martedì 3 dicembre 2013

Cari Babbei di Natale

Caro Babbo Natale,
non riesco proprio a capire come tu faccia a sopportare tutta la gente che ti scrive solo in questo periodo dell’anno e unicamente per chiederti qualcosa. Cioè, tutti sti bambini e adulti non sono manco tuoi parenti, eppure vengono da te a battere cassa, solo perché il 25 dicembre è nato Gesù Bambino. Che poi manco sei il Suo Babbo. Gesù di papà mi pare ne abbia già fin troppi e nessuno che cacci manco l’euro per la stufetta da stalla: quella basterebbe, che d’inverno a Nazareth mica gelano le verze.
Eppure chiedono tutti i doni a te, che più che per Babbo ti passano per babbeo.
E poi non ho mai capito come si possa pensare che un uomo solo paghi tutti quei giocattoli e gadget… o l’allevamento di renne da slitta è più redditizio di quel che immagino, oppure tutta la "neve" che sta attorno a casa tua è del genere che si tira su col naso anziché a manate.
Comunque, questa mia è per informarti che quest’anno da te non voglio proprio niente, anche perché da anni ti chiedo un Pierce Brosnan da scartare sotto l’albero, ma a me il pacco, più che consegnarlo, lo hai sempre tirato.
In effetti questa lettera non avrebbe nemmeno dovuto iniziare con un “Caro Babbo Natale”, ma con un “Cari tutti coloro che non sono Babbo Natale” o “Cari Babbei di Natale”.

Eh sì, questa lettera è anche per te, Caro lettore: scegliti una categoria e, se mai ti è scappato un mezzo sorriso leggendo il mio blog, sappi che sei in debito e cerca di darmi quello che desidero… o di prenderti quello che ti devo.
So che ti costerà molto più del regalo che intendevi riciclare affibbiandolo a me, ma il vero senso del Natale non è forse dare o ricevere qualcosa che non ci si può comprare da soli?
E allora ecco ciò che desidero trovare quest’anno, non necessariamente sotto l’abete finto che tengo in salotto.
 
Cari disfattisti,
mai vi ho chiesto e mai vi chiederò di provare a fare qualcosa nella vostra vita, che si sa che tanto non serve a nulla, che ci stanno la crisi, la gente corrotta, il Governo ladro, il mondo crudele e comunque poi muori. La mia non è una richiesta d’azione, ma di astensione. In sostanza, vorrei semplicemente che mi faceste il dono di farvi i cazzi vostri e di non venirmi a dare pareri non richiesti sull’inutilità di tutti i miei e gli altrui sforzi. Dal canto mio, m’impegno solennemente a rimanere amareggiata dagli insuccessi futuri, anche se voi non mi avrete esplicitamente messa in guardia circa le prossime cogenti delusioni.
 
Cari credenti,
la fede è un dono, ringraziate il Signore di averne e ricordatevi che se io non ne ho, a ben vedere, è tecnicamente sempre colpa Sua. Il giorno in cui dovessi sentire nuovamente l’impulso di varcare la soglia di una Chiesa, non sarà per i vostri ripetuti inviti. Insomma, credo che con voi si possano dire chiaramente le cose come stanno: pane al pane e vin Santo al vin Santo. Dio non l’ho mai visto prima, quando ero praticante, e tantomeno adesso, che vago lontana dal gregge contenta di essermi smarrita. Quindi non posso dare a Dio nessun merito e nessuna colpa. Se me ne sono andata è grazie a voi: grazie al fatto che nella vita, nel momento del bisogno, al mio fianco ho sempre trovato soprattutto persone di poca fede e di molta volontà. Voi, se ritenete, continuate pure a pregare per me, mentre gli altri mi puliscono il culo quando serve. Vi chiedo solo di pregare senza informarmi ogni volta che intendete pregare, altrimenti mi vedrò costretta a ricordarvi che lo state facendo più per voi stessi che per me.
 
Cari animalisti,
casa mia è uno zoo e ogni volta che uno dei quadrupedi che vive sotto il mio tetto fa uno starnuto, corro dal veterinario, anche se io stessa non vado dal medico per cose ben più gravi. Da anni provate a sensibilizzarmi con immagini scioccanti di povere bestie martoriate e ciò nonostante mai diventerò vegana e continuerò a preferire che i farmaci prima li sperimentiate su di loro che su di me. Non uso pellicce, scelgo cosmetici non testati su animali e se vedo un cane abbandonato in mezzo alla strada, mi fermo e lo raccolgo. Questo è tutto ciò che avrete da me in questa vita, a prescindere dai vostri post truculenti. Mio nonno ha sempre tenuto polli, conigli e galline, che hanno vissuto come pascià fino al giorno in cui non sono stati utilizzati per il motivo per cui li abbiamo nutriti e fatti razzolare felici per anni. Da sempre prediligo le uova di galline allevate a terra e se posso scegliere tra una mucca vissuta felicemente e una mucca depressa, ovviamente scelgo la prima, anche se da psicologa dovrei scegliere la seconda, che magari si suiciderebbe comunque. Accettate di essere voi quelli evoluti e perdonatemi per il fatto che io non cambierò, almeno non in questa vita. Che Dio benedica il vostro tofu natalizio, senza che voi mi auguriate di morire soffocata dal mio cappone.
 
Cari infelici cronici,
la vita è crudele, ma pure voi a volte ci mette del vostro. Ciò nonostante, ogni volta che qualcosa non andrà come speravate, vi autorizzo a rompermi i coglioni, gratis. Ma solo ed esclusivamente se mi porterete la prova empirica di averci almeno provato seriamente e faticosamente a risollevarvi dalla vostra triste condizione. Per quante colpe abbiano avuto e abbiano tuttora i vostri genitori, si presume che ad una certa età siate voi a decidere che direzione provare a dare alla vostra vita, anche se in effetti è più conveniente asserire il contrario. Non potete accusare le aziende di chiudervi la porta in faccia se nemmeno vi avvicinate all’uscio. Uscite di casa, che non troverete mica il compagno della vostra vita chiuso nell’armadio… a meno che non si tratti dell’Uomo Nero. Provateci davvero, anche se tentare fa più paura che fallire. E, se non ci riuscirete, offro sei mesi di consulenza psicologica gratuita dalla sottoscritta, così almeno capirete che nella vita c’è di peggio che fallire, tipo vedermi una volta a settimana.
 
Cari amici,
da voi sento di prendere sempre più di quello che riesco a dare. Per questo vi prego di non esitare mai a chiedere qualsiasi cosa riteniate io possa fare per voi. Solo… accertatevi prima di essere sicuri di rientrare davvero nella sfera delle mie amicizie più care, che poi mi spiace dire di no al primo che passa e che crede di essermi simpatico.
 
