sabato 25 aprile 2015

1000 EURO AL MESE PER GLI IMMIGRATI E 300 PER I DISABILI. VERGOGNA!!!

Nulla di grave, solo decine di piccole scocciature e insoddisfazioni che alla fine mica migliorano la qualità della vita. Oh forse è solo la crisi di mezza età... ma che ne so poi se è la mezza età questa? Non è detto che morirò a ottant'anni: potrei aver superato la mezza età da un pezzo, senza saperlo. Fatto sta che non sopporto più quasi nessuno. Vivere in mezzo ai bipedi non è facile, ma pure avvicinarsi al mondo dei disabili che - nonostante le apparenze - non ho mai frequentato molto, non è che mi faccia sentire parte di un gruppo simile a me. 
Era inevitabile - col libro e gli incontri su temi della diversità - che le mie conoscenze diversamente normali si allargassero, soprattutto su Facebook. Beh, fatemelo dire: se quel che viene postato dai disabili rispecchia davvero ciò che è o pensa la maggioranza dei disabili, allora è chiaro che non solo i bipedi, ma persino molti handicappati mi stanno sul culo. 

Anzi, forse proprio perché dai disabili mi aspetto di più, finiscono col deludermi molto più dei normodotati. 

Partiamo da chi - disabile o no (?) - pubblica cose così: 
"1000 EURO AL MESE PER GLI IMMIGRATI E 300 PER I DISABILI! VERGOGNA!!!"

Questo cosa denota? 

Intanto che sei un boccalone, che crede a tutto ciò che legge su internet, pure se esce dalla bocca di Salvini o da una fonte attendiblie come La Padania. E infatti ci sono solo tre possibilità per cui tu puoi essere arrivato a questa pagina:
1) Sei appunto un boccalone e sei entrato credendo di aver trovato un'affinità elettiva con qualcuno che la pensa come te.
2) Mi conosci abbastanza bene: sei entrato per capire se per caso mi è partito un embolo che ha compromesso l'unica cosa che mi è rimasta di buono: il cervello.
3) Mi conosci molto bene e, leggendo il titolo, sei entrato per capire dove stava la fregatura.

In secondo luogo, postare certe minchiate significa essenzialmente che sei un povero disabile che si lamenta di essere discriminato per ciò che è, salvo poi fare esattamente la stessa cosa. 
Sia mai che uno in carrozzina si senta trattato come un cittadino di serie B, ma in fondo gli immigrati mica sono italiani e pertanto prima aiutiamo gli italiani e poi, se avanzano soldi, qualche spiccio di carità gettiamola pure agli immigrati. 
Fossi Dio, io questi li guarirei all'istante e li spedirei indietro su un barcone, a fare quella vita da cui gli immigrati tentano di scappare con ogni mezzo. Chissà che poi magari non comprendano che non camminare non era mica la cosa peggiore che potesse capitare loro.

Ma è evidente che non sono Dio, altrimenti il mondo sarebbe un posto migliore, ma con molta meno gente.

Ma c'è di peggio...

Peggio dei due pesi due misure, c'è che i disabili vogliono le cose gratis. Sentono di avere il diritto di non pagare nulla, come se lo Stato, i commercianti, il mondo intero, dovesse risarcirli perché sono nati o diventati così. 
Ed è sacrosanto accedere alla sanità, agli ausili, all'assistenza e ai mezzi di trasporto adattati (solo perché gli altri mica lo sono) grazie allo Stato sociale. Ma  gridare allo scandalo perché ad Expo fanno pagare mezzo biglietto ai disabili, anziché regalarglielo del tutto? Guardate che mica ve lo ha prescritto il dottore di andare ad Expo. Dovreste piuttosto incazzarvi perché, invece di farvi pagare il prezzo intero per vedere tutta Expo, ve ne fanno pagare mezzo per vederne mezza. Io non ci sono ancora stata, ma mica ci giurerei che Expo' sia tutta accessibile. Sempre che poi ci arriviate ad Expo, usando mezzi di trasporto pubblico spesso non predisposti per i disabili e non potendo godere di una Milano a misura di handicappato. E invece il grido di indignazione sta tutto lì: nel fatto che vi vogliono fare la carità al 50%, anziché al 100%.

Ma probabilmente sono cretina io, che VOGLIO PAGARE ESATTAMENTE COME GLI ALTRI, MA PER FARE TUTTO CIO' CHE POSSONO FARE GLI ALTRI.

Sono stufa di avere abbonamenti gratuiti a treni, metro, bus e tram su cui non posso salire.
Non me ne frega un cazzo di non pagare il biglietto ad una mostra che voglio vedere e che ha tre gradini per entrare.
Pagherei volentieri il prezzo intero di qualsiasi concerto, pur di poterlo comprare comodamente su TicketOne come tutti gli altri e poter scegliere di sedermi pure nel posto più sfigato, ma vicina al gruppo dei miei amici squattrinati.

E quanto al biglietto gratis per l'accompagnatore... - salvo esigenze specifiche che richiedano assistenza qualificata - scusate, ma sono solo io che a vedere Il Lago dei cigni ci voglio andare con qualcuno che possa apprezzarlo quanto me?

Se sei disabile, la società ti lancia dei bocconcini di pane raffermo sotto il tavolo, così magari non ti accorgi che sopra il tavolo dove arrivano i normodotati si ha accesso a molte più cose. E invece di lottare per sederci a quel tavolo come tutti gli altri, piagnucoliamo perché il tozzo di pane non è grosso come al solito.

Niente, non vi reggo proprio.

martedì 24 febbraio 2015

#BoicottaUnGradino

Non m’importa essere disabile, quel che mi ruga davvero è far parte di una minoranza. Se così non fosse, sarei pur sempre disabile, ma non handicappata, cioè non sarei continuamente messa davanti a degli ostacoli (le barriere architettoniche) tollerati dalla maggioranza. Che poi pure quelli della maggioranza mi danno ragione, ma solo ed esclusivamente sulla carta. Persino il Governo Italiano non ha nessun problema a scrivere sulla carta che ho ragione da vendere:
“La Repubblica garantisce il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società; previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e la partecipazione della persona handicappata alla vita della collettività (…)”
Avessi dei figli, gli leggerei ogni sera il testo della Legge 104/92 come favola della buona notte.

