mercoledì 16 aprile 2014

Arringa in difesa di Giuda

Se avessi fatto l'Avvocato, come voleva mia madre, sicuramente sarei diventata l'Avvocato del Diavolo. Non sarei stata il tipo che difende gli innocenti: gli innocenti vogliono difenderli tutti. La vera sfida, per chi vuole conoscere l'animo umano, è capire ciò non si riesce a capire: le ragioni del Male, che alberga in ognuno di noi.

Sì lo so: sono partita molto filosofica. Ma dovete ringraziare il Vostro Papa Francesco per le riflessioni che seguiranno. Tranquilli: sono sempre non credente. E sì, domenica ho guardato la Messa in TV, ma solo perché volevo scoprire se il Papa avesse accolto il mio consiglio, chiedendo al mondo di abbattere le barriere architettoniche. Grazie a Dio non l'ha fatto e non sarò dunque costretta a mantenere la promessa-ricatto di pregare per Lui. 
Però devo dire che la Sua predica mi ha affascinato e stupito... più che altro sono stupita dal fatto che sembra che solo io abbia ascoltato le parole del Papa, mentre nessuno dei mei amici credenti ha avuto l'interesse ad informarsi circa l'ultima catechesi del proprio SuperMegaBoss Spirituale.

Facciamo che vi riassumo io la solfa. Il Vangelo della domenica delle Palme è sempre lo stesso dai tempi in cui facevo la catechista. Insomma, ascoltare la lettura del Vangelo dopo un po' è come rivedere per la millesima volta la stessa puntata di Beautiful: tradimenti, scandali, gente che muore e che poi si ripresenta qualche puntata dopo, che ci stava il barbatrucco. 
Quella che cambia, semmai, è la chiave di lettura che del Vangelo viene fatta durante la “predica”, che può far riflettere, sbadigliare o incazzare. 
Il Francy però sa fare il Suo lavoro di comunicatore ed è per questo che, si sia credenti o meno, si può ascoltare. 
Ho detto si può, mica si deve. 
Durante la Messa di domenica, si è limitato a passare in rassegna tutti gli attori della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, invitandoci chiederci: “Chi sono io?”. Sono come Pietro, tanto convinto della sua fede quanto impreparato alla prova della vita vera? Sono come quel discepolo che ha sfoderato la spada, per difendere Gesù dai soldati venuti a prenderlo? Sono come Pilato, che pur avendo il potere, non se ne sa assumere la resposabilità? Beh i personaggi tra cui scegliere sono davvero un casino. Se volete giocare al giochino “Chi sono io davanti a Gesù”, andate a rileggervi il Vangelo, che i tempi della catechesi per me sono - grazie a me stessa - tramontati da secoli.

Io sono qui per parlarvi di Giuda. Perchè io stessa, giocando a quel giochino del cazzo nella mia testa, ho subito scartato l'ipotesi di essere come Giuda.

Io non tradirei mai un amico sano di mente e capace di difendersi, figuriamoci uno così svitato da credersi il Figlio di Dio, nato da Maria - per inciso - grazie alla fecondazione eterologa.

E poi ci ho pensato meglio. 
Ho pensato a quante volte sono andata vicina a tradire qualcuno o qualcosa. 
Perché il male non è solo nei cattivi, ma in ciascuno di noi. Siamo sempre sulla stretta china tra male e bene e a volte basta una folata di vento per precipitare dal lato sbagliato.
Ho pensato a quante volte ho tradito me stessa, fingendo di essere quella che non sono, pur di sembrare figa o semplicemente come gli altri mi vogliono vedere. Quante volte ho finto e fingo di essere capace di affrontare tutto. Quante volte so solo io quello che penso davvero, che è diverso da ciò che dico.

E dopo aver capito che io ero Giuda, ho cercato di capire cosa volesse dire essere Giuda. 

Troppe volte ho sentito il dovere di far sentire l'altro lato della campana. Il lato scomodo, quello che nessuno ha la voglia di suonare. La campana che dice che sì, ci sono le barriere architettoniche e che sono brutte e sbagliate, ma ci sono pure i disabili parassiti, che sanno solo pretendere, approfittare, usare l'handicap come scusa per non fare nulla. E mi sento cattiva ogni volta che lo dico, ma lo dico lo stesso, perchè io sono una delle poche che può dirlo. Detto da chi non è disabile, sarebbe infamia, detto dalla bocca di un discepolo, è solo la verità che nessuno dei discepoli buoni vuole pronunciare.

Giuda ha fatto ciò che nessuno voleva fare: ha tradito Gesù, affinchè accadesse ciò che era scritto. Senza di lui, non stareste qui a farneticare di vita dopo la morte, non in senso cristiano almeno.
Ma fin qui ci arrivano tutti. Mi dicono che la vera colpa di Giuda non sia stata tradire, ma non avere fede: fede nel perdono e fede nella capacità di Gesù di sconfiggere la morte.

Che stronzi i cristiani! Metà della loro liturgia non fa che ripetere che la fede è un dono e poi però tutti pronti ad accusare chi questo dono non l'ha ricevuto.

E senza questo dono, che cosa poteva fare Giuda, se non uccidersi? 
Convinto fino alla fine che il Figlio di Dio si sarebbe salvato. 
Fors'anche convinto che Gesù avesse bisogno di una “spintarella” per mostrare il Suo potere, chiamando a sé schiere di angeli... 
Quando Gesù si è arreso, che scelta aveva Giuda?

Magari non riusciva a crederci come voleva Gesù, ma non segui per anni un amico in capo al mondo se lo ritieni un buffone. 

Credo che Giuda pensasse solo di scuotere le acque... e c'è riuscito: “Dai su Gesù: fagli vedere di cosa sei capace!”

La via per l'Inferno è lastricata di buone intenzioni. Per come è andata a finire, direi che non c'è dubbio alcuno: Giuda non voleva la morte del suo amico.

A ben vedere, Giuda è stato l'unico dei discepoli a non riuscire a sopravvivere all'idea della morte di Gesù. Non ha semplicemente potuto vivere con se stesso, senza di Lui.
Facile dire che avrebbe potuto chiedere perdono e lo avrebbe avuto. Per chiedere perdono devi prima poter immaginare di riuscire a perdonare te stesso.