Care persone di buona volontà,
a voi chiedo nuovamente di aderire alla campagna “Adotta una barriera architettonica e abbattila”. Sceglietevi un obiettivo, anche piccolo piccolo, e perseguite chi necessario per approdare al successo. Lo state facendo non per me, ma per i voi stessi del futuro. Se non volete trascorrere la vostra vecchiaia chiusi in casa, ma andando al pub a giocare a briscola con gli amici, o a bere il tè della Peppina, quel gradino lo dovete far abbattere ora. Poi mandatemi una bella foto a abbattiunabarriera@gmail.com e la nostra Bacheca dei miracoli mostrerà al Mondo che i prodigi non accadono solo sulla 34° strada.
 
Care persone di buon portafogli,
so che spesso vi fanno quasi una colpa del fatto che siate più ricchi degli altri. Persino Gesù, che chiudeva un occhio praticamente su chiunque, incluse donne di malaffare e pendagli da croce, con voi e con i poveri cammelli è stato tremendamente ingiusto. La gente parla di voi come se non aveste mai nessun motivo per essere infelici, perché tutti dicono che i soldi non danno la felicità, ma gli unici a sapere che è terribilmente vero siete solo voi. Nessuno sente di dovervi comprensione e conforto, semmai vengono per giudicare o per chiedere favori. E visto che lo fanno tutti, perché io non dovrei essere da meno? Ecco la mia proposta: fate una donazione alla UILDM, scegliendo una delle tantissime opzioni descritte nel sito http://www.uildm.org/sostienici/
Lo so che richieste simili vi piovono da tutte le parti e che non vi è ben chiaro perché quest’anno dovreste fare una donazione qui anziché altrove. Sapete che vi dico? Che diate un po’ del vostri soldi qui o che non ne diate affatto in giro, io lo so che non siete più felici di altri solo perché potete considerare l’idea di staccare un assegno in periodi di crisi. Questo Natale, vi auguro di veder realizzato uno dei vostri sogni, uno di quelli che non si possono comprare, che voi abbiate fatto qualcosa per meritarvelo, oppure no.
 
Che vi piacciano o meno, questi sono i miei auguri di Natale per tutti voi: vedete di accontentarvi, perché non sono tipo da spammare mail, bacheche ed sms con filastrocche sdolcinate e disegni di renne rincoglionite.
 

venerdì 29 novembre 2013

Adotta una barriera architettonica e abbattila!

“Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio” – credo che questo sia uno dei versi di De André che preferisco e che canto nella mia testa ogni volta che qualcuno sente il bisogno di dirmi cosa sarebbe meglio facessi o non facessi. L’ultimo dei buoni consigli che mi sono guardata bene dal seguire è stato quello di cancellare il tour in Sardegna dopo l’alluvione.
Se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato, è che ogni volta che rinunci per timore, ciò che rischi davvero è di perdere una bella occasione, in questo caso, addirittura la più bella.
Insomma, ormai sono una carampana di mezza età e spesso nell’ultimo periodo mi aveva sfiorato l’idea che le esperienze più interessanti della vita fossero già state vissute. Stavo provando seriamente a convincermi che ormai avevo ottenuto tutto ciò che volevo e che contava per me: viaggiare, svolgere un lavoro che mi piace e mi dà qualche soddisfazione, avere al mio fianco un compagno che mi tratta come una sorta di divinità da compiacere… invero una divinità non sempre benigna.
Nemmeno un bipede potrebbe volere di più dalla vita.
Eppure... no. Non sono mai riuscita ad accontentarmi di quello che ho. Non che non lo apprezzi: semplicemente non so fermarmi. Perché quando la vita ti ha dato tanto, anche se sei una stronza di prima categoria come me, a un certo punto senti il bisogno di rendere qualcosa, fossero anche cazzotti.
Questo tour in Sardegna mi ha regalato molto più di quello che mi aspettavo. Ogni tappa è stata unica e toccante per diversi motivi. Da sei presentazioni in cinque giorni ci si aspetterebbe di confondere gli eventi, eppure no: ogni incontro, ogni volto è rimasto limpido e distinto e così sarà finché Alzheimer non subentri.
La prima serata a Sassari con Lalla Careddu, la sua gobba invisibile che porta comunque fortuna e i corazzati delle UILDM. Una partenza in quarta e senza freni, perché diciamocelo, i disabili le battute le capiscono prima dei bipedi.
 