Gli italiani… capaci di grandi sogni e senza la spina dorsale per provare a realizzarne mezzo. Conosco persone con la schiena spezzata che nella vita hanno fatto molto più di qualsiasi bipede con tutto il midollo spinale teoricamente al posto giusto. A volte mi chiedo se sia peggio appartenere ad una minoranza sfigata o ad una maggioranza smidollata.
Anche stamattina, come quasi ogni giorno, ho discusso con un incivile che mi ha bloccato lo scivolo del marciapiede:
"La sposto subito!"
"Troppo tardi. Ho pregato davanti al Padre Pio sul suo cruscotto che le accada qualcosa di brutto entro sera. E accadrà."
Ovvio che io in Padre Pio non ci credo, ma l'importante affinché la maledizione funzioni è che ci creda lui. E dalle 50 sfumature di grigio dipintesi sul suo volto, lui ci ha creduto.
E così mi è venuta un'idea...
Ogni giorno io scelgo di non stare zitta... "scelgo" nel senso che l'alternativa è chiudermi in casa. Sì, il gradino è un problema mio, solo che un giorno potrebbe pure diventare un problema tuo. Smettila di grattarti i coglioni: ormai te l’ho tirata. Ti conviene anzi far qualcosa per migliorare la situazione, perché ci finirai anche tu su una sedia a rotelle: non è sfiga, si chiama vecchiaia. Oh... magari pensi di essere uno di quelli che preferisce morire giovane anziché finire su una sedia a rotelle. Credimi, lo pensi adesso che cammini, ma più il tuo corpo cederà sotto l'inevitabile peso degli anni, più capirai che è incredibilmente facile rinunciare a determinate abitudini senza le quali non pensavi di poter vivere. Del resto, il mondo è pieno di uomini a cui non tira più. A quante cose dovrai rinunciare tra qualche decina (?) d’anni, dipende da quanto tu creda oggi che il problema delle barriere architettoniche non ti riguardi.
Ok. Fin qui te l'ho tirata. Ora ti do invece l'antidoto contro la mia potentissima maledizione.

Catena di San Pietrino Martire

Io non ci credevo e ho provato a infischiarmene: è così che sono finita su una sedia a rotelle.
Non commettere il mio stesso errore! Fa quello che ti viene detto e invia questo messaggio a 10 persone della tua rubrica telefonica e continuerai a camminare fino a 120 anni.
Ogni giorno, per il prossimo mese, rinuncia ad entrare in uno solo dei luoghi ove ti rechi abitualmente e dove una sedia a rotelle non può arrivare autonomamente. Il panettiere, il bar dove fai colazione, il negozio di abbigliamento, il posto dove mangi un boccone al volo durante la pausa pranzo, il bus, la metro, il tram… Scegline uno qualsiasi, uno solo al giorno. Fa tutto quello che fai di solito e bloccati su un gradino a scelta. Prendi il tuo smartphone, apri il tuo account Facebook e/o Twitter e scrivi:
“Gradino in ingresso. Niente caffè al Bar ***** di Milano #BoicottaunGradino”
“Tre isolati a piedi per inaccessibilità alle sedie a rotelle del Tram** #BoicottaUnGradino”
“Gradino in ingresso. Niente chilo di pane dal Fornaio ****** di Piacenza #BoicottaUnGradino”

Io non ho fatto quello che dice il messaggio e ora non cammino!


Sostituire gli asterischi con il nome proprio della struttura inaccessibile. Assicurazione contro gli incidenti soggetta a disponibilità limitata. L'adesione all'iniziativa non garantisce un'estensione della durata della vita sino a 120 anni in soggetti che non seguono una dieta bilanciata. La qualità della vita potrebbe non migliorare sensibilmente nemmeno in condizioni d'integrità psico-fisica. Il bonus anti-sedia a rotelle non è applicabile a soggetti che non deambulavano già prima di ricevere l'anatema.

 Ok... scherzavo. Ma solo sull'anatema (o forse no).
Non ti sto chiedendo di boicottare ogni giorno tutti i posti inaccessibili, ma solo uno al giorno, uno dei tanti luoghi ove non potresti mai incontrarmi e non perché io non voglia entrarci. Faresti almeno questo? Non per me, ma per costruirti una vecchiaia migliore.
Non fare come al solito che mi dai ragione, ti indigni e poi assolutamente nulla di concreto. Non gridare allo scandalo quando i giornali pubblicheranno le proteste del turista straniero disabile che si spalmerà sul primo sanpietrino milanese… sempre che in effetti riesca ad arrivarci a Milano, con i nostri mezzi di trasporto inaccessibili. Come sempre, ci EXPOrremo alle solite figure di merda, ma non considerarti innocente solo perché mica disponi tu dei soldi di Expo. Hai mai fatto tu qualcosa che andasse oltre al riempirti la bocca di passeggera indignazione? Probabilmente no, ma non è mai troppo tardi per cominciare.
Boicotta una gradino prima di diventare vecchio, perché ti assicuro che a quel punto sarà il gradino a boicottare te.

venerdì 23 gennaio 2015

INTERVISTA SHOCK(CA)!

Ecco… io lo so che in un’intervista ci sono delle domande classiche che ti devono sempre fare. Insomma, se i lettori di una rivista/giornale/blog ancora non ti conoscono, da qualche parte si deve pur incominciare per introdurre il personaggio. Mica sono Salvini, che le sparo così grosse che poi mi conoscono tutti.
Ogni intervista dunque, per forza di cose, inizia più o meno sempre allo stesso modo e le domande interessanti ti aspettano solo verso la fine, se sei fortunata. Non sempre eh: grazie al cielo ci sono in giro ancora un sacco di persone che sanno fare il proprio lavoro. A volte ammetto di essere stata tentata di copia-incollare alcune risposte, invece di sforzarmi sempre di dire qualcosa di più e di diverso, pur rispondendo alle stesse domande. Il problema è che, dopo un bel po’ di interviste, sento come il bisogno di rispondere veramente quello che mi passa per la testa. Così oggi ho deciso di mostrarvi cosa uscirebbe fuori, se solo fossi stronza e asociale come dico di essere. Cioè, la natura è quella, ma mamma mi ha insegnato a mordermi la lingua almeno dieci volte prima di rispondere. Se così non facessi, ecco come sarebbe andata con le domande peggio formulate che mi sono state poste sinora…