Il perdono non è qualcosa che può darti la persona che hai ferito. Il perdono può venire solo dal tuo di cuore.

Riuscite anche solo per un istante a immaginare il dolore e la disperazione che deve aver provato Giuda in quelle ultime ore, prima dell'unico gesto che potesse dargli sollievo?
Forse no. Per capirlo bisogna essere stati almeno una volta nella vita come Giuda: colpevoli, consapevoli di esserlo, incapaci di credere nel proprio perdono e non in grado di sopportare se stessi un minuto di più.

No. Forse non sono come Giuda. Io so perdonarmi... anzi, a dirla tutta, anche quando faccio la cattiva, sento di non aver molto da dovermi perdonare. Però credo di poter capire, almeno un po', Giuda. E quando capisci almeno in parte una persona, semplicemente non riesci più a condannarla.



mercoledì 9 aprile 2014

Per chi voleva vedermi nuda

Quando mi invitano per presentare “Mi girano le ruote”, parto sempre con la convinzione di voler lasciare qualcosa a qualcuno: un'esperienza di vita (la mia), qualche riflessione, magari un sorriso o due. 

Spesso poi capita che mi porti via molto più di quello che ho lasciato.

A Massafra, per esempio, ho trovato dei nuovi Amici. Certo, “amici” ne trovo almeno dieci nuovi ogni giorno, su Facebook. Ma la vita vera che sta dietro l'ironia del mio libro, non si può condividere con chiunque. 
Come tutti gli asociali, so essere molto socievole. Ascolto tutti, eppure mi ci vogliono talvolta anni per mostrare a qualcuno il mio "lato oscuro" - che non è quello stronzo - sempre in bella vista. 
Dall'altro lato ci sono le affinità elettive: più uniche che rare.
Quando ti dicono che verrà a prenderti all'aeroporto il Presidente della Proloco, ti innervosisci per aver padellato di salsa l'unica giacca buona e ti aspetti di doverti giustificare con un mezzo politico, mica un Raffaele Zanframundo e consorte. Non avrei scommesso un cent sulla probabilità che meno di tre ore dopo mi sarei sentita così in confidenza da permettere a Claudia di lavarmela, quella giacca.

Con Claudia e Raffaele è stato amore a prima vista: abbiamo parlato ti tutto, sin dal viaggio in auto dall'aeroporto di Taranto a Massafra. E' difficile saper cosa dire a degli estranei, eppure ogni volta che alzavo gli occhi dalla conversazione, scoprivo che erano passate ore e che ancora non avevo voglia di lasciarli. Ciò nonostante lo sgroppino del nonno, che in altre condizioni mi avrebbe cioncato secca sul posto. Due persone che hanno vissuto situazioni forti e difficili, ma che le hanno condivise con serenità, quasi come una cosa leggera, non perchè non ne avessero sofferto, ma perchè non hanno permesso alla sofferenza di abbruttirli. 
Quasi ogni giorno le persone mi parlano dei momenti difficili che hanno attraversato, ma è la prima volta che ascolto qualcuno capace di raccontarsi senza lasciar calare un ombra sui propri occhi. 

La capacità di raccontare ciò che è stato, non per riversartelo addosso in un fiume di rabbia, dolore e rimpianto, ma per condividere la propria vita, senza lasciartene il peso sulle spalle.

E poi, quando parlavano della propria città e me la mostravano persino nel cuore della notte, come se potessi vedere davvero nel buio qualcosa che stava a 3 chilometri... e scoprivo di vedere tutto, con i loro occhi.

Non li vedo da sabato, eppure mi mancano ogni giorno, nonostante i messaggi e le telefonate, che arrivano sempre mentre mi dico: “Certo son stati gentili, ma Engy non è che adesso puoi fare la cozza e disturbarli quando ti gira!”

Ma in Puglia ho incontrato anche la musica. 
Un rapporto difficile il mio, con la musica, sin da quando a scuola ero l'unica a cui fosse stato fatto credere di non poter suonare uno strumento. E così, mi sono comportata come la volpe con l'uva: chissene frega di suonare, nemmeno mi ricordo come si leggono le note!

Poi un disabile “qualunque” mia ha dimostrato che per suonare bastano poche dita (nemmeno tutte), un po' di fiato in corpo e, soprattutto, l'anima.

Nel caso dell'incontro con Vincenzo Deluci, lo scambio non è stato affatto equo. Lui mi ha dato la sua musica e in cambio si è fregato il mio cuore. Il punto è che credo non se ne sia nemmeno accorto, lo stronzo! ;)

Ma partiamo dall'inizio, con una confessione: anche i disabili hanno dei pregiudizi sugli altri disabili. 

Io, per esempio, sono sempre stata convinta che un disabile “di nascita” fosse più professionale di questi parvenu post-incidente. Insomma, non sono mai stata politicamente corretta nei confonti dei normodotati e non intendo esserlo ora che parlo di disabili. Se nasci con un handicap, hai più tempo per fartene una ragione. Nell'adolescenza quasi nessuno combina una cacchio, salvo crogiolarsi nelle proprie disgrazie, siano esse sedie a rotelle o brufoli. Se tutto va bene, superato il picco ormonale, inizi a riflettere su ciò che hai, più che su ciò che ti manca. Magari avverti invidia, per chi può fare cose a te precluse, ma non il senso di perdita di non poter più fare ciò che sapevi fare. Insomma, mi piacerebbe saper camminare, ma la verità è che rotolare alla fine, per me, è la stessa cosa: mi sposto da A a B proprio come un bipede... beh, forse più velocemente. 
Poi ho incontrato Vincenzo, qualcuno che aveva imparato a suonare la tromba sin dagli otto anni e che, a causa di un incidente, ha dovuto e soprattutto VOLUTO imparare a suonarla in modo completamente diverso.
La sera in cui sono andata a presentare il mio libro a Fasano, con il gruppo di AccordiAbili, ho convinto Vincenzo a suonare qualcosa per me. Solo ora mi rendo conto di quanto sia stata superficiale io e coraggioso lui. Ha accettato di suonare senza riscaldamento.
Non sono un'esperta di musica, ma mi piace considerarmi una “collezionista di anime”. Ogni anima ha il suo prezzo, ma a differenza del Diavolo, quando me le mostrano, poi le rendo, più leggere di prima se riesco. Per riuscire a intravedere l'anima di qualcuno però, spesso servono fiumi di parole, fatica e sofferenza, comunque inutili se non si trova il coraggio di esporsi al giudizio altrui.