Dalla Libreria Cyrano di Alghero con Speranza Serra ho provato l’ebbrezza del connubio libri e vino… e se ho usato il termine “ebbrezza” non è assolutamente un caso, che mica ricordo cosa ho detto, ma è andata bene meda!
E poi la Libreria Koinè a Porto Torres, dove come spalla ho avuto il libraio DOC Andrea Deiana: spiritoso, colto, intelligente e brizzolato… fortuna che era già impegnato sentimentalmente.
A Cagliari ho sentito pagine del mio libro declamate dal  grande attore di teatro Maurizio Anichini ed è stato così coinvolgente che per un attimo mi sono chiesta se ero stata davvero io a scrivere una simile figata.
E poi l’esperienza al carcere di Nuchis.
Non ero sicura di volerla fare.
E man mano che mi spingevano attraverso porte blindate e sbarre che si chiudevano dietro di me, mi sono sentita sempre meno sicura.
Davanti all’ultimo cancello, ho messo istintivamente le mani sulle ruote, per frenare quell’avanzata verso il peggior incubo di una ex-claustrofobica.
Ma sono entrata... mi hanno spinto più che altro eh! 
Sono entrata in quella stanza chiusa, con 30 carcerati, senza maniglie alle porte e alle finestre. E la prima cosa che mi ha colpito è stato il Rispetto. Sono entrata e hanno smesso di chiacchierare, senza nemmeno bisogno che attaccassi il discorso. Mi guardavano tutti, cercando di sedersi più vicini possibile, non come nelle solite aule universitarie dove le prime file sembrano il deserto dei Tartari. E allora mi sono detta: “O la va o la spacca: io la battuta la faccio!”
Così ho iniziato dicendo che per la prima volta mi sentivo sicura nel fare una presentazione, perché il mio più gran timore è che la gente si annoi e lasci la sala, mentre da lì ero certa che non sarebbe scappato nessuno.
Ed è andata. Il carcerato capisce le battute anche prima del disabile: è stato subito un amore galeotto.
Non ho mai visto un’aula così attenta e partecipe. Nessuno mi ha mai fatto domande così profonde e acute. Nessuno si è mai adattato così rapidamente al mio registro diversamente ironico. Abbiamo riso, abbiamo parlato di legalità, di assunzione di responsabilità… perché lì dentro nessuno dice di esserci finito per caso, mentre qua fuori tutto quel che accade è sempre colpa di qualcun altro. Abbiamo parlato di Dio e hanno addirittura cercato di convertirmi: 30 carcerati convinti della mia segreta fede interiore, mi hanno portato più vicina a mettere in discussione l’agnosticismo di qualsiasi prete.
E le battute che hanno proposto loro stessi sulla disabilità e sul carcere, mi hanno fatta sentire una principiante. Chi si vantava di aver risolto il problema delle barriere architettoniche facendosi rinchiudere a vita in un carcere accessibile, chi mi ha rassicurato sul fatto che la sedia a rotelle non era un problema perché lì dentro avevano visto di peggio e chi osservava che discutendo io di leggi da interpretare anziché applicare stavo parlando di corda in casa dell’impiccato.
E in tutto questo, l’unica che è passata dal Lei al tu, sono stata io. Perché quegli avanzi di galera nemmeno per un istante hanno smesso di chiamarmi “Dottoressa” e di darmi del Lei, con la sola eccezione di un uomo che per tutto il tempo ho pensato fosse convinto avessimo scritto il libro in quattro, prima di rendermi conto che mi stava semplicemente dando del Voi.
E alla fine mi hanno tutti voluto stringere la mano, quando non abbracciare e baciare. Mi hanno fatto sentire una di famiglia, anche se non ho ancora ben capito se del tipo con la “f” minuscola o maiuscola. Si sono impegnati a consigliare il mio libro a tutti i loro familiari e hanno chiesto delle copie per il carcere. Una copia a dirla tutta me l’hanno fregata sotto il naso, ma diciamo che il sistema è stato così sottile che se la sono guadagnata.
Poi esco di lì, un cancello dopo l’altro, e scopro che il tizio che citava autori sconosciuti persino a me è dentro per strage. Mi dicono che ho baciato sulle guance un boss della Mala e che il signore che pareva la copia sputata del mio zio preferito deve scontare quattro ergastoli. E quando ho saputo tutto questo, anziché repulsione, ho provato solo il desiderio di conoscerli ancora meglio e di capire come sia possibile che delle persone che farei entrare volentieri nella cerchia delle mie amicizie più intime (e io sono incredibilmente snob a riguardo), abbiano fatto determinate scelte.
E improvvisamente ho realizzato che non posso più essere favorevole alla pena di morte, perché due ore in gattabuia mi hanno fatto vedere la luce.
E so che non potrò più guardare i ragazzi svogliati che incontrerò ad ogni nuovo colloquio senza fare un confronto. E mi chiedo se potrò sopportare come prima tanti giovani che parlano di crisi e la usano come giustificazione per tutto, senza vedere le opportunità che in realtà hanno per il solo fatto di essere liberi, sani e in un’Università che non sarà perfetta, ma che può dare tanto di ciò che ad altri è negato.
E infine, l'ultimo giorno del tuor, il Centro Logopedico-neurolinguistico di Olbia, che ci ha voluti a tutti i costi, nonostante i recenti danni subiti dall’alluvione. Di questa tappa c’è chi ha detto che avrebbe dovuto essere cancellata per ragioni di “buon senso”. Ma i primi a non aver avuto il “buon senso” di mettersi in un angolo a leccarsi le ferite, i primi che hanno preso subito in mano una pala per gettar via il fango che il destino gli ha buttato addosso, sono stati proprio gli olbiesi. Ci hanno fatto trovare una struttura linda, accogliente e addirittura una nuova pedana per superare gli scalini d’ingresso. Ora, a chi mi verrà a dire che non si può abbattere uno scalino, non potrò che rinfacciare che degli alluvionati che fino al giorno prima avevano la melma sino alle chiappe lo hanno fatto. Basta scuse: rendetevi conto che davanti a simili esempi le scuse mi fanno vomitare!
Pensavo di scendere in Sardegna per vendere delle copie, invece ho ricevuto talmente tanto da accumulare un debito karmico enorme, che devo assolutamente pagare.
I miei genitori mi hanno insegnato ad usare la lingua e mi hanno trasmesso quel sano fatalismo che permette di non farsi spaventare, perché se deve succedere qualcosa può succedere ovunque ed è meglio che succeda mentre ti diverti anziché quando ti piangi addosso. Però è evidente che non tutti hanno avuto la fortuna di essere mandati avanti - qualche volta a calci in culo - dalla mamma. E’ evidente nel momento in cui ad un tour di presentazione di un libro sulla disabilità sono presenti moltissimi normodotati e pochissimi disabili, nonostante le strutture di accoglienza fossero ovviamente accessibili. Non faccio certo una colpa a nessuno perché la Sardegna, per un disabile, è la classica bella e impossibile. Tuttavia la Sardegna è uno degli Stati con più disabili, sebbene io ne abbia incontrati pochi. Mi sono chiesta dove fossero e ho elaborato due ipotesi: o sapevano che sarei arrivata io e si sono rifugiati in cima alle scale, per essere sicuri di non essere raggiunti, oppure sono rimasti a casa propria, magari a pubblicare post incazzosi su Facebook per l’inaccessibilità delle strutture.
Ed è qui che sbagliamo: finché restiamo nelle nostre casette a inveire contro gli scalini, non costituiamo un problema per nessuno, se non per la nostra felicità. Ma se vogliamo davvero ottenere qualcosa, dobbiamo uscire di casa e - come dice il mio libraio preferito Massimo Dessena – passeggiare sui coglioni della gente.
Ho percorso la Sardegna con Lucia - l’unico Assessore alle politiche sociali al mondo che porta davvero il peso dell’handicap (un peso che tra pranzi e cene sarde è lievitato di diverse libbre) – e con Luana e Silvia, le mie editrici svitate che, nonostante i nomi, giurano e spergiurano di non aver mai girato un film con Rocco Siffredi.
Quattro donne più temibili dei Cavalieri dell’Apocalisse, che dove passavano abbattevano scalini e rimuovevano auto parcheggiate abusivamente sui posteggi per disabili. Se dove passava Attila non cresceva più l’erba, dove siamo arrivate noi spuntavano pedane dimenticate in vecchi e angusti ripostigli.
Probabilmente Luana e Silvia non avrebbero mai immaginato che pubblicare il libro di una disabile comportasse anche imparare ad essere dalle brave badanti e non riuscire mai più ad entrare in un locale senza chiedersi “Ma da qui Engy ci passerebbe?”.
lo so che ho creato altri due mostri e ne sono fiera.
L’unico modo per sensibilizzare i bipedi verso le barriere architettoniche è camminare (metaforicamente) in mezzo a loro.
Perché i normodotati non sono cattivi, sono solo distratti.
Purtroppo i disabili sono troppo pochi per cambiare il mondo e di questi pochi, ancor meno hanno la forza per lottare. Se vogliamo ottenere qualcosa, anche i bipedi devono fare il lavoro sporco. Ma come?
Durante il tuor sardo di presentazione del libro “Mi girano le ruote” abbiamo dato vita a una campagna:
ADOTTA UNA BARRIERA ARCHITETTONICA E ABBATTILA.
L’unica cosa che chiediamo ad ogni bipede e quadruruote d’Italia è di scegliersi un obiettivo mirato, uno solo. Può essere uno scalino, un marciapiede senza scivolo, un bagno per disabili usato come ripostiglio… non serve partire dalle grandi imprese edilizie, basta cominciare dal panettiere, dall’edicola, dalla libreria, dalla pizzeria… volendo addirittura da casa propria. Come? Chiedendo tutti giorni, tutti quanti, la stessa cosa, per esempio: “perché non mette una pedanina in legno per le sedie a rotelle?” Non hanno scuse: non gli si chiede un’opera in muratura che potrebbe scontrarsi con i regolamenti dei centri storici, basta uno scivolo rimuovibile. Non sono così intelligenti e lungimiranti da capire che la popolazione invecchia e che si stanno via via giocando una fetta di clienti sempre più ampia? Costruiamogliela noi a sti morti di fame la pedana!
Oppure prenotate in comitiva in un ristorante inaccessibile, portate con voi un disabile e, quando vi diranno che non c’è la pedana, ma possono aiutarvi loro ad entrare, ditegli che preferite migrare in stormo verso un altro ristorante, perché il vostro amico sciancrato ha diritto quanto voi di entrare con dignità a mangiarsi una pizza. E ripetete la scena ogni mese, finché l’oste non imparerà a farsi meglio conti.
E poi mandateci le foto del prima e dopo. Spedite a abbattiunabarriera@gmail.com il reportage della barriera che avete adottato e ucciso: le pubblicheremo sulla Bacheca dei Miracoli! Non solo: nel caso di esercizi commerciali, ci impegneremo ed organizzare gruppi di shopping e serate goderecce, per premiare e per premiarci dopo ogni successo.
 