Angela Gambirasio, disabile, nasce a Gallarate il 19 giugno 1975. Dicci chi sei…
Guarda, c’è gente che sta in analisi decenni per capire chi è senza ottenere risultati definitivi, quindi probabilmente non so chi sono: non pratico nemmeno l'autoanalisi! Se vuoi ti dico chi credo di essere, ma non penso che la risposta piacerebbe ai tuoi lettori. Tra l’altro, scusa, è proprio indispensabile iniziare un’intervista dichiarando al mondo che sono un’handicappata provincialotta sulla soglia della quarantina? Tu forse ti presenti a un estraneo dicendo: “Ciao, sono Pinco Pallino: un cinquantenne calvo di Busto Arzizio”? Non potremmo partire, chessò, dalle cose positive? Tipo: "Angela Gambirasio, alta, mora e con la quinta di reggiseno"? Per esperienza so che interessano più le tette che la sedia a rotelle e tu mica scrivi per Famiglia cristiana.

Vivi costretta su una sedia a rotelle… cosa ti è successo?
Ecco, non è che c’è un tizio che ogni mattina mi punta una pistola alla testa e mi costringe a usare la carrozzina minacciandomi di morte se solo provo ad alzare il culo. Io uso una carrozzina, proprio come tu usi le scarpe. Nemmeno tu sei obbligato a indossare quegli orribili mocassini color topo anemico. Potresti scegliere di indossare qualcosa di decente o persino di andare in giro scalzo, anche se sarebbe indubbiamente più scomodo. Pure io potrei non usare la sedia a rotelle e starmene a letto, ma di solito scelgo, proprio come te. Solo che oltre a che scarpa indossare (per convenzione sociale più che per utilità oggettiva), scelgo se indossare la carrozzina a mano o quella a motore, le ruote artigliate o quelle da interni, la scocca nera o quella rossa… Più o meno scelgo sulla base degli stessi due principi con cui un bipede sceglie le scarpe: comodità vs eleganza. L’unica vera differenza è che a te basta una scarpiera, a me serve un garage.
Per quanto riguarda invece il “cosa ti è successo?”, risponderò a questa domanda solo se lo farai prima tu. Quindi dimmi: “Cosa ti è successo per diventare così?” Non suona tanto bene fatta a un bipede eh? Beh, sappi che non suona tanto bene nemmeno posta a un disabile.

Qual è il tuo rapporto con Dio?
Me lo chiedi per sapere se il mio libro è stato messo all'indice dalla Chiesa? Purtroppo no... altrimenti sarebbe già un Best Seller. Guarda, non so più che scrivere per far incazzare i preti. Dovrò chiedere a Dan Brown. Comunque, per risponderti, ho avuto una breve storia adolescenziale con il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma Lui non è mai stato presente per me. Sai, quelle tipiche storie d'amore tormentato che esistono solo nella fantasia di una ragazzina, mentre Lui manco sa che esisti... o forse è Lui a non esistere.. bah, non credo che faccia differenza alla fine. Poi sono cresciuta e ho sviluppato una spiritualità più matura: ora sono Pastafariana.

Cosa vorresti dire a chi è come te?
Come me come? Stronza? Laureata? Sposata? Pendolare? Intelligente? Figa...? Io sono un sacco di cose, mica solo disabile. Ma comunque non preoccuparti, perché a prescindere dall’attributo personale cui ti riferisci, la risposta sarebbe comunque la stessa: niente! Io non voglio proprio dire niente a chi è come me, perché nessuno è come me. Sono una persona unica e – grazie al cielo, direbbero molti – irripetibile. E sai? Non sono la sola ed essere unica e irripetibile: pare che, nel bene e nel male, queste due caratteristiche siano le sole peculiarità davvero trasversali all’intera razza umana, al di là di ogni razza, nazione, religione e quoziente intellettivo. E poi io sono una che si fa i cazzi suoi e non va a dare consigli alla gente... non lo faccio nemmeno quando mi pagano per farlo, figuriamoci gratis!

Perché hai scritto un libro?
Ma che cazzo ne so. Faccio un sacco di cose senza un motivo. Prendi il mese scorso: ho lavorato una sciarpa all’uncinetto. Tutti mi hanno detto che era bella, ma non uno che mi abbia chiesto perché ho trascorso ore a farla, che i cinesi te le tirano dietro a un euro. Sì, insomma, faccio certe cose perché ho voglia di farle e basta, mica per salvare il mondo. Che tra l’altro una sciarpa d’inverno probabilmente può davvero migliorare la vita di qualcuno, mentre il mio libro al massimo può far ridere. Se poi qualcuno impara qualcosa leggendolo, la verità è che probabilmente era già imparato da prima, ma ancora non l’aveva capito. Io sono Rogersiana dentro... sai Rogers? Quello psicoterapeuta che curava le persone facendosi pagare per dirgli che potevano curarsi da sole? Ecco: io uguale, ma guadagno molto meno. Anche quando faccio consulenza, so che la persona che ho davanti già possiede le capacità per auto-comprendersi, crescere, migliorare e pure cambiare, se vuole. Il mio compito è solo ricordarglielo. Figurati se poi vado a scrivere un libro pensando davvero di migliorare il mondo! 

Perché hai scelto una casa editrice sarda?
Io non ho scelto proprio niente. Me l’hanno consigliata, ho spedito il libro in Word e loro hanno deciso di pubblicarlo. E’ stata l’unica casa editrice cui l’ho proposto, proprio perché non pensavo mica di intraprendere la professione di scrittrice e mi sarebbe scocciato pure buttar via i soldi per una stampa che magari nessuno avrebbe letto. Scrivere mi piace, sbattermi per far pubblicare ciò che ho scritto, sicuramente no. L’unica associazione mentale che è partita quando ho scoperto che la casa editrice stava in Sardegna è stata: “Sardegna=Cannonau”. A me questo è sembrato un motivo più che valido per lavorare con loro. Semmai la domanda andrebbe fatta a loro: “Perché avete scelto un’autrice della Padania, terra di ciuccianebbia e polentoni, rinomata per esistere solo nella mitologia leghista?”