Vincenzo ha suonato per me.

E ha suonato dei brani conosciuti da tutti: il genere di brano in cui sai esattamente che nota aspettarti in ogni momento. Ma nella prima fase, senza riscaldamento, non tutte le note uscivano come erano scritte. Si avvertivano, per una frazione di secondo, lo sforzo e la frustrazione di non poter arrivare a quella nota. 
Io mi sarei fermata. 
Io del resto sono quella che dipinge e non tollera di vedere per casa nemmeno uno dei propri quadri imperfetti, figuriamoci esibirli al mondo. 
Vincenzo invece ha preso al volo ogni possibile “errore” e ha creato una variante. Ha trasformato un brano inflazionato, in un gesto geniale e unico. In ogni nota non suonata come da manuale, ho sentito l'anima di chi stava suonando, un'anima capace di gridare al mondo: IO NON MI ARRENDO, IO NON MI FERMO! Un'anima consapevole del limite imposto dal corpo, ma capace di far nascere da questo limite qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.
Vincenzo è sicuramente stato un grande musicista prima dell'incidente, ma ora è di più. Senza dolore e senza limiti, non si può diventare così grandi. E la grandezza, per me, sta nel raccontare la propria storia vera: non quella che ci raccontiamo o quella che vorremmo far passare agli altri. Se l'Arte è prendere un pezzo della propria anima e metterla sotto gli occhi di tutti, Vincenzo è un vero artista, laddove io sono e sempre sarò solo, eventualmente, una brava scrittrice. Perchè io lascio intravedere le cose, ma solo dagli spiragli di una corazza ben salda e stando sempre bene attenta a  mostrare unicamente ciò che voglio.
Quella sera ho riso e scherzato, come se non fosse una presentazione diversa dalle altre. Ma se c'è una cosa che Vincenzo mi ha insegnato, è che io ho perso troppo tempo a cercare di dimostrare di essere come gli altri, quando avrei dovuto essere me stessa sin dall'inizio. 
Lui ci è arrivato in meno anni della disabile dal sangue blu, che sono io.
Se volete sapere ciò che il mio libro non dice sulla disabilità, ascoltate “Si addormenta e vola” di Camillo Pace e Vincenzo Deluci: così onesta, io non lo sarò mai, neppure con me stessa.

E scusate se quest'ultima parte non è scritta con la solita ironia, ma l'ironia infondo è solo una corazza e io oggi non avevo voglia di vestirmi.

sabato 5 aprile 2014

Non ho incontrato Papa Francesco

Nonostante nel mio tour di presentazione del libro abbia incontrato tante persone che mi hanno toccato l'anima e forse cambiato la vita, tutti continuano a chiedermi solo dell'incontro col Papa.
E di questo allora vi voglio parlare ora, nella prima notte insonne dal rientro (meno di nove ore fa) da una delle esperienze più piene della mia vita. E se parto dal Papa, è solo perché è stata l'esperienza più rapida da rielaborare. Un'esperienza che mi ha dato qualcosa, ma non quella cosa che tutti, inclusa me, si aspettavano.

Proprio nei luoghi ove le persone rinsaldano la propria fede, io sento di perderla più che mai.

E' nei luoghi "sacri" che incontro quelle persone semplici e pure di cuore con cui non riuscirò mai a creare un legame. Non perché sia una persona migliore, ma proprio perché percepisco quell’abisso di differenze impossibili da colmare. 
Persone che hanno trovato nella fede la forza di sopportare il proprio dolore. 
Persone che credono senza alcun dubbio in un Dio onnipotente che permette tanta malattia, ignoranza, superficialità. 
Persone che si lasciavano spostare come dei pacchi, da addetti che si riferivano a noi come a scatoloni da disporre al meglio per evitare l'ingombro. Sentivo cerimonieri e uomini della sicurezza gridarsi da una fila all’altra: “Qui ce ne stanno altri tre, li lascio qua o preparo un altro mucchio?” E no, non parlavano di sedie, ma di disabili. Eppure nessun altro sembrava accorgersi di ciò che faceva irritare evidentemente solo le mie orecchie. Le uniche parole che questi malati avevano sentito e che continuavano a ripetersi tra i brividi di eccitazione diffusa erano: “Hanno detto che il Papa passerà proprio qui in mezzo, fra noi!” 
Probabilmente non vedendo in me il dovuto entusiasmo, qualcuno mi ha addirittura detto: "Ti rendi conto?! Poi il Papa si fermerà a salutarci personalmente. Almeno nella sfortuna, abbiamo una fortuna.” 
E nella mia mente ho pensato: “Che culo!”. Giuro però che non l'avrei mai detto davanti a loro, perché nemmeno io sono così carogna da rovinare la festa a qualcuno che aspetta un momento così da chissà quanto.
Osservavo le persone intorno a me, rendendomi conto che, per tutti gli altri, quell’incontro col Papa sarebbe stato uno dei momenti più importanti della vita. 

E indubbiamente quella sbagliata, lì ero io.

