTE”. E per un po’ si chiede se Lette sia dalle parti di Milano Centro. Vorrebbe chiedere aiuto, ma la maggior parte delle persone che vede intorno a lui gli fanno sostanzialmente paura. A parlare con gente in divisa ci ha provato pure, ma si è visto sciorinare davanti una pantomima di gesti assurdi, frammisti a un linguaggio per iniziati fatto di “You go… go go go go and, on di dext, turn the angol. Take di Metro, L-I-N-E-A R-O-S-S-A. In front of you landscape, seaside, contryside, a big… Duomo… present? The big church with a golden Lady Mary on the top… in one word: Milan Centre.” A un certo punto ha rinunciato, perché si sa che “Italia. pizza, mafia, mandolino” e nessuno dei tizi consultati sembrava un pizzaiolo o un musicista. Decide di salire su un treno a caso, confidando nella voce metallica che annuncia le fermate, prima in italiano e poi in inglese. Eccola, finalmente! “Welcome all passengers aboard zzzzzzzzz. We inform zzzz very important zzzzzzz zzzz zzzz. There is a rail zzzzzzzz station in front of zzzzzzzzz. Please, don’t forget zzzzzzzzz zzzzzzz zzzzz. Zzzzzz zz zzzzz zzzzz and  hope see you again”.

E poi ci sono io: l'Asociale. Cuffie con musica a palla, cellulare in una mano e libro nell'altra. Il libro può pure essere lo stesso da oltre un anno, perché infondo non serve da leggere, serve a non incrociare per sbaglio lo sguardo della Socievole. Anche la musica che ascolta non fa grande differenza, perché tanto il Bauscia è comunque tre ottave sopra la soglia di sopportazione umana. L’Asociale è pronta a scavalcare chiunque stia salendo sul treno, perché deve assolutamente essere la prima. Le ci sono voluti anni per trovare il posto ideale: abbastanza vicino alle porte da sedercisi senza fare troppa strada, ma abbastanza lontano da non essere presa a zainate dalla Studentessa. Di fianco al sedile c’è l’unica presa funzionate dove può attaccare il cellulare scarico e il bocchettone dell’aria condizionata è a ragionevole distanza di sicurezza. Conosce così bene quel posto che ha la forma del suo culo. A volte pensa che dovrebbero metterci sopra il suo nome, dato che viaggia su quel treno da abbastanza anni da far scattare l’usucapione. Ogni mattina si alza almeno venti minuti prima del pendolare medio, solo per sedersi esattamente in quel posto, dove tra ritardi e guasti alla motrice, ha trascorso quasi metà della sua vita. E’ lo Smeagle del vagone: cerca di mantenersi nell’ombra, abbruttita da anni di pendolarismo, col suo tesssssssoro sotto il culo. Finge di non vedere né sentire nessuno, ma è sempre all’erta, anche quando pare dormire. Su quel treno ha già visto di tutto, senza scomporsi: svenimenti, attacchi di panico, cadute con effetto domino per una brusca frenata, sassi che colpiscono i finestrini, fumi acri e densi che invadono l’abitacolo. Ma da sempre, l’unica cosa in grado di farla scattare sull’attenti è il fruscio dell’interfono del treno, foriero di sciagure. Solo quello catalizza all’improvviso tutti i suoi sensi, roba che manco l’Occhio di Sauron.

Una cosa però accomuna tutti i pendolari.
A qualsiasi categoria appartenga, nessun pendolare andrà mai in Paradiso, ma se non altro si sarà già abituato all’Inferno.