Da chi ti piacerebbe essere intervistata?
Da Paolo Attivissimo. Sai quello che smaschera le bufale che circolano sul web? Così magari ci sarebbero in giro meno miti e leggende pure sugli handicappati.

Puoi farti una domanda da sola?
Così da poter dire che me le canto e me le suono? Beh… se proprio devo, la domanda che in questo momento mi assilla è: birra doppio malto o Amarone? Sembra una cosa stupida, ma guarda che una scelta piuttosto che l’altra, porta a due tipi di serata diametralmente opposti! Capisci? Come sarebbe: “Sono astemio”? Cosa ti è successo? Ah già, scusa… domanda indelicata in effetti…

Ecco. L’intervista degli orrori finisce qui. Tutte le domande che leggete sopra non sono purtroppo opera di fantasia, ma sono state realmente poste. Se non le avete trovate da nessuna parte è perché mi sono avvalsa del diritto di non rispondere, se non in presenza di un avvocato che potesse testimoniare che avevo aggredito il giornalista perché provocata. Credo dobbiate sapere che ne ho anche rifiutate alcune di interviste, una proprio l’altro ieri, con un giornalista molto noto di cui non voglio fare il nome, ma che chiamerò amichevolmente “Lo Sciacallo”. L’intervista si è fermata esattamente alla prima domanda, ed è andata così:

"Di che malattia soffri? Un giorno peggiorerà?"
"Guardi, l'intervista finisce qui, per il suo bene."
"Ma i nostri lettori sono curiosi di conoscerti!"
"Me o la mia prognosi? No, lasciamo perdere."
"Ma sarebbe pubblicità gratuita per il tuo libro!"
"Non mi serve il genere di pubblicità di chi non ha letto il libro e ne parla solo perché scritto da una disabile."

Dubito che se un giornalista leggerà questo post mi proporrà mai un’intervista. Se capiterà, ora ho maggiori speranze che sia un’intervista intelligente. Del resto, ho portato avanti sempre e solo quelle. Sappiate però che, per quanto bene verrà formulata, c'è una sola domanda a cui non risponderò mai: di che patologia soffro. Certo... a meno che non siate di Medicina 33.
 
 

lunedì 12 gennaio 2015

Je suis confus

Alla luce dei fatti di Parigi, come sempre si sono delineati i soliti profili di personalità da pecoroni. Tutti credono di essere più o meno originali, ma basta vedere i post e i tweet per capire quali sono le macro-famiglie di appartenenza.

Il Vendicativo con delega

Il Vendicativo, al seguito di personaggi illustri non necessariamente intelligenti, come Salvini, evolutivamente parlando, è rimasto al codice di Hammurabi. Occhio per occhio, dente per dente, ma se gli hanno solo sparato, meglio aumentare la dose, che se no muoiono subito e non soffrono abbastanza. Magari ecco, Salvini lo hanno sempre considerato un cretino su tutto il resto, però su sta cosa qua ha ragione. Noi vittime innocenti, loro pazzi fanatici. Il punto è che hanno cominciato “loro” e ciò autorizza di default il Vendicativo a rendere la pariglia. Nemmeno da mettere in dubbio che la colpa stia tutta dalla parte di là. Noi li accogliamo e loro vedi come ricambiano? Vogliono dettar legge a casa nostra, dirci cosa è giusto o sbagliato, insegnarci come vivere e chi pregare… Sì insomma, si comportano più o meno come qualsiasi cattolico, ma facendo riferimento al Dio sbagliato. Al Vendicativo non devi nemmeno provare a dire che non è che le abbiamo proprio “bene accolte” queste persone. Insomma, accogliere significa far sentire l’altro a proprio agio e ben voluto e non credo che prendere per il culo in modo volgarotto ciò in cui crede, rientri nel termine “accoglienza”. Fermo restando che qualche vignetta dissacrante non è un buon motivo per uccidere… anche se mi sforzo da ore di trovare un qualsiasi buon motivo per uccidere. Ma il Vendicativo invece ce l’ha: se hanno ucciso, uccidili, possibilmente in modo cruento. Dubito poi che un qualsiasi Vendicativo se la sentirebbe di applicare direttamente una sola delle torture che auspica. Sì insomma, vanno torturati, stuprati, spellati vivi, bruciati e dati in pasto ai porci, ma nome e cognome di chi deve farlo non si sa. Personalmente, io eviterei non solo i terroristi, ma pure chi se la sentisse di porre in essere certe rappresaglie… e credo pure il Vendicativo in fondo.
Il vero problema del Vendicativo, è che non conosce direttamente nessun terrorista, perché pare che non vadano in giro dichiarandosi tali se non a strage ultimata. Quindi, per non sbagliare, lui rimanderebbe al proprio paese tutti i mussulmani, senza distinzioni di sesso, età o pratica religiosa, dimostrando tra l'altro  di confondere il concetto di religione con quello di Paese di origine. Sì insomma, se la carnagione vira sul brunito e tengono la barba tipica di quelli lì o il burqua, che tornino in Mussulmania. Tanto qui non si integrerebbero mai con noi, che nel 2015 mandano ancora in giro le donne col velo! E almeno su questo argomento, io in effetti ammetto che non saprei come ribattere, ma magari le suore sì.

Il Martire sulla carta

Il Martire non ha ancora capito cosa sia successo, perché o quanti morti e feriti ci sono stati, che ha già offerto il proprio perdono a tutti. Cosa incredibilmente facile, tra l’altro, se non hanno ammazzato gente che conosci. Certo, il Martire è sensibile e si commuove sinceramente un po’ per qualsiasi cosa, ma la sua rielaborazione del lutto è incredibilmente veloce, spesso molto più veloce di quella del Vendicativo, che non si dà pace fino a che non vede almeno un terrorista sforacchiato sul selciato. Il Martire ama tutti e accetta tutti, ma nella maggior parte dei casi non saprebbe annoverare nemmeno il nome di un conoscente mussulmano. Però inneggia la pace, l’amore, la tolleranza, in un mondo dove tutti convivono serenamente, quando la realtà dei fatti è che spesso non riusciamo a coabitare in armonia nemmeno col nostro coinquilino che lascia alzata la tavoletta del water e non usa il sottobicchiere.
Il Martire non crede nella violenza come soluzione ai problemi: lui al massimo metterebbe chi sbaglia in prigione, ma trattandoli bene, che non bisogna mica scendere al loro livello. Perché, anche se non lo ammetterebbe mai, questo è il Martire: una creatura misericordiosamente superiore. Non ha forse Gesù perdonato i suoi carnefici? E il Martire è pronto a fare altrettanto, salvo che non è mai stato martirizzato. Per come la vedo io, troppo facile perdonare se non ti hanno davvero sparato almeno al cane. Tutti bravi a fare i Martiri con i morti degli altri.