E' ovvio che l’incontro con un Papa dovrebbe essere per tutti - credenti o meno - uno degli eventi più indimenticabili della vita. E sicuramente mi sarei emozionata di più, se non avessi osservato e analizzato tutto come sempre. Il caro Freud aveva ragione: la psicanalisi non è come un paio di occhiali che puoi togliere quando vuoi. E questo ho notato: che molte persone sembrassero più preoccupate di immortalare l’imminente incontro, anziché vivere l’incontro stesso. Nonostante fossimo stati tutti informati che ben due fotografi professionisti avrebbero fissato quell’attimo nel tempo (molto meglio di qualsiasi macchinetta fotografica o cellulare), la smania da selfie col Papa era irreprimibile perché, in fondo, chi era lì già pregustava il momento in cui avrebbe esibito quelle foto con amici e parenti. Non potevo fare a meno di chiedermi quanti fossero lì davvero. Qui, ora, nel presente, anziché già proiettati al dopo, al come l'avrebbero raccontata. 

Come se la vita di una persona potesse acquistare valore agli occhi altrui non tanto per merito di ciò che è o fa, ma in virtù della luce riflessa da qualcun altro. 

E più mi guardavo intorno, più mi chiedevo: “Che ci faccio io qui in mezzo?” 
Nessuno mi ha obbligata: è stata una mia scelta, fortemente voluta.
Eppure continuavo a chiedermelo: “Che ci faccio io qui in mezzo?” 
Il Lupo cattivo e ingrato, in mezzo agli agnelli.

E subito mi rispondevo che ero lì per consegnare un messaggio, sicuramente il mio messaggio, non quello di Dio. 

Ma non era vero. L'ho capito solo ora: non era quello il motivo.

Continuavo a ripetere mentalmente la frase che mi ero preparata a tavolino, da brava studiosa di comunicazione. Una frase provata e riprovata nella mia testa, per evitare che l’emozione eventuale potesse bloccare la memoria. E più Francesco si avvicinava, più mi stupivo di non sentire nulla nascere dentro di me, se non un senso di distacco dato da quel pensiero martellante: “Io non sono come loro. Io non sarò mai come loro.” 

Poi è arrivato Francesco. 

Le persone intorno sono sparite e quando mi ha guardato, mi sono ricordata il pezzo della catechesi appena pronunciato da Lui. Perché io non credo, ma ascolto. E Lui aveva appena insegnato a noi sposi le parole magiche del matrimonio: Permesso, per non essere invadenti nei confronti dell’altro; Grazie, per mostrare riconoscenza; “…e la più difficile di tutte: Scusa”. 
Così ho chiesto Permesso, prima di porgergli il mio libro. E poi, invece del bel discorso che mi ero preparata, ho enunciato a voce decisamente troppo, troppo alta: “Io non credo in Dio.” 

Una lunga pausa, mano nella mano di Francesco, occhi negli occhi. Il resto del discorso sembrava non importare più, nemmeno me lo ricordavo.

Il Papa ha aspettato, come se non potesse accettare che finisse così. Ho ripreso a parlare dopo quella che mi è sembrata un’eternità e la mia voce a quel punto aveva perso di forza, tremava: “… ma se dirai a tutti di abbattere le barriere architettoniche, io pregherò per te.” 

Mi ha abbracciato, baciato, continuava a ripetere “Grazie, grazie, grazie…” Come tutti gli uomini, credo che anche Lui abbia sentito alla fine solo quello che si aspettava di sentire, cioè “io pregherò per te”. 

Ho capito all'istante che la parte che credevo per me più importante, quella delle barriere architettoniche, non era passata. 

E non per colpa del Papa, ma perché solo in quel momento ho compreso che ero lì per un altro motivo: in fondo speravo di tornare sul “luogo del delitto” e ritrovare quella fede persa tanto tempo fa, a Lourdes. 
Non ho provato delusione, ma solo ammirazione, per il fatto che, nonostante tanta folla, Francesco mi abbia dato tutto il tempo di finire quello che volevo dire, come se non avesse fretta di andarsene. Semmai ero io che avevo ansia di fare presto, per non disturbare oltre misura e togliere spazio a chi quell'incontro lo meritava molto, molto più di me.
E l’ho ringraziato. Lui ripeteva “Grazie” e io “Grazie a te.” Con quel grazie, ho messo così in pratica anche il Suo secondo insegnamento agli sposi, ed era un grazie sincero. 

Ora che sono qui invece, mi rammarico di non aver chiesto anche Scusa. 

Scusa, per non essere riuscita a tornare come il figliol prodigo. 
Scusa, per aver fatto un viaggio tanto lungo per riavvicinarmi alla casa del Padre, solo per capire proprio davanti alla soglia che non ero pronta a tornare.

Tutti mi hanno poi chiesto di descrivere l’emozione provata in questo incontro. Ho letto nei loro occhi un’aspettativa e una gioia che io non ho provato con l’intensità che si conviene in questi casi. Ho addirittura pensato di provare a fingere un pochino, per non sembrare la solita stronza ingrata e snob. 

Ma la verità è che questo incontro-non incontro mi è servito, ma non mi ha cambiato tanto quanto quello con alcune persone eccezionali e meravigliose conosciute in questi giorni e di cui vi parlerò appena sarò in grado di sopportare la nostalgia. 

Perché tanto mi hanno intristito le persone che si rivolgevano a Francesco come ho visto fare solo con le pop star, incapaci di un incontro vero. Ma la verità è che nemmeno io sono stata capace di quell’incontro vero con l’altro, troppo presa da ciò che volevo dire, commettendo lo stesso errore che rimprovero spesso ai miei tesisti: così presi dall’ansia di finire il discorso preconfezionato da non riuscire a preoccuparsi di essere ascoltati e compresi davvero. 
Nonostante la Sua disponibilità, io ho sentito che il messaggio sulle barriere non è arrivato dall’altra parte. Io mi ricorderò di lui, perché è inevitabile. Ma l'incontro vero richiede che ci si ricordi l'uno dell'altro. 

Chiedo scusa per aver deluso tanti, che infondo si aspettavano da me un riconoscimento di quella fede inconsapevole che spesso mi viene attribuita, nonostante ciò che continuo a dire. 

"Signore, non sono degna di partecipare alla Tua mensa, ma dì soltanto una parola, e io sarò salvata." Sono sempre state queste le parole che più sentivo di ogni Messa.

Ma o il Signore continua a tacere, o io sono sorda come una campana.
Non escludo che un giorno non ritroverò la fede, ma se mai accadrà, sicuramente non sarà in un luogo di culto.