martedì 12 novembre 2013

Ho scritto un libro, ma giuro che non l'ho fatto apposta

E' vero: l'ho fatto. Ma fino a pochi giorni fa, non lo avevo mica capito che fosse una cosa tanto grave.
Gradualmente però me ne sto rendendo conto, soprattutto dalle reazioni delle persone.
Non che sia il tipo che va in giro a dire che ha scritto un libro ma, contrariamente ai disabili, le voci corrono.
No, okay... ho detto una bugia: lo ammetto… sono proprio una di quelle che ogni due minuti sbandiera su Twitter e Facebook le novità connesse all’uscita del libro, ma non è che nella mia vita ci siano poi molte altre cose che valga la pena raccontare. Posterei le foto di quello che cucino, se non me ne vergognassi tanto.
 
Ma torniamo al libro. La casa editrice un paio di cose te le spiega, ma mica tutte, probabilmente perché teme che ti venga un attacco di panico anzi tempo.
Tra le cose che ad esempio non ti dice è che persone che vedi da sempre, improvvisamente, quando scoprono che hai scritto un libro, ti considerano. Alcuni fin da subito, altri solo dopo averti chiesto “Ma hai pagato tu la stampa?”. Certo che no! Va bene  essere una disabile self-confident, ma non investirei mai economicamente su una persona come me, che non sa nemmeno vestirsi da sola. Per fortuna Voltalacarta editrici ha scoperto che non sono in grado nemmeno allacciarmi le scarpe solo di recente: ormai i soldi li ha spesi.
 
Quando finalmente arriva il tuo libro in libreria, succede più o meno così.

La notizia all’inizio arriva ai parenti e da quelli i complimenti te li aspetti, così come ti aspetti che alla tue spalle si scambino in famiglia verità scomode sul tuo libro. Però di alcuni di loro non crederesti mai che lo abbiano letto davvero tutto. Sì, insomma, pensi che facciano un po’ come te, quando proprio sei costretta a dare un parere rassicurante sulla tesi di tuo cugino: leggi le prime due pagine, quelle centrali, le conclusioni e poi dici che l’hai divorata in poche ore. Mica è una bugia infondo. Invece i parenti ti citano: pagina, numero, capoverso e aperte virgolette. Nemmeno tu ne saresti capace e il libro te lo sei scritta.
Dopo qualche giorno, capita che persino il collega dell’ufficio accanto, che nemmeno ti salutava alla macchinetta del caffè, ti dice: “Ho letto il tuo libro.”
Così: punto.
Più che l’inizio di un discorso sembra una costatazione e nemmeno di quelle amichevoli.
E tu sei lì stupita, innanzi tutto perché non sapevi nemmeno che il collega sapesse leggere e poi perché, tra tutti i libri che poteva comprare, ha comprato il tuo, che non è nemmeno così facile trovare in giro.
Poi il collega ti sorride - uno spettacolo davvero raccapricciante, credetemi – e dice: “Mi hai fatto morire dal ridere!”.
Che dire, siamo passati dal non salutarci al distributore automatico al “tu”, senza nemmeno passare per il “Buongiorno”.
Poi parli con alcuni che arrivano addirittura a confessare che il tuo è l’unico libro che abbiano mai letto per intero, dai tempi della scuola. Loro vogliono essere carini e invece ti senti in colpa! Avrebbero potuto godersi capolavori come “Il nome della rosa” o “Il Signore degli anelli”, ma sono finiti col leggere “Mi girano le ruote” e questo solo perché hanno avuto la sfiga di conoscere di persona te anziché Eco o Tolkien. Riesci a non fare harakiri solo pensando che poteva pure andare peggio: potevano essere amici di Fabio Volo.
E ti chiedono l'autografo, magari con dedica. Così è successo che hai firmato la tua prima copia del libro: hai pensato a delle belle parole da scrivere, hai sfoderato la miglior calligrafia da istituto Canossiano e poi, per abitudine, hai siglato il tutto con le iniziali del tuo Capo.
E non è che poi sia andata meglio. Per gioco scrivi pagine e pagine di parole e poi ti blocchi davanti a una dedica. Alcuni amici fumettisti cercano di aiutarti e ti consigliano di non concentrarti troppo e di scrivere le dediche d'istinto. "Affidati all'inconscio!" Sì, peccato che dopo un paio di dediche atroci ti è subito chiaro che inconsciamente ti piace offendere il prossimo.
Ma questo non è tutto. Passa una settimana dalla distribuzione del libro, apri la casella di posta dell’ufficio e scopri una mail del tuo Capo, contrassegnata come urgente e che nell’oggetto riporta: “Ho letto il tuo libro”.
Ecco: è finita.
L’ha scoperto e ora è incazzata a morte per la battutina in cui scrivi che il tuo Capo non è tipo da discriminare i disabili, perché preferisce sfruttarli come un negriero.
Clicchi tremante sulla mail che si dipana davanti ai tuoi occhi annebbiati dalla disperazione e… trovi un sacco di complimenti!
Anni e anni trascorsi a cercare di brillare agli occhi di qualcuno che - non lo ammetteresti mai - infondo stimi, per scoprire che per avere la sua approvazione dovevi scrivere un libro… Cioè fare un altro lavoro a ben vedere.
Però sei commossa, davvero, questa proprio non te l’aspettavi.
La prima intervista invece te l’aspettavi eccome! Ti avevano avvisata per tempo e ti senti pronta! Via con la prima domanda: “Perché hai scritto un libro?”
Oh cavolo.
A questa mica sai rispondere. Intuisci vagamente che la verità non sarebbe in questo caso opportuna, perché nessuno scrittore promettente direbbe mai: “Perché ero sbronza e ho perso una scommessa.” Però non vuoi nemmeno mentire ai potenziali lettori. Così ci giri in giro e dici che infondo non lo sai perché, che è successo e basta e che in qualche modo sono stati soprattutto i tuoi amici a spingerti.
 