Lo Scienziato

Appena partono le prime ANSA su un attentato, lo Scienziato ha imparato tutto quel che c’è da sapere su Charlie Hebdo e la Jihād, in mezza dozzina di click, ma si era già fatto una precisa ed immutabile opinione dopo la prima googlata. Rispolvera la Fallaci, di cui non ha mai letto un intero libro, ma che sa citare a memoria e la chiama a testimoniare dalla tomba sui fatti attuali.
Lo Scienziato per natura è tollerante, anche se non tace la propria convinzione che tutto questo non sarebbe mai successo se non fossero mai esistite le religioni. Beh, certo, per essere del tutto al sicuro, dovremmo abolire anche la politica, che pare sia al primo posto come matrice di atti terroristici e magari pure lo sport, che qualche ultrà a volte si lascia prendere la mano. Il bello dello Scienziato è che usa parte di quello che sa per giustificare la teoria che gli preme al momento, ben sapendo che gli altri tanto sono ignoranti e difficilmente lo contraddiranno. Insomma, prende alcuni fatti veri e li usa per dimostrare che ha ragione, come se ogni verità scientifica non fosse infarcita anche da contro-prove. Quello che lo Scienziato lascia trasparire, è che il suo è un parere autorevole, in quanto sa un sacco di cose, mentre in realtà sa solo come cercare rapidamente delle informazioni spicciole.
Come la risolverebbe lui? Qui gli Scienziati si dividono: per alcuni uno Stato laico, colto e democratico è la panacea di ogni male, ma non è ben chiaro come estirperebbero tutta l’ignoranza e le false credenze del popolo. Per altri, semplicemente non ce n’è: l’uomo come specie è destinato ad autodistruggersi ma tanto, quando accadrà, lo Scienziato sarà già morto e perderà l’ennesima occasione di dire: “Ve l’avevo detto!”.

Ecco, questi grosso modo sono i macro-greggi di pecore delineati in questi giorni, più la mia categoria preferita, che è quella del Sicuri-polimorfi, che in pratica condividono ora un pensiero, ora l’altro, a seconda del contesto.
A che categoria appartengo io? Non lo so. La verità è che non so praticamente un cazzo di religione mussulmana e tanto meno di Jihād, ISIS o terrorismo islamico. A dirla tutta, credo che non saprei distinguere un mussulmano da un ebreo... mi confondo sempre chi si mette la tovaglia da pizzeria in testa e chi la coppetta del Papa. Del resto, davanti a simili gesti, l'ultima cosa che mi interessa sapere è di che religione, partito o squadra fosse chi ha ucciso. Non esiste nessun valido motivo per uccidere e il fatto che mio suocero sia ancora vivo lo dimostra. 
Non fosse che a Psicologia mi hanno insegnato che tendiamo sempre a vedere la malattia mentale laddove non riusciamo a concepire i gesti di un essere umano, me la sarei cavata dicendo che per me tutti i terroristi sono malati di mente instabili, che più che uccisi, andrebbero diagnosticati per tempo e imbibinati di Haldol e Roipnol. Ma è troppo semplice dire che uno è matto solo perché fa qualcosa che la maggior parte delle persone che conosci non farebbe. Con questo criterio, puoi ricoverare chiunque non sia, chessò, comunista... non che in passato non sia stato fatto eh!
L’unica opinione che mi sono fatta è che posso capire chi, non avendo forse di meglio nella vita, si lascia invischiare sino alla morte dall’unica cosa che lo fa sentire accettato ed importante. Non dubito che per essere il tizio che spara o che si fa saltare in aria in nome di Dio, non serva essere cattivi, quanto disperatamente bisognosi di appartenere a qualcuno o a qualcosa. Poi la convinzione che “i cattivi” siano quelli "di là" potrebbe forse convince pure alcuni Vendicativi locali a premere il grilletto.
Faccio invece molta più fatica a capire cosa si prefiggano le organizzazioni dietro a questi poveri fantocci facilmente manovrabili. Insomma, se hai davvero campi di addestramento e cellule dormienti da risvegliare a comando, non puoi essere un cretino qualunque. Ma se non sei cretino, cosa ti prefiggi con un attacco come quello a Charlie Hebdo, di vendere più copie? Dai, siamo seri. Pure io ho fatto la figa fingendo di aver sempre saputo cosa fosse Charlie Hebdo, ma se oggi conosco almeno alcune delle sue vignette più grette e offensive è solo merito dei terroristi. Ecco… mi sfugge la logica, ma forse perché sono capace di comprendere che singoli individui si comportino in modo illogico, mentre dai gruppi terroristici ben organizzati mi aspetterei qualcosa di più. La ragione non può essere quella di spaventare qualcuno, perché se davvero esiste una “Mente”, deve essere abbastanza sveglia da capire che di fronte al nemico ci si unisce, mica ci si sparpaglia in giro per fungere da facili bersagli. Prima c’era un Charlie Hebdo, oggi ce ne sono miliardi: complimenti per il risultato eh!

Ecco, questo vorrei capire. Non la logica degli esecutori, ma quella delle presunte organizzazioni che hanno alle spalle. Perché se un fine è stato raggiunto, è solo quello di aver fatto sentire fratelli dei popoli che prima si sfottevano a vicenda e di avergli dato un nemico tanto comune quanto confuso. Che poi, quale grande atto terroristico sarà mai stato? Tre imbranati armati di kalashnikov hanno ucciso dodici persone, laddove un adolescente incasinato in una qualsiasi scuola americana in passato ha mietuto molte più vittime, pure più carine.
Non ci vuole un genio per procurarsi un arma e sparare e nemmeno un motivo. Per questo non ho paura dei mussulmani… non più di quanta ne abbia dell’emo sfigato che vive in fondo alla mia via. Ecco di cosa dovremmo avere tutti davvero paura: di quello che può fare una persona non integrata in un tessuto sociale variegato. Di ciò a cui può decidere di sacrificare la propria vita, pur di sentirsi parte di qualcosa. E le uniche armi a nostra disposizione, non sono la vendetta, il perdono o la cultura, ma l’attenzione all’altro e ai bisogni fondamentali dell’uomo.