 

domenica 23 marzo 2014

Noi siamo la soluzione ai problemi degli altri... e viceversa

Più passa il tempo, più non posso che stupirmi della fragilità dei bipedi. Badate bene, stavolta non è una critica, ma una forma di compassione, intesa alla latina, come "patire con" e non alla normodotato, come "oh poverini i disabilini". 
Sarà che ho una laurea in psicologia e un po' le sofferenze altrui finiscono per scaraventartele addosso pure - e soprattutto - fuori dal lavoro, preferibilmente gratis. Non esiste giorno in cui qualcuno non mi apra il suo cuore, mostrandomi sofferenze e abissi che credo di non aver mai toccato nella mia vita. E si sarebbe portati a credere che tanto dolore non possa scaturire da problemi così "piccoli", eppure è così: sono proprio quei "piccoli problemi" che, in assenza di "problemi più grossi" finiscono per rendere infelici le persone. Mia mamma dice sempre: "Chi non ha problemi se li va a cercare". Certo, lei non è mai stata un campione di diplomazia, eppure, in tutta la sua crudezza, questa frase potrebbe celare una profonda verità:

gli esseri umani hanno bisogno di sfide per realizzarsi.

Quando tutto è dato, quando non si deve lottare per nulla, ecco che un megatone di energia viene dirottato verso l'unica cosa che non si riesce a ottenere: un moroso, un figlio, un riconoscimento lavorativo, la stima di un babbo distratto... Tutte cose importanti, ma la cui assenza, da sola, non dovrebbe portare alla disperazione... eppure lo fa eccome! Così finisce che, magari, ci si preoccupa così tanto dei soldi, da finire col perdere la salute.

Ho l'impressione che i normodotati siano così inconsapevoli di ciò che hanno, da darlo per scontato e non amarlo abbastanza... sicuramente non quanto l'amore che credono di poter riversare su ciò che non hanno.

Se invece hai la "fortuna" di avere dei muscoli simili a gelatine alla frutta, ecco che tutto diventa importante: sollevare il braccio abbastanza da schiacciare il pulsante dell'ascensore, riuscire a preparasi da soli un'insalata in un'ora e mezza, poter finalmente chinarsi a raccogliere qualcosa da terra grazie a tutte le ore di ginnastica che ti sei imposto.

Voi non potete nemmeno immaginare quanta soddisfazione e gioia ho provato la prima volta che sono riuscita ad andare in bagno da sola, a casa mia! E ogni volta che lo rifaccio, sono ancora felice, perché ricordo perfettamente quando non vi riuscivo e mi toccava calcolare quanto bere in base alle ore di tenuta della mia vescica, sino al ritorno di chi potesse aiutarmi.

Se sei disabile, ogni giorno ci sono cose che devi subire, ma anche conquiste da godere.
Prendiamo una pedana: per voi è solo un pezzo di legno, ma per chi sta su una sedia a rotelle è piacere puro: il piacere di poter entrare in un posto in più, con dignità, anziché starsene a casa a rimbambirsi l'anima davanti alla TV.

Ogni giorno ci tocca lottare per cose che voi date per scontate e, in questo contesto di vita, certo che vorremmo un moroso, un lavoro, dei figli, ma la nostra piramide dei bisogni parte da gradini decisamente più bassi: ottenere dall'ASL una carrozzina che ti permetta di spostarti da solo, trovare il modo di pagare l'assistenza per vivere in casa tua anziché sbattuto in qualche struttura statale, uscire di casa senza incontrare barriere architettoniche, prendere un mezzo pubblico, studiare...

La piramide dei bisogni mica è un caso se è fatta a gradini: per i disabili ce ne sono più che per i normodotati, ma almeno noi siamo così lontani dalla punta della piramide da saper essere felici  già quando intravediamo la metà.

Avendo io una casa, un lavoro, un marito, ogni tanto mi chiedono se non vorrei dei figli. 

Perché è così che ragionano i normodotati: per tappe sociali quasi obbligate e, se ne manca una, si sentono falliti, nonostante abbiano ottenuto tutto quello che veniva prima. 

La risposta è no, sinceramente, non vorrei dei figli. 

Sono già così soddisfatta di quello che ho, da ritrovarmi spesso a desiderare che nulla mi venga tolto, anziché agognare qualcosa di più. E il qualcosa di più che sogno, è migliorare il mondo, non certo grazie al mio discutibile contributo genetico, ma alle mie idee.

Perché quando fai davvero fatica ad ottenere qualcosa, diventi ancor più consapevole che averla ottenuta non significa possederla per sempre. Ogni conquista va mantenuta e non data per scontata, si tratti di alzare un braccio, o trovare qualcuno disposto ad aiutarti, soprattutto se è un marito, che prima o poi potrebbe sempre svegliarsi e cambiare idea. 

Eppure i normodotati spesso, conquistato qualcosa, puntano subito al gradino successivo, senza nemmeno consolidare o godersi quello appena superato. Si comportano come se non potessero perdere nulla e la felicità vera stesse solo in ciò che ancora manca... che poi a volte nemmeno loro sanno dire cosa sia.

Le persone più infelici sono quelle che non sanno nemmeno spiegare a se stesse perché sono infelici e finiscono per addurre delle inezie che, in modo apparentemente inspiegabile, rovinano davvero la loro vita. 

Tutti comprendono i miei momenti di rabbia e dolore. Non posso nemmeno immaginare quanto debba essere straziante soffrire e vedere intorno a sé solo persone che mormorano: "Ma che problemi vuoi che abbia quello, che non gli manca nulla?!"

Nella mia vita vorrei meno ostacoli, ma riconosco che proprio superare gli ostacoli, quando non sono troppi, ci rende felici.

Spesso mi dicono che, con tutti i miei problemi, non dovrei farmi carico di quelli degli altri, che spesso sono all'apparenza più piccoli. 

Perché è così che si comportano i normodotati appena hanno una difficoltà: "C'ho già i miei di problemi!"