Il resto dell’intervista scorre meglio. Le domande sono intelligenti e dato che sei più che altro abituata a quesiti idioti del tipo “Com’è successo che sei finita in sedia a rotelle?”, questa nuova realtà, per una che nemmeno cammina, è quel che i bipedi definirebbero “un passo da gigante”.
Piano piano scopri intorno a te un mondo di persone sveglie, che esigono risposte intelligenti.
Per fortuna ci sono ancora quelli che ti dicono: “Che brava, hai scritto un libro! Così ti tieni un po’ impegnata eh?”
E quelli che osservano: "Dio ti ha fatto il dono della scrittura!"
E figurati se una cosa giusta che facevo non era merito di un altro.
Non ci fossero costoro, avrei la certezza di essere morta e finita inspiegabilmente in Purgatorio, anziché direttamente all’Inferno.
Per fortuna anche a casa resta tutto uguale, a parte qualche battuta tra moglie e marito:
"Amore, ti faccio solo notare che mentre tu ti cambiavi, io sono tornata a casa, ho fatto terapia col respiratore, cyclette per 45 minuti, cucinato, apparecchiato tavola portando piatti e bicchieri uno a uno e, nel tempo libero, ho pure scritto un libro!"
Poi un giorno arriva la free-lance che ti pone la domanda topica:
“Credi che il tuo libro, in qualche modo, possa cambiare il mondo?”
E tu scoppi a ridere, convinta che la giornalista ti stia fottendo.
Adorata ironia: allora non la uso mica solo io!
Però lei è lì, seria, imperscrutabile, apparentemente convinta che un piccolo libro scritto da un’handicappata e pubblicato da una casa editrice sarda possa davvero cambiare i destini dell’umanità.
Eh no, è proprio seria!
Cavolo, io cambiare il Mondo?!! Ma questa qua lo sa che il mondo è popolato soprattutto da normodotati?! Fossero perlopiù disabili, avrei una chance, ma così…
Però l’intervistatrice ti fissa paziente, una risposta la vuole proprio, ma “Prenditi pure del tempo per pensarci”.
Non ti resta che ricomporti, giustificare l’accesso di risa come sporadico effetto collaterale della tua misteriosa patologia - tanto i bipedi si bevono più o meno tutto in fatto di handicap – e dare una risposta plausibile.
E ovviamente rispondi che ti piacerebbe crederci, ma che sai che non è facile. Ti impegni comunque a provarci con tutta te stessa, che tanto pare non ci sia molto di più importante da fare nella vita che ridefinire gli equilibri sociali di questo Paese.
Hai trascorso 38 anni della tua vita cercando di riempire i buchi di tempo dandoti a ricamo, pirografo, pittura e, disgraziatamente, alla scrittura e, dall'oggi al domani, ti rendi conto che le prossime tre settimane della tua vita non contemplano un numero di ore sufficienti per fare tutto ciò che ti propongono di fare. Interviste, presentazioni, articolini, riprese, cene con amici ritrovati dopo anni e persino pranzi con alti rappresentanti del clero. Più che alti, larghi in effetti. E in tutto questo marasma, arriva una telefonata in cui ti chiedono se vuoi partecipate a un programma fichissimo su Radio2.
Ecco, lo sapevi: hai esagerato a tirartela con gli amici e ora per vendicarsi ti fanno lo scherzone!
“Maddai scema! Ilaria, ti ho riconosciuta! Va là che per fregarmi devi impegnarti di più!”
E però è davvero la Radio e a quanto pare la scema sei tu.
Tu in Radio? E’ evidente che questi qui non sono amici della logoterapista, altrimenti non si spiegherebbe perché ne vogliano rovinare la reputazione su territorio nazionale.
LA RADIO?!! No, dico, poi mica Radio Maria, da cui un po’ ti saresti aspettata che coinvolgesse una sciancrata come te, ma una Radio vera, gestita da conduttori veri, mica preti! Un programma poi come CaterpillarAM… cavolo, non hai nemmeno dovuto mentire quando hai detto che li ascolti sempre!
Ovviamente accetti, chiedendo semmai se sono proprio sicuri non ci sia uno scambio di persona e dicendo che, se cambiassero idea pure all’ultimo, tu capiresti.
E poi, come ogni sera, sali sul solito treno che, se tutto va bene, ti porterà a casa. E ti senti sola. E inizi a riflettere. Improvvisamente capisci che tutto è iniziato come uno scherzo, ma che forse ora hai delle responsabilità.
Non te lo saresti mai aspettato da qualche nottata di bagordi trascorsa a ridere e a piangere davanti al monitor del tuo computer, ma è successo: hai davvero partorito un libro e ora devi assumertene la responsabilità.