Ecco su cosa dovremmo ragionare dopo le prime naturali reazioni che tutti abbiamo avuto nei giorni scorsi. Siamo umani e, davanti alla minaccia, attacchiamo o fuggiamo. Questo è ciò che abbiamo fatto tutti: abbiamo sparato nel mucchio o siamo fuggiti alla cieca. Ci siamo arrabbiati e abbiamo espresso pensieri orribili, facendoci più grandi di quel che siamo, perché chi si mostra debole, potrebbe essere scambiato per una preda. Oppure abbiamo avuto paura, ci siamo chiesti se annullare quel viaggio, ci siamo domandati dove andremo a finire e, magari, per sentirci meno impotenti, abbiamo dato la colpa ai giornalisti, perché chi si comporta sempre bene, non rischia certe cose. Infine abbiamo cercato di razionalizzare, di cercare cause, ragioni, spiegazioni, illudendoci che sapendo, verificando, spiando, arrestando, tutto tornerà sotto controllo. Noi siamo stati almeno per un istante il Vendicativo, il Martire, lo Scienziato. Io lo sono stata e lo sono ancora a tratti, e non me ne vergogno: ogni uomo reagisce così davanti ad un attacco. Ma ora proviamo a ragionare davvero, perché questa non è una guerra in cui servano Punitori, Martiri o Eroi. Non esiste causa al mondo che possa definirsi "una buona causa", se chiede a qualcuno di morire per essa. Si può morire per qualcuno fatto di carne e ossa, non per qualcosa e tanto meno per Dio, che credo sia abbastanza grande e grosso da non necessitare di difensori. Chiunque asserisca il contrario, è un terrorista disposto a dar via la propria vita solo perché non ha avuto modo di amarla abbastanza.

 

 

lunedì 22 dicembre 2014

Confessioni natalizie di un cannibale

Tra poco è Natale, ma facciamo finta che sia la festa del Ringraziamento Cannibale.
Troppo spesso diamo le cose per scontate, salvo incazzarci se una cosa scontata viene meno. Eppure le cose che ci sono sempre, sono quelle di cui non riusciremmo mai a fare a meno. Sono con noi, giorno dopo giorno, e le trattiamo come parti di noi: ci stanno attaccate, come un braccio o una gamba. Eppure, proprio come diamo per scontato che braccia e gambe non si allontanerebbero mai dal nostro corpo, così ci abituiamo a pensare che alcune persone, capacità, sentimenti, rimarranno sempre al loro posto. Ma non è necessariamente così. Il problema è che ce ne accorgiamo solo quando è tardi. Pensate forse che il Capitano Uncino fosse cosciente di quanto tenesse alla propria mano sinistra prima che finisse in pasto ad un coccodrillo?
Beh, oggi voglio ringraziare ciò di cui non sento mai la mancanza, perché c'è.
Per esempio, voglio ringraziare pubblicamente i miei denti e la mia mandibola, con cui riesco non solo a masticare e parlare - cosa quest'ultima di cui sono grata solo io - ma anche ad aprire scatole e bustine, sotto la supervisione ammirata ed impotente delle mie manine ipotoniche. 
Ovviamente grazie al mio sistema immunitario, che non sta lì a recriminare per tutti gli oggetti che metto in bocca allo scopo di svitarli, strapparli, sbucciarli, ma capisce la situazione e fa quel che deve, senza nemmeno tossicchiare d'irritazione. 
Grazie al mio polpaccio destro, che mi sostiene per i secondi necessari, ogni volta che serve. A volte sembra debba cedere e mi pare addirittura di sentirne la voce arrochita dallo sforzo che si ripete: "Resisti, resisti... Engy ha bisogno di te!"
Grazie ai miei polmoni, che nonostante funzionino a regime limitato, il più delle volte riescono a far arrivare tutto l'ossigeno che serve al cervello, anche se da quello che dico  e scrivo non si direbbe.
Grazie al mio cuore, che batte più di una puttana e che è capace di stringersi e allargarsi segretamente, facendomi sentire dentro tutto ciò che i miei muscoli facciali non riescono o non vogliono esprimere fuori. Senza di lui, sarei morta dentro... e credo pure fuori. 
Grazie alla mia lingua, sempre pronta e tagliente, anche se per il prossimo anno vorrei chiederle di provare a rispondere un po' meno d'impulso e vediamo come va. 
E grazie anche a tutte le parti del mio corpo che funzionano meno bene, ma sicuramente sempre al meglio delle loro possibilità.

E ora la parte più difficile.

Grazie alle persone che sopperiscono giorno dopo giorno a tutti i miei limiti fisici e mentali. E' solo grazie a voi se non mi mancano mai davvero degli arti funzionanti, dei pensieri positivi e dei dubbi utili. 
A volte ho l'impressione di avere un corpo perfetto, con decine di braccia e gambe, muscoli, sangue caldo e forza. Se nella vita ho fatto tanto, è solo perché non vivo nell'involucro chiuso di un solo corpo fisico, ma posso contare su tanti altri corpi, pronti ad intercambiarsi e unirsi ogni volta che mi serve. Io ho braccia e gambe a Bolladello, Azzate, Milano, Sassari, Massafra, Roma... Ho un corpo senza confini altri che quelli dell'amore che riesco a dare e ricevere. E ho decine di cuori che soffrono quando soffre il mio, che sono felici quando è felice il mio e che spesso combattono anche quando il mio non ne ha le forze. 
La mia testa contiene molteplici voci che mi aiutano a decidere, che mi fanno vedere più punti di vista, che mi sostengono e che mi riprendono, se sto esagerando. Non posso sentirmi mai sola, perché dentro e fuori di me esiste un mondo di persone che ci sono e che ci sono state. E ogni nuovo incontro importante diviene un nuovo pezzetto di me, che prima non sapevo mancasse. Io mangio le persone, le assaporo, le sminuzzo e poi - se apportano nutrienti - divengono parte di me, proprio come le seadas che ho mangiato in Sardegna ora sono parte delle mie cosciotte.
Come potrei mai arrendermi con un simile esercito dentro di me? 
Quest'anno si sono aggiunti diversi tasselli alla mia vita. Pezzi di un puzzle fondamentale, che non sapevo nemmeno fosse incompleto. 
Da un po' di tempo, abitano nella mia testa l'Assessora che non vuole cambiare tutto il mondo, ma che migliora concretamente almeno quello che può toccare e se ne sbatte le ovaie se il risultato non si vede dallo spazio. Perché siamo un foruncolo sul culo del mondo e se non puoi cambiare il mondo, può sicuramente schiacciare il foruncolo per evitare che suppuri.
C'è Mary Poppins, che canta coi bambini, racconta favole, accarezza anime e ti mostra che essere troppo buoni non equivale ad essere stupidi.
C'è un'itera Comunità bergamasca, che sembra il villaggio dei Puffi, dove tutti sono diversi e non si può fare a meno di nessuno.
C'è il Prete innamorato di Gesù, che cerchi di sfidare ogni volta che puoi, ma che cazzo vuoi andare a dire a uno cotto perso? E puoi perdere giorni a dirgli quanto marcio è quel che c'è dietro dietro a sta cosa di Gesù e lui ti dà pure ragione, ma la verità è che si sceglie il propio compagno di vita, ma mica si può scegliere che parenti deve avere, no? Pure a me stanno sulle balle i suoceri, chi sono per giudicare? E poi capisci che ti tieni in testa questo personaggio perché ha qualcosa che non potrai avere mai. E non provi invidia, perché il cuore a volte può sentirsi pieno di una mancanza, e non è necessariamente sempre sgradevole.
Dulcis in fundo c'è Pollyanna, che vive nel mio stesso orribile mondo e giorno dopo giorno affronta gli orchi cattivi sbattendo le sue lunghissime ciglia da cerbiatto, anziché abbaiando da cane idrofobo, come la sottoscritta. E se lei ci crede, allora deve essere vero che non tutti gli orchi sono cattivi, ma solo ignoranti e che con un po' di zucchero (o vaselina), le cose si fanno entrare meglio in testa. E ti dici che prima o poi dovrai provare anche tu, perché se davvero non credi più che le persone possano migliorare, è ora di cambiare lavoro.

Quindi grazie a tutte le persone vecchie e nuove che ho conosciuto là fuori e ho portato qui, dentro di me. So che spesso vi sentite scomode e schiacciate dal mio ego ipertrofico, ma prometto di provare a lasciarvi più spazio nel prossimo futuro.


mercoledì 5 novembre 2014

L’allegra eutanasia

Non cesserà mai di stupirmi come una religione che dica di credere nel libero arbitrio si prodighi tanto per criticare o addirittura ostacolate il diritto di scegliere – e perché no, sbagliare - delle persone.
Non si è fatto attendere nemmeno questa volta il giudizio del Vaticano sulla decisione di una giovane donna, Brittany Maynard, che ha stabilito lucidamente il modo per lei più dignitoso per morire. Ma ecco che arriva un uomo che indossa sottanoni ed enormi patacche d’oro al collo, che ci tiene a spiegarci che la scelta di Brittany non è dignitosa. Oserei quantomeno asserire che è opinabile persino credere che “dignitoso” sia farsi ungere la fronte d’olio come una patatina fritta e supplicare un Dio di non comprovata esistenza di perdonare i propri peccati. Immaginandomi sul letto di morte, se mentre soffro le anticipate pene dell’Inferno devo proprio scegliere tra raccontare ad uno sconosciuto i cazzi miei e l’iniezione di morfina, non ho troppi dubbi. Ma posso tranquillamente accettare che per un cristiano sia dignitoso morire così… Che altro ci si potrebbe aspettare da gente che considera fico crepare lapidati, bruciati, scarnificati, scuoiati o attaccati a ruote dentate? Però mica tutti siamo cristiani e, soprattutto, mica tutti siamo votati al martirio eh!
Non serve essere psicologi per capire che quando una persona inizia una frase con “Non per giudicare…”, quello che sta per fare è precisamente esprimere un giudizio. Non si smentisce in tal senso Mons. Carrasco de Paula che dice: “Non giudichiamo le persone, ma il gesto in sé è da condannare. Una morte così non ha assolutamente nulla di degno.“ Eh Monsignore, questo non è “non giudicare”, ma farlo cercando pure di pararsi (male) il culo.
 
Esiste un limite personale al dolore e alla sofferenza che ciascuno riesce a sopportare. Tale limite non può essere stabilito dal Vaticano. Normalmente le persone non bramano di morire anzitempo. Quando ciò accade, non possono essere altri a decidere che devi vivere comunque.
 
La Chiesa ci tratta da sempre come bambini cattivi, a prescindere dall’età. Il continuo criticare le scelte altrui, il cercare addirittura di proibire ciò che considerano “sbagliato”, trasmette solo l’idea che per loro siamo tutti idioti amorali, che farebbero le peggio cose, se solo ciò non comportasse finire in galera o all'Inferno.
Nella vita mi è capitato di stare davvero male. Da bambina mi hanno tagliuzzata ovunque e ricordo ancora bene non solo le notti in cui mi svegliavo in ospedale per il dolore alle gambe, ma anche che preferivo resistere il più possibile, che farmi fare la puntura per dormire. Mi terrorizzava non avere alcun controllo sui miei stati di coscienza e avevo solo sette anni. Da adulta ho provato altri dolori davvero difficili da sopportare, eppure mai una volta mi è passato per la mente di voler morire. Questo perché sapevo sarebbero finiti e che i momenti brutti sarebbero comunque stati meno di quelli belli. Ma quando si ha la certezza che non esiste via d’uscita e che quello che provi è destinato solo a peggiorare? Arriva credo un momento in cui semplicemente decidi che non vale più la pena resistere. Ora, io posso davvero capire che qualcuno che crede in un certo tipo di Dio possa donargli la propria sofferenza, ma questa è e deve essere una scelta individuale. Personalmente è una scelta che non condivido, ma da qui al dire che sia una decisione da condannare, mi pare che qualche differenza ci sia. Lo so che i bravi cattolici pensano ci si debba affidare al buon Dio, ma se permetti sono disabile dalla nascita: non è che abbia fatto molto per guadagnarsi la mia fiducia!
 
Sostenere poi che rendere legale l’eutanasia sia un modo per incentivare le persone a farla finita è un po’ come dire che portare le persone al Gran Canyon sia un incoraggiamento a buttarsi di sotto. Non è che rendere una cosa legale la faccia improvvisamente desiderare di più… anzi, a ben guardare, di solito è il contrario. Al limite serve a portare allo scoperto una pratica già presente in Italia e a trasformarla in qualcosa di più civile e controllabile. Se la possibilità di scelta riguarda la propria morte in caso di malattia terminale, renderla legale non coinciderà col trasformarla in qualcosa di divertente da fare quando t'annoi. Per arrivare a desiderarla al punto di metterla in atto, bisogna prima aver annientato l’istinto più potente dell’uomo: la sopravvivenza. Però un uomo che si sente in trappola spesso prende decisioni più impulsive di chi sa di poter scegliere. Il suicidio non sempre è pianificato a lungo, mentre l’eutanasia dovrebbe esserlo per forza di cose… In Svizzera, dove l’eutanasia è legale, molte persone alla fine hanno dei ripensamenti. A volte è proprio l’idea di poter spingere il maniglione antipanico in qualsiasi momento e uscire, a dare la forza per resistere dentro. Fai sentire un uomo in trappola e farà del male agli altri o a se stesso, pur di liberarsi.
 
Ora, non provare nemmeno a tirarmi fuori la storia che una persona che desidera togliersi la vita è depressa. Ti ricordo che sono psicologa e il mio impegno va’ precisamente nella direzione di aiutare le persone a non suicidarsi. Alcune a volte vorrei ucciderle, ma nessuna di queste rientra nella categoria di quelle che vorrebbero lo facessi. Dovessi mai fallire nel dissuadere un aspirante suicida, sono sicura che mi farei un profondo esame di coscienza, mi chiederei se davvero ho fatto tutto il possibile per aiutare quella persona, se ho trascurato qualcosa… sicuramente ci starei male. Ma ricordo ancora un libro di psicologia, in cui si parlava di un paziente a grave rischio suicidario, rinchiuso in una camera imbottita con tanto ti camicia di forza, che riuscì ad ammazzarsi in modo truculento, rimbalzando decine di volte sul materasso, sino a sfondarsi il cranio a testate sul soffitto. La storia era messa lì per dire che, per quanto un terapeuta ce la metta davvero tutta, se qualcuno ha davvero deciso di farla finita, alla fine ci riuscirà. Ed è precisamente quello che dico al telefono, quando mi chiamano dicendo di volersi uccidere: “Io non posso in nessun modo impedirti di farlo, ma dato che mi hai chiamato, farò tutto quello che mi permetterai di fare per aiutarti”. L’ho detto solo due volte nel mio lavoro di accoglienza telefonica e ognuna delle due volte è sembrato che il cuore mi scoppiasse in gola per la paura. Ma so che alle persone va lasciata la responsabilità della propria vita: se togli quella, diventa più facile uccidersi, perché puoi dare a qualcuno la colpa di non averti salvato. Anche agli psicologi piacerebbe poter fare miracoli, ma non siamo Dio e non possiamo né forse vogliamo decidere per gli altri.
Ovvio che un malato terminale sia a rischio depressione: non credo che sapere di avere un tumore al cervello renda nessuno particolarmente allegro, a meno che il bubbone non prema sulla corteccia cerebrale ventromediale. L’eutanasia però non è un suicidio ed è capzioso definirlo “suicidio assistito”. L’eutanasia è diritto all’autodeterminazione, quando non c’è alcuna possibilità che si possa continuare a vivere senza convulsioni, dolori lancinanti, alimentazione o ventilazione forzata… ma soprattutto senza speranza di miglioramento. E lo sta dicendo una persona che accetterebbe ognuna di queste cose, tranne forse il dolore. Non tutti riescono a credere nei miracoli, io poi ho sempre preferito le dure verità alle false speranze. Un prete una volta mi disse che Dio non dà alle persone più di quello che sono in grado di sopportare. Beh, se è così, quando qualcuno decide di morire, per me è Dio che ha fatto male i conti.
 
Rimane da capire se alla fine il Dio dei cristiani s’incazzi di più quando un malato terminale non riesce a sopportare oltre la propria condizione o quando i credenti giudicano o cercano di impedire il libero arbitrio, che mi risulta sia un Suo dono… Magari se ce l’ha donato, vuole proprio che lo usiamo no? E si dà il caso che sia uno di quei doni che implichi il rischio di sbagliare, ma senza il quale non si può scegliere. Insomma, sarebbe come comprare il motorino a tuo figlio e poi proibirgli di usarlo. Se non vuoi che lo usi, almeno non regalarglielo no?
 
Personalmente, dovessi credere in Dio, mi piacerebbe pensare che Lui non giudichi troppo male chi ricorre all’eutanasia e forse nemmeno al suicidio: se una persona decide di morire, non serve punirla… mi pare evidente che abbia già sofferto abbastanza in vita.
 
Scegliere di morire non è codardia e nemmeno coraggio: credo sia semplicemente essersi scontrati col proprio limite di sopportazione. Esclusi i casi di distorsioni cognitive e malattie psichiatriche - che per definizione compromettono la capacità di giudizio e quindi il libero arbitrio - chi siamo noi per giudicare il modo in cui una persona lucida decide di morire, quando la malattia lo condanna ad una fine orribile?
 
Onestamente, col senno di ora, non credo sarei capace di ricorrere all’eutanasia... ma mi piacerebbe sicuramente poter scegliere, senza migrare in Oregon.
 
Su, Santa Madre Chiesa! Non dico che certe cose ti debbano piacere, ma prova a dare fiducia ai tuoi figli. Anche riconoscendo il diritto all’eutanasia, all’aborto o ai matrimoni gay, non staresti dicendo che sono cosa buona e giusta: staresti solo dando la possibilità alle persone di esercitare il libero arbitrio. Che poi certe decisioni siano giuste o sbagliate, lascia che sia Dio a giudicare… Anche se non sono certa esista, ho più fiducia nel Suo metro di giudizio che nel tuo.