E proprio qui sta la causa di ogni male: preoccuparsi già troppo dei propri problemi e lasciare gli altri ai loro, ben più risolvibili. 
Ma se c'è una cosa che la vita mi ha insegnato, è che la soluzione ai propri problemi è sempre nelle mani di altri e, magari, nelle nostre, c'è la soluzione del problema del nostro vicino, amico, conoscente. 
Così io ascolto le persone col mal di vivere e loro mi cuciono un cuscino per la sedia a rotelle, mi fabbricano uno scivolo, mi riempiono il freezer di cibi pronti, per non farmi impazzire ore ai fornelli.

Quando mi chiedono perché non mi faccio pagare le "consulenze psicologiche" casalinghe, rispondo che, prima o poi, tutti riescono a trovare un modo per pagarmele, spesso con risultati ben più utili di quelli che avrei ottenuto con i soldi. Anche perché a casa mia non faccio mai la psicologa: mi limito ad ascoltare e provare a capire persone che non si sentono ascoltate a capite.

Se tutti riuscissero a capire che noi siamo la soluzione ai problemi degli altri, e viceversa, forse ne potremmo risolvere molti di più.

giovedì 13 marzo 2014

Più che Sala Blu, SaLaMadonna

Più passa il tempo, più aumenta la mia convinzione che, i servizi nati per aiutare i disabili, abbiano la precisa missione occulta contraria.
 
Per esempio, ieri ho dovuto prendere tre biglietti del treno: uno “normale” e uno per disabile più accompagnatore. Ordinare un biglietto per disabili però non è come ordinare un caffè corretto invece di uno classico al bar sotto casa: per avere il tuo ticket corretto, devi uscire dalla stazione ed entrare in manicomio.
Per il biglietto normale, mi sono loggata al sito Trenitalia e in 3,45 minuti ho prenotato, pagato e stampato il biglietto, avendo pure il tempo di annullare una prenotazione errata e rifarla corretta.
 
Poi ho provato a prenotare il mio.
Il sito mi invita a fare il primo step… come se uno step fosse cosa da poco per una che non cammina: telefonare al call center (a pagamento) della Sala Blu e attendere fiduciosa che qualcuno risponda. Dopo essere stata invitata per quattro volte del disco della segreteria a richiamare più tardi, perché tutti gli operatori erano impegnati, mi sono seriamente interrogata su quanti cacchio di disabili viaggino in treno. Ma soprattutto, dove si nascondono, visto che io raramente ne vedo in stazione Cadorna o Centrale?
Dopo trentacinque minuti di tentativi, finalmente capisco perché il centro assistenza disabili si chiami “Sala blu”: manco hanno ancora risposto e io sono già blu di rabbia.
Finalmente rispondono e posso chiedere loro di prenotare il treno delle 18.02 da Venezia Mestre verso Milano Centrale e poi il Malpensa Express da Milano Centrale a Malpensa aeroporto. L’addetta subito mi blocca: non è disponibile il servizio assistenza disabili sull’Aeroporto di Malpensa. Pur non avendo bisogno di assistenza per scendere, dato che viaggio con mio marito e che il Malpensa Express ha la pedana a livello banchina in quella stazione, il mio masochismo mi porta a sottolineare che è disdicevole non avere un sevizio assistenza per disabili nel principale aeroporto del Nord Italia, destinato ad accogliere i visitatori dell’Expo. Ovviamente l’Assistente Blu - che da ora in poi chiameremo "Puffetta" - non ne ha colpa, quindi la invito a prenotare l’assistenza da Milano Centrale, ove la costruzione della banchina risale al ’15-‘18 e serve quindi l’elevatore, che poi a Malpensa ci penso da sola. Ed ecco che inizia il dialogo surreale:
"Ma le ho detto che a Malpensa non ho l'assistenza da darle!"
"A Malpensa non serve, perché il treno ha la pedana automatica e la banchina è a livello."
"Ma se a Centrale sale con l'elevatore, come scende a Malpensa senza?"
"Malpensa è a livello: non serve l'elevatore."
"Non capisco... allora perché le serve a Centrale?"
Ma come fai a non sapere che il Malpensa Express è uno dei pochi treni accessibili d’Italia, con carrozza disabili e pedana automatica ad ogni porta e che la stazione di Malpensa non necessita di elevatore perché è a livello treno? Che poi uno ce n'è di treno accessibile, mica cento! Puffetta, è il tuo lavoro sapere certe cose: non è un’inezia. Se io non avessi saputo di mio che in realtà quel treno e quelle stazioni sono accessibili, mi avresti fatto rinunciare al viaggio. Confessa: a quanti disabili hai detto che non c’era l’assistenza, senza specificare che probabilmente non gli sarebbe servita, dato che a scendere dal treno ti aiuta il Capotreno e che se devi prendere un aereo, puoi chiedere che la Sala Blu dell’aeroporto ti raccatti alla banchina del treno?
Perché Trenitalia non assume me, a sto punto? Io ormai so tutto sui disservizi riservati ai disabili, anche come farli funzionare dopo diversi smadonnamenti.
Anche se non posso credere in un Essere Superiore che crea persone brillanti come quelle che lavorano in alcuni servizi per disabili, inizio comunque a pregare mentalmente Dio di darmi la pazienza, perché se mi dà la forza so già che finirebbe con un massacro.
Dopo quasi dieci minuti (a mie spese telefoniche) di discussione su Malpensa, ecco che ci accingiamo a prenotare il treno da Venezia. Chiedo a Puffetta di prenotarmi il 18.02 e mi risponde che non c’è un treno dalla stazione di Venezia alle 18.02. Avendo la schermata aperta di Trenitalia che asserisce il contrario, le do il numero di treno e le spiego dove guardare.
“Più su… colonna sinistra… no prima… dopo… fuochino… bingo!”
Trovato il treno, mi dice che però deve confrontarsi con i colleghi: di lasciarle la mia mail e mi farà sapere.
Scommetto che Putin ha meno difficoltà a spostare il suo esercito in Crimea, che la Sala Blu a prenotare un posto per disabili via telefono.
Nella mezz’ora successiva, non posso fare a meno di chiedermi come sia possibile che una struttura che per lavoro si occupa esclusivamente di assistere i viaggiatori disabili, abbia così tante difficoltà ad assolvere la sua unica funzione. Ma poi arriva la mail e mi pento di essere una persona così brutta, sempre pronta ad incazzarsi con qualcuno che, magari non è un genio, ma si è comportato comunque in modo gentile e paziente per tutto il tempo. Fiko! Nella mail c’è scritto che il treno è pre-prenotato e che devo solo confermare il tutto pagando anche, comodamente, online, dal sito di Trenitalia: basta inserire online il “PNR". Dopo una breve consultazione via Google, scopro che il PNR è il numero di prenotazione... in effetti potevo pure arrivarci eh. Oltre alla mail, arrivano anche due sms che confermano che la pre-prenotazione è andata a buon fine: me lo dicono tre volte forse perché nemmeno loro ci credono.
Vado online… e non capisco dove cacchio inserire il PNR. Certa di essere io stavolta la stupida, mi consulto con un collega: nemmeno lui lo capisce. A quel punto, coinvolgo tutto l’ufficio: sei persone con un totale di otto lauree e nessuno si raccapezza su come procedere. Poi qualcuno mi dice, pensando di essere un Einstein: “Basta che contatti il numero della Sala Blu e chiedi!”
Ah… beata ingenuità normodotata!