Devi farlo innanzi tutto per quelle pazze di Luana e Silvia, le tue editrici col nome da pornostar, che hanno creduto in te al punto da investire i loro soldi… e tu lo sai che mica sono figlie di Berlusconi, altrimenti avresti pubblicato con Mondadori. Non potresti mai perdonarti di essere la responsabile del fallimento di due piccole e determinate imprenditrici sarde, sopravvissute tenacemente alla crisi economica.
Devi farlo perché un risultato è già sotto i tuoi occhi: alcune persone hanno letto un libro in più e tu speri che sia vero quello che ti hanno sempre raccontato e cioè che non importa quello che si legge, purché si legga.
Devi farlo perché alcune persone e associazioni è evidente che in questo progetto ci credono. E chi sei tu, per pensare che tutta questa gente molto più in gamba di te si sbagli?
Ma soprattutto, devi farlo perché ti sei dimenticata da tempo la cosa più importante: che saper scrivere è un dono e se il tuo corpo non è in grado nemmeno di sorreggere il suo stesso peso, ma sa battere alla tastiera, forse un perché infondo c’è. Forse ti si sta chiedendo di usare il  tuo dono più grande per fare ciò che da sempre sai fare meglio: rompere le palle.

O forse ti stai solo montando la testa.

Quel che è certo è che se una farfalla che sbatte le ali a Pechino può causare un tornado in Texas, per come so rompere le palle io, c'è da aspettarsi l'Apocalisse.
Sia come sia, per una volta nella vita, voglio a provare a rompere le palle al prossimo non solo per ottenere qualcosa per me, ma anche qualcosa per i miei compagni di ruota. Perché una lingua lunga come la mia è davvero troppo per servire una sola persona.
Per fortuna non sono da sola. Al mio fianco ho solo gente tosta… chiamatela selezione naturale se volete. Ma soprattutto al mio fianco ho realtà vere e concrete, che da molto prima di me e in modo molto più efficace, lottano per abbattere le barriere architettoniche e mentali, come la UILDM di Sassari, che sta organizzando il mio tour sardo e che farò di tutto per non deludere. Perché io un libro l’ho scritto per scherzo, ma la UILDM da sempre si impegna per davvero. E se una donazione la volete proprio fare, non lasciatemi in mano il resto dei 14 euro del libro, che non mi bastano nemmeno per un chupito, ma fate una donazione seria a loro.

       La foto qui sopra risponde alla domanda: "Come ti è venuto in mente di scrivere un libro?"

domenica 6 ottobre 2013

Se ti disegnano così, rubagli la matita!

I cartoni animati, a volte, pronunciano grandi verità. Noi ci ridiamo sopra, ma per loro deve essere un dramma.
Prendiamo Jessica Rabbit: è veramente innamorata del povero Roger eppure, suo malgrado, deve fare "la cattiva".

Non è colpa sua: è il Disegnatore a decidere.

Ogni tanto vien da chiedersi quanto siamo differenti da un cartone animato.

Pavlov e i suoi seguaci credevano che, potendo registrare tutto ciò che accade a un essere umano sin dalla sua nascita, si sarebbe potuto prevedere esattamente il suo comportamento futuro, in quanto costituito da risposte apprese agli stimoli dell'ambiente.

Ma la verità è che non è così semplice capire chi condiziona chi.

Il neonato impara subito che deve piangere, se vuole che qualcuno accorra a dargli cibo, attenzione, cure. Lui magari ci prova anche a stare buono buono o a sbattere le palpebre, ma l'unica cosa che sortisce qualche effetto, soprattutto di notte, è la caragnata.

Eppure è anche la mamma ad essere condizionata dal figlio, perché capisce che per far smettere quel pianto che gli rosica l'anima, deve dare cibo, attenzione, cure. In poche settimane, mamma riesce addirittura a distinguere i diversi tipi di pianto e a non dare la tetta invece dei massaggio, se il fagottino ha le coliche.

Mamma 0 - Neonato 2

In pratica, impariamo a condizionare il nostro prossimo sin dalla culla.

Chissà da chi lo abbiamo imparato...

Ma se nessuno accorresse quando piangiamo nel nostro angolino di mondo ostile?
Smetteremmo di piangere, probabilmente.
Alcuni anzi lo consigliano proprio: "Fallo piangere un po', che si fa i polmoni!"

Chissà, forse persino Dio crede nella psicologia comunista.

Io me lo immagino lassù, che vede un sacco di gente pregare e supplicare aiuto e dentro di sé pensa: "Lasciali frignare ancora, che magari ogni tanto imparano a risolversela da soli!"

Beh, Dio non so nemmeno se esiste, ma la Chiesa è sicuramente più bolscevica di quanto non dica: "Comportati bene su questa terra e riceverai il Paradiso!" 

Sin da bambini la Chiesa ci prova, col sistema dei "fioretti".

Infondo ai bambini basta poco per essere condizionati. Lo sapeva Pavlov, che ben presto passò dal far salivare i cani, al far sbavare gli orfanelli, sostituendo al pappone i biscotti.
Lo sanno da sempre per istinto i genitori, senza essere preti o fisiologi russi dalla discutibile etica professionale.

"Se fai l'iniezione senza piangere, poi ti dò una caramella" 

Quando sei piccolo, se sono minimamente furbi, riescono a farti fare un sacco di cose che non vuoi.

Poi però si cresce e la storia si fa più complicata, perché la caramella perde valore di scambio. Dal bonbon si passa al gelato e poi al bombolone e alla fine diventi un'eroica bambina malatticcia e grassoccia. E se sei grassoccia, alle medie sono mass-media e coetanei a iniziare il processo di ri-condizionamento e a spingerti a dimagrire.

Finché saremo continuamente spinti e tirati da direzioni diverse, potremo ancora sperare nel libero arbitrio.

Forse il libero arbitrio sta tutto qui: nel capire chi cerca di condizionare chi e nel rinunciare al premio, pur di ribellarsi al sistema.

Io non mangio più dolci e non vado più nemmeno in Chiesa.
Non che entrambe le cose, a volte, non mi tentino.

Però preferisco resistere e rimanere fedele a me stessa.
Tenetevi i vostri dolciumi e il vostro paradiso: io non mi faccio più compare.

In questo mondo ci sono un sacco di cose sbagliate, un sacco di differenze ed ingiustizie. E non bisogna rassegnarsi mai.

Basta coi "contentini", che siamo grandi!

Non vogliamo essere tenuti buoni con la promessa di un mondo migliore raggiungibile previo decesso. Vogliamo quello che ci spetta, ora!

Voi ci pensate che il 90% del mio handicap dipende dal Paese in cui vivo?
Se non posso usare la Metro, non è colpa delle mie gambe che non funzionano, è colpa dell'Italia!
E' l'Italia a frapporre degli ostacoli (handicap) tra ciò che voglio fare e ciò che posso fare, non il mio corpo!

Nella maggior parte del resto d'Europa, il mio corpo non è un handicap.
E' il mio Paese ad essere malato.

Eppure noi siamo lo Stato del "Le cose vanno così". Ci hanno condizionati alla rassegnazione e per farlo è bastato risponderci picche ogni volta che chiedevamo qualcosa. Alla fine abbiamo smesso di chiedere, perché "Tanto non serve a niente".

BALLE!

Il problema è che chiediamo male e con poca convinzione. Il problema è che ci fermiamo al primo "no" o al primo "contentino".

A non fermarmi al contentino, io l'ho imparato dalla mia amica Mina. Una rompipalle di prima categoria, disposta a perdere ore e ore del suo tempo pur di risolvere per sempre e per tutti una situazione.
Ricordo quando in un museo romano costrinse tutto il gruppo ad aspettare un'ora alla biglietteria, perché voleva il risarcimento dei biglietti, dato che una sola ala del museo non era accessibile alle sedie a rotelle. Un'ora di discussioni per 5.000 pidocchiose lire.
Ricordo quando ci fece restare due ore in attesa di un responsabile dei traghetti sul Lago Maggiore, perché non era possibile che una delle isole non avesse lo scalo predisposto per sedie a rotelle.
E la volta che rimase per tre ore (!) abbarbicata al sedile dell'aereo, minacciando di denuncia chiunque l'avesse toccata, perché lei, giustamente, dopo un volo intercontinentale, voleva la sua carrozzina a motore e non una carrozzina dell'aeroporto su cui avrebbe dovuto essere trasportata con qualcuno che le reggeva la testa e le braccia.
Soprattutto, ricordo il culo che mi ha fatto quando son andata a trovarla a Roma e, dopo aver pagato il biglietto della Metro, mi sono fatta spingere sotto l'acqua da mio marito, perchè alla banchina si arrivava solo con scala mobile e ci era stato detto che non c'era nemmeno il personale per aiutarci alla stazione di arrivo. Quel giorno, io ho preferito "risolvere" la questione nel qui ed ora, con un disagio di 20 minuti, senza litigare o rompere le palle a nessuno, anziché perdere chissà quanto tempo.

Mina, perfettamente fedele al suo nome, è una vera e propria Mina vagante, sempre.
Io invece sto ancora imparando a essere sempre meno un'Angela.

Perché?

Perché ora un museo di Roma ha aggiunto uno scivolo, in un attracco su un'isola è stata messa la pedana e oggi ti fanno scendere dall'aereo portandoti la TUA carrozzina. Mentre la Metro della stazione Termini è ancora inaccessibile alle sedie a rotelle e non c'è personale per azionare i montascale nelle altre stazioni. E quando ci tornerò e magari sarò con un'amica meno aitante di Marito a spingermi lungo strade e osceni marciapiedi romani, maledirò la scorciatoia presa allora.

Tutti noi siamo frutto di condizionamenti, ma allo stesso tempo siamo in grado di condizionare gli altri.

Da un lato, dobbiamo solo imparare a non fermarci al "no" e a rinunciare al contentino immediato (o al Jack-Pot post mortem), in vista di un premio decente a medio-termine.
Dall'altro, dobbiamo sforzarci di educare la società in cui viviamo, anche se costa rabbia e fatica.

Non solo per noi, ma anche per quelli che verranno dopo di noi.

Basta con uno scivolo solo nei nuovi negozi.
Basta con un treno, un tram, una fermata della metro o un  bus accessibile ogni X inaccessibili.
Basta con i contratti di stage per disabili di durata superiore a tutti gli altri: il più lunga possibile, purché non si arrivi mai davvero ad assumere.
Basta con le multe irrisorie alle aziende che non assumono i disabili che avrebbero l'obbligo di assumere.
Basta coi: "Se non altro così si tiene impegnato".
Basta coi: "Sempre meglio di un calcio tra i denti!"

Ogni giorno la società ci disegna fragili, remissivi e isolati. E molti alla fine scelgono la strada del: "Non è colpa mia, è che mi disegnano così." Perché infondo, quando assecondiamo le aspettative degli altri, è più facile.

E' più facile stare a casa propria che farsi venire gli attacchi di panico perché si è in balia di un mondo esterno inaccessibile.
E' più bello essere dipinta come una creatura che sopporta in silenzio la propria condizione che come l'insopportabile rompicoglioni che ti pianta un casino immane per salire sul tuo cazzo di treno.

A condizionarci ci provano tutti i giorni.

Ogni volta che inizio a organizzare una vacanza, per esempio, ricevo decine di piccole umiliazioni, decine di piccole punizioni per il fatto di provare a essere diversa da come mi disegnano. Ciò che non ti dicono, è che se vai avanti, ogni tanto vinci. E quando hai provato una sola volta la differenza tra "contentino" e "premio", non riesci più ad accontentarti.

Lo chiamano "rinforzo-intermittente" e funziona meglio di quello "continuativo".
E' il motivo per cui, se cedi a un capriccio dopo un'ora di strepiti, il bambino capisce che deve semplicemente tenere duro per farti fare ciò che vuole.

Noi dobbiamo ri-condizionare l'Italia, a suon di urla, strepiti, esposti, denunce, giornali.

Dobbiamo mirare alla completa integrazione scolastica, sociale e lavorativa, non al contentino!

Martin Luter king non diceva mica: "Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale li giudicheranno un po' meno peggio per il colore della loro pelle..."

Steve Jobs non esortava gli studenti dicendo loro: "Cercate di non rovinarvi l'appetito e divertitevi con pacata morigeratezza!"

I sogni possono non essere raggiunti, ma non devono mai essere ridimensionati.

E se è vero che il mondo ci cambia e ci condiziona ogni giorno, è anche vero che noi stessi abbiamo imparato a condizionarlo e a cambiarlo sin dalla nostra nascita.

Se devo scegliere un cartone animato, preferisco essere Willy Coyote e correre per sempre dietro a Beep-Beep, anziché una bambolona rassegnata come la Signora Rabbit. Chissà, forse persino Jessica potrebbe essere un po' più ciò che desidera essere...  se solo capisse che facendo l'occhiolino al Disegnatore, può fargGli disegnare una storia diversa.




mercoledì 18 settembre 2013

De rerum pendularis

Sono pendolare dal 2001 e ormai il treno è diventata una vera e propria passione, intesa nel senso squisitamente cristiano di “sofferenza fisica, tribolazione e martirio”.

Non è un caso se pure nella Via Crucis ci stanno le stazioni. Almeno lì sono solo 14 e alla fine qualcuno risorge. Se prendi un treno invece, scopri che esistono centinaia di stazioni in mezzo al nulla e che, alla fine della giornata, più che altro sei morto.

Se Gesù fosse stato pendolare, per far tornare il conto delle stazioni, sarebbe dovuto cadere almeno una ventina di volte.

Ma basta con i parallelismi blasfemi, anche se quando si tratta di Misteri, pure Trenord e FS hanno poco da invidiare alla Chiesa.

Per esempio, mi piacerebbe capire perché i treni si fermano sempre in stazioni sconosciute in mezzo alla steppa Lombarda. Certe fermate sono in paesi che nemmeno esistono. Ogni volta scruto la porta, per capire se qualcuno sale o scende proprio lì, ma non accade mai. Sono non luoghi creati solo per far fermare i treni in un posto da cui non hai la più pallida idea di come allontanarti. Avete mai conosciuto davvero qualcuno che abita a Brusuglio?? Che poi già il nome delle stazioni dove vorrebbero farti scendere, abbandonandoti ad un oscuro destino, spesso la dice tutta: Lomazzo, Mozzate, Malnate, Legano (da tutti erroneamente pronunciato con l'intonazione sulla "a" anziché sulla "e")…

Una volta ho provato a fare check-in con Foursquare in una stazione dove ci siamo fermati per inspiegabili motivi e dopo un quarto d’ora che la rotellina girava a vuoto sono uscite le scritte “Ma n’do cazzo sei?!” e “Il tuo amico @TristeMietitore è nei paraggi”.
Dario Argento non è mai salito su un treno, se no mica si spiega che non ci abbia ambientato un horror. Pure Stephen King viaggia evidentemente solo in aereo, altrimenti Christine la macchina infernale sarebbe una locomotiva, mica una Plymouth.  

A volte penso che preferirei dormire nell’hotel di Shining stringendo al petto una bambola psicopatica e condividendo il letto con un Clown assassino, Freddie Kruger e il tizio appassionato di Munch, piuttosto che salire su un treno. Tanto le facce dei pendolari che girano, più o meno sono quelle.
Prima del trucco, io sono somiglio sputata alla maschera di Scream … il problema è che non ho la maschera.

Ma diciamocela tutta, non c’è personaggio dei film horror che regga il confronto col pendolare. Se non siete pratici di questo habitat, lasciate che vi delucidi sulla tipica fauna da vagone.
Il Macchinista. E’ una figura ammantata di mistero, che si intravede solo con la coda dell’occhio, mentre sale o scende dal treno. Di lui non si sa molto, se non che è un sadico bastardo che va a funghi. Si potrebbe pure soprassedere sul sadico bastardo, se non fosse che, a giudicare dalla velocità media di crociera del treno, è evidente che i funghi li cerca tutto l’anno, in mezzo alle rotaie. E’ lui che controlla tutto: chiusure, aperture, velocità e impianto di condizionamento. La sua passione è rinchiudere un sacco di persone in un luogo angusto e poco ossigenato, sottoponendole a temperature estreme, per vedere se si scannano tra loro. Pur sapendo esattamente dove stanno da anni le stazioni, invece di rallentare gradualmente in loro prossimità, preferisce inchiodare e spalmare così la gente sul pavimento. Ama risolvere il cruciverbone della Settimana Enigmistica mentre sosta nell’unica stazione dove non è mai salito o sceso nessuno, salvo farsi prendere dalla Sindrome del Bianconiglio quando deve far salire centinaia di persone alla fermata di Busto Arsizio. Per rendere il gioco più interessante, spesso non apre una o più porte, solo per vedere l’orda assassina fiumare verso i pertugi aperti, pronta a calpestare anziani, donne e bambini pur di non perdere il supplizio quotidiano che li aspetta a bordo.
 
Il Capotreno. E’ quello che non si vede mai se il treno non parte o è fermo da due ore in mezzo alla Terra di Merdor, ma che compare alle tue spalle come un avvoltoio se non hai vidimato il biglietto. Se deve dare spiegazioni, lo fa all’interfono, generalmente dopo un tre ore, quando ormai pensi di essere stato abbandonato e sei pronto a sviluppare la Sindrome di Stoccolma verso chiunque voglia dirti cosa diavolo stia succedendo. E dopo tanta attesa di una risposta esaustiva che giustifichi tutto quel dolore, il Capotreno finalmente accende l’interfono, si schiarisce la voce e dice: “Informiamo i Signori passeggeri che, causa problemi sulla linea, questo treno viaggia con tre ore di ritardo”. Perché il Capotreno è una persona che ama constatare l'ovvio.
Il Bauscia Rampante. Non tiene nemmeno più il cellulare in mano, perché tanto la spalla gli si è incollata al collo, creando un’intercapedine naturale ove inserire il telefono. Qualunque lavoro faccia, non ha segreti per nessuno di quelli sul treno e probabilmente nemmeno per chi sosta a meno di 5 chilometri dai binari, dato che non potrebbe parlare più forte nemmeno con un megafono. I suoi collaboratori sono tutti dei “pirla” o delle “teste di vitello”. Il Capo spesso non è lui, ma dovrebbe esserlo. E’ lui infatti che risolvere tutti i casini combinati dagli altri, il problema è che li risolve in treno, in diretta, mentre tu vorresti schiacciare un pisolino.
Le comari. Non viaggiano mai in numero inferiore a due e hanno un’età che può variare dai 30 ai 50 anni. Hanno delle amiche comuni di cui non approvano una sola virgola: come lavorano, chi hanno sposato, come crescono i figli, dove vanno in vacanza e soprattutto come stanno buttando via la loro vita. Se vi state chiedendo perché continuino nonostante tutto a frequentare certa gente, la risposta è semplice: perché altrimenti non saprebbero di cosa parlare in treno.
La studentessa. Sulle spalle porta tutto il peso del mondo, in uno zaino che usa come un machete per farsi largo tra i viaggiatori. Si può ricostruire il tragitto esatto da lei compiuto nella giornata, seguendo la scia di lussazioni e contusioni che lascia dietro di sé. Trovi o meno posto a sedere sui mezzi, ha comunque almeno due libri in mano, da cui traboccano post-it e appunti evidenziati col sangue. Di solito fa cadere ciò che ha con sé almeno due volte per tragitto, spargendo ovunque fogli compilati con quel genere di grafia che spingerebbe qualsiasi grafologo a suggerire un TSO o un esorcismo. Che abbia bisogno perlomeno di un ansiolitico, lo si capisce anche dal modo in cui tamburella coi piedi o si accanisce sul pulsante della penna a scatto. Potrebbe sembrare che parli col Demonio, ma in realtà si limita a mormorare litanie ossessive, di cui l'unica parola che riesci a comprendere, stranamente, è "desossiribonucleico". È evidente a tutti che teme il prossimo esame più dell'Apocalisse e tu che ci sei passata prima di lei vorresti spiegarle che nella vita dovrà affrontare cose peggiori dell'orale di biologia, solo che sarebbe una balla.

La socievole. Si riconosce perché, anziché tenere gli occhi su telefono, su un libro, persi nel vuoto o semplicemente chiusi, cerