mercoledì 16 luglio 2014

Assumerei una persona come te? Scoprilo con questo test.

Parte del mio lavoro è aiutare gli studenti ad affrontare i processi di selezione. Nonostante sia una grammarnazi, quando si tratta di lavoro, alla grammatica preferisco sempre la pratica. Così, per prepararli ad affrontare le selezioni del personale, li sottopongo alle stesse prove, in un contesto dove in gioco non c’è un lavoro vero, ma qualcosa di più: la possibilità di conoscersi non necessariamente per come si è, ma per come si appare dall’esterno. E già, perché gli psicologi, contrariamente a quello che pensa la gente, mica hanno la sfera di cristallo che ti leggono dentro. Come tutti, ci basiamo su indizi. Semmai siamo solo un po’ più bravi nel raccoglierli, ma mica sempre e mica tutti.
Le mie “selezioni di gruppo” cominciano sempre con un’attività volta a “rompere il ghiaccio”, ma a modo mio e dei russi: con un bel candelotto di dinamite. Siccome ci tengo a mettere la gente a proprio agio, dico loro che dovranno alzarsi in piedi davanti a tutti e rispondere a due domande, in tre minuti esatti: non un secondo di più, non uno in meno. Quindi, per far capire che non sto scherzando, tiro fuori il cronometro. Incredibile come bipedi convinti che reggersi sulle proprie gambe sia una gran cosa, cambino immediatamente idea se devono alzarsi in piedi e parlare in pubblico. Di fronte al tempo che scorre, invece, le reazioni sono due: c’è chi inizia a parlare a macchinetta e dopo tre minuti non ha risposto nemmeno alla prima domanda e chi, dopo meno di sessanta secondi, ha esaurito gli argomenti e rimane mutacico ad aspettare che trascorra il tempo residuo. Io non faccio sconti a nessuno: proprio come il Triste Mietitore, interrompo chi non ha ultimato la sua storia entro i minuti assegnati e osservo imperturbabile l’imbarazzato silenzio di chi non sfrutta quanto gli è concesso. 
Il modo in cui le persone percepiscono e trattano il tempo è affascinante: anche un microcosmo di tre minuti può rivelare qualcosa. La persona che ho davanti, “sente” il tempo scorrere dentro sé? Si comporta come se non bastasse mai, senza accorgersi che potrebbe pure essere sufficiente, se avesse un obiettivo chiaro e una strategia per raggiungerlo? Oppure va subito al sodo e, se “avanza qualcosa”, si ferma, incapace di riempire il tempo con nuovi scopi o perfezionando il lavoro fatto sino a quel momento? La gestione del tempo: la competenza più importante, mica solo per le aziende.
Le due domande che pongo sempre sono invece: 1) Se fossi un mago, cosa vorrei inventare e perché?; 2) Se fossi un personaggio famoso, chi vorrei essere e perché? 
E qui inizia l’appiattimento generale. 
Si credono tutti super intelligenti inventando teletrasporti, macchine del tempo, cure per tutte le malattie, replicatori di cibo per sconfiggere la fame nel mondo, invenzioni per far finire le guerre e diffondere l'amore. Insomma, la classica risposta che darebbe Miss Mondo per convincere il pubblico che ha un cuore sotto le tette. Avesse un cervello, forse si inventerebbe pure qualcosa di più originale. Il punto è che pure le risposte comuni, se ben motivate, possono andare bene. E qui nasce il vero problema: sembra che tutti desiderino le stesse cose, ma non sappiano nemmeno perché. Vogliono il teletrasporto per viaggiare lontano, quando non salgono nemmeno su un volo low cost per uscire dall'Italia. La macchina del tempo, per andare avanti e indietro a fare i voyeur o per vivere nella magica epoca di dame e cavalieri, morendo probabilmente di peste a vent'anni. Sognano congegni che costruiscano un mondo più giusto e migliore, poi posteggiano la macchina sul mio parcheggio disabili.
Ma son brava io a criticare stando dal mio lato della scrivania. Cosa risponderei io a queste due domande?
Se fossi un mago, cosa inventerei? 
Ecco, a me 3 minuti non basterebbero, ma perché ci sono troppe cose che vorrei fare, se fossi onnipotente. Per esempio, vorrei inventare una macchina che insinui o tolga il dubbio nella mente delle persone. Vorrei far sorgere degli interrogativi in chi ha troppe certezze, perché dubitare vuol dire continuare a cercare, approfondire, imparare, crescere. Vorrei che i credenti si svegliassero dall’arrogante convinzione che esista una giustizia divina, così magari si concentrerebbero di più su quella terrena. Nessun Dio da pregare affinché risolva i loro casini, nessuna vita migliore dopo quella che stanno sprecando ora. Vorrei però anche che gli atei non si sentissero superiori solo perché sono in grado di raggiungere conclusioni logiche che evidentemente sfuggono ai credenti. Vorrei si soffermassero su quanto d’inspiegabile accade nelle loro vite e non lo liquidassero sempre e solo come “caso”, “coincidenza”, “eccezione statistica”. Per quanto sia una fanatica dell’Uomo, trovo deprimente accettare di essere nati per caso, anziché voluti da una divina Testa di cazzo con un’insondabile e contorto piano in mente.
I dubbi dunque servono, ma troppi bloccano. Quindi vorrei che il mio congegno fosse anche in grado di toglierli. Ogni giorno vedo persone che non sanno scegliere, come se ogni scelta, grande o piccola, indicasse sempre la possibilità di un’alternativa che porta al successo e di un’altra dove si rovina tutto. Abbiamo sempre l’impressione che una via giusta esista, ma raramente sappiamo quale è. Puntare sul rosso o sul nero? La vita ci obbliga continuamente a prendere decisioni sulla base di dati incompleti. Per quanto uno si sforzi, le variabili sono innumerevoli e per buona parte incontrollabili. E allora vorrei poter aiutare le persone a cancellare dalla mente l’alternativa scartata una volta compiuta la propria scelta, affinché non debbano continuare a lambiccarsi sui “se” e sui “ma”. Perché la verità è che, Las Vegas a parte, non esiste una puntata in cui vinci tutto o perdi tutto. La vita obbliga continuamente a scegliere e anche non scegliere è in fondo una scelta: quella di restare immobili e non tentare. L’unico modo per non rischiare di sbagliare nelle proprie scelte, è morire. Una volta morti, peraltro, il congegno per mettere e togliere i dubbi, diventa superfluo.
E se potessi essere chiunque, chi sceglierei di essere? Tanto fighi si sentono gli studenti che a questa domanda mi rispondono “Nessun altro: vorrei essere sempre e comunque me stesso.” 
Io non vorrei essere sempre e comunque me stessa: davanti a una scala, vorrei camminare, di fronte a un’ingiustizia, vorrei essere un giudice, quasi ogni giorno vorrei essere semplicemente qualcuno che abbia il potere e la volontà di cambiare il mondo, possibilmente in meglio. Quindi, la risposta giusta forse, non è scegliere di essere se stessi e nemmeno una sola persona, per quanto ricca, grande o geniale. Essere qualcuno significa sempre non essere qualcun altro. Ora che ci penso, so chi vorrei essere per poter soddisfare tutte le mie aspirazioni: Dio. Che è come dire che sarei contenta di me stessa solo interpretando Qualcuno in cui non crede metà della razza umana, mentre l’altra metà ha idee tutte sue su come sono fatta e su quale sia la mia volontà. Forse, dopotutto, meglio essere me stessa… E ciò significa che devo rivedere i miei giudizi sugli studenti che mi hanno sciorinato questa risposta in aula.
E tu, se fossi un mago, cosa inventeresti?
Se fossi un personaggio famoso, chi vorresti essere?
Hai tre minuti di tempo per rispondere.

Nota: durate una selezione del personale, non esistono risposte giuste o sbagliate, ma ti consiglio di evitare: "Vorrei essere Dio" alla seconda domanda, sempre che tu non sia in grado di argomentarla davvero divinamente.