Lo stomaco mi si attorciglia, gli acidi gastrici risalgono l’esofago, compiendo un percorso contro natura, ma io ringoio e chiamo la Sala Blu… che è sempre blu, mentre io inizio a virare sul verde Hulk.

Altri 20 minuti d’attesa e stavolta risponde Puffo Tontolone, al quale sottopongo il quesito relativo al pagamento online. Quello mi risponde che non lo sa, perché non sono loro a occuparsene, ma Trenitalia. Oddio, ma per chi lavora allora la Sala Blu?! Faccio notare che, magari, per il futuro, visto che loro si occupano solo ed esclusivamente delle prenotazioni e dell’assistenza disabili, potrebbero informarsi su come un disabile può poi pagare il biglietto da loro riservato. Mi risponde che posso pagare alla SISAL o mandare qualcuno in biglietteria direttamente. Che tradotto significa: se sei bipede paga comodamente dalla tua poltrona di casa, ma se non cammini, vieni qui a pagare di persona. Mi fa giustamente notare che posso ritirare i biglietti pure il giorno stesso, peccato che io sarò risicata coi tempi e che vorrei non dover passare pure dalla biglietteria. Però posso mandare qualcuno con una delega, al posto mio.
Chissà perché pensano sempre tutti che i disabili abbiano stuoli di bipedi asserviti smaniosi di farci favori.

Insistendo per voler pagare online, dato che la loro mail dice che posso, mi risponde:

“Però vede? La mail dice che se ha bisogno di chiarimenti, deve contattare il call center di Trenitalia, non il nostro!”

A quel punto demordo. Chiamo il call center Trenitalia e inizio a dare chiari segni di squilibrio conversando col disco registrato:

“Benvenuto su Trenitalia!”
“Benvenuto un cazzo.”
“Messaggio gratuito: per chiamate da rete fissa, il costo IVA inclusa, è di 0 centesimi di euro alla risposta e di 10 centesimi di euro per ogni minuto di conversazione.”
“Cioè, in pratica, mi stai dicendo gratis che poi dovrò pagare 10 centesimi per ogni minuto della prossima lunga conversazione inconcludente.”
“Benvenuti in Trenitalia.”
“Ammò? Non mi avevi già salutato? Vabbè: vaffanculo anche a te, gratis, IVA inclusa.”
“Selezionare: per informazioni sull’orario, 1.”
“So già l'ora, grazie.”
“Per informazioni sulla circolazione o su binario: arrivo, partenza, 2.”
“Lo so già che il mio binario è morto.”
“Per rimborsi o informazioni sulla conciliazione, 3.”

"Vale anche per i danni morali?"

“Per ascoltare l’ultimo notiziario FS, 4.”

“Ultime notizie: fate schifo.”

“Per prenotare un servizio per clienti a mobilità ridotta, 5.”

“MACCHE’ MOBILITA’ RIDOTTA CHE MI GIRANO A MILLE!”

Ovviamente premo 5, dato che non esiste l’opzione: “Vuoi mandarci affanculo, 6.”

E indovinate un po’? L’opzione 5 ti gira sul call center della Sala Blu!!!!!!

Improvvisamente mi sento come nelle dodici fatiche di Asterix: "Ci si rincontra nuovamente. Avete bisogno del formulario rosa chiaro? E allora perché mi avete chiesto quello scuro? Mi spiace, ma dovete portare l'azzurro dall'autorizzatore, e dirgli che il formulario rosa chiaro è terminato. Secondo la legge, ricordatevela per dirgliela, L4815162342 è possibile richiedere la sostituzione dei formulari."
 
Arriva il momento, in ogni giornata di un disabile, in cui devi gettare la spugna: ho chiesto a una collega di passare a prendermi i biglietti in stazione. La collega dice di farlo volentieri, ma io rimango sempre in debito di favori col mondo, solo perché i servizi per disabili sono preposti unicamente a complicarci la vita.
Stasera scriverò un esposto a Trenitalia, come sempre. Perché io continuerò a viaggiare nonostante i continui sforzi di dissuasione delle ferrovie. E non voglio ogni volta dover chiedere a qualcuno un favore: voglio risolverla una volta per tutte. Perché è assurdo non poter prenotare direttamente online il posto disabili, inserendo il numero della Carta Blu e inviando il certificato d’invalidità. Hanno paura che qualcuno freghi la tessera della nonna? Dov’è il problema? Esistono i controllori: se sei seduto sul posto per disabili e non sei disabile, o ti becchi la multa o ti buttano giù dal treno in corsa, così la prossima volta vedi che sei in regola su quel posto al prezzo ridotto tanto agognato.
Per quanto mi concerne, preferirei pagare il biglietto intero, ma non rompermi i coglioni.
Sottolineo che tutto il personale del call center della Sala Blu è stato sempre gentile, paziente e disponibile. Io molto meno, perché sono una persona orribile che antepone la competenza e i risultati alle buone maniere. Anzi, a dirla tutta, quando trovo uno che non sa che pesci pigliare, ma così gentile da non permettere alla mia coscienza di mandarlo affanculo, è pure peggio.

Mi fa sentire come una che prende a calci un cucciolo di Panda solo perché lo hanno messo a svolgere il lavoro del leone. Detto ciò, se i Panda hanno gli occhi neri, probabilmente è perché, prima o poi, finisce che prendi a calci l’unica cosa che ti ritrovi davanti, visto che il leone è irreperibile.

lunedì 17 febbraio 2014

Signore dammi la pazienza, che se mi dai la forza, oggi faccio una strage

In questi giorni la campagna “Adottauna barriera e abbattila” mi sta dando grandi soddisfazioni e diverse coliti. Che poi, se esiste un colmo dei colmi per un miopatico è proprio avere la colite spastica.
Le soddisfazioni vengono da persone normalissime che, armate di sega, chiodi e martello, come novelli Mastro Geppetto, mettono giù pedane a regola d’arte per farci accedere a librerie, ristoranti e pub. La colite mi coglie invece quando mi raccontano cosa viene detto loro dai passanti o, peggio, da assessori e sindaci, come ringraziamento per questo servizio alla comunità.

Una libraia mi ha ad esempio raccontato che, mentre mai nessuno le aveva fatto notare che il suo negozio era inaccessibile ad una sedia a rotelle, il giorno stesso che ha piazzato la pedana, ben due bipedi l’hanno ammonita: “Poi se uno inciampa, lo sa che deve pagare lei?”.

Allora, innanzi tutto ho sempre visto ovunque cartelli con scritto “ATTENTI AL GRADINO”, ma mai “ATTENTI ALLO SCIVOLO”.

In secondo luogo, se un bipede va in giro ascoltandosi Gigi D’Alessio a palla e mandando SMS invece di guardare dove mette i piedi, se inciampa in una pedana e muore, scusate, ma questa io la chiamo selezione della specie. Certo potrebbe pure salvarsi e spaccarsi la colonna vertebrale, ma poi vedi che tempo un mesetto ringrazierà per quella pedana.

Cioè, fatemi capire, secondo questa gente, io non posso entrare a farmi una birra al pub solo perché alcuni bipedi vanno in giro come dei rincoglioniti pure da sobri?
Mi permetto di farvi notare che io guardo dove metto le ruote quando vado in giro. Così non fosse, con una carrozzina a motore da 116 chili, il numero dei disabili aumenterebbe drasticamente ogni volta che esco di casa.

Poi arriva il Sindaco di un Comune in provincia di Macerata, che alla richiesta di rendere fissa una bellissima pedana costruita a regola d’arte, ha obiettato: “Non credo che l’Associazione ciechi sarebbe d’accordo.” Ma che cosa crede di fare, mettere gli handicappati uno contro l’altro? Siamo handicappati sì, ma mica scemi eh! Scusi Sindaco, ma lei ha mai visto come va in giro un cieco? Non so se dalle sue parti usino camminare a tentoni, rasente i muri, rischiando di inciampare in bidoni, zerbini e tavolini messi fuori dai locali. Io quelli che vedo a Milano vanno in giro col bastone telescopico o col cane… se non si possono permettere il cane guida, allora sono a braccetto di un bipede, che costa un po’ meno. Però il dubbio mi è venuto, così ho chiesto a qualche ciecato residente dalle sue parti. Pare che non solo non abbiano nulla contro gli scivoli per sedie a rotelle ben fatti, ma che, essendo ciechi, non vedano l’ora di dirle invece cosa pensano di certi marciapiedi e percorsi tattili che finiscono addosso a piloni e fioriere del Suo Comune. Mi sono state anche inviate delle foto di “scivoli” costruiti proprio dal Comune e, se fossi portata a pensare male, direi che sono stati costruiti per eliminare alla radice il problema delle sedie a rotelle.
Allora, cari bipedi ficcanaso, Assessori alle politiche naziste e Sindaci pro-ciechi immaginari, facciamo così: invece di far pubblicamente finta che v’importi di abbattere le barriere architettoniche, salvo sfracassare i maroni quando ciò viene fatto - e pure bene -, siate almeno onesti con voi stessi e con il resto del mondo diversamente abile. Ammettete pubblicamente che non ci volete tra le palle. Posso pure capirvi eh: non è che siamo sto gran spettacolo da vedere in giro per le strade.
Dal canto mio, voglio essere altrettanto onesta: mi avete sfrucugliato le ovaie con le vostre leggi a favore dell’abbattimento delle barriere architettoniche e le vostre prassi per il mantenimento delle stesse. Che tra l’altro, alcune norme sugli scivoli ve le inventate di sana pianta solo perché, non dovendo farvi le gincane per andare in giro nei Vostri Comuni come noi, vi rimane troppo tempo per sparare cazzate.

Per quanto mi concerne, le vie diplomatiche hanno fallito in diversi casi e sono pronta alla guerra. Parto perfino avvantaggiata che già non cammino, mica come quelli che sono andati in Vietnam e avevano due gambe da perdere.
Sono arrabbiata e delusa, non dalla cattiveria umana, ma dal perbenismo dilagante che perpetua una società in cui invece di risolvere i problemi, si lascia tutto com’è, per paura di sbagliare. Il problema è che qui è già tutto sbagliato.

Poi altro che darmi del Guru e invitarmi a presentare in Comune il mio libro: i guru si stendono sui letti di chiodi e fanno gli scioperi della fame. Io non sono nata per soffrire, ma se proprio devo farlo, sarà mia premura ricambiare il favore.

Signore dammi la pazienza, che se mi dai la forza, oggi faccio una strage.

Oh Sindaco... non guardare la pagliuzza nell'occhio del commerciante che costruisce lo scivolo, ma guarda la trave in mezzo al tuo percorso per non vedenti (non che lo scivolo ti sia venuto meglio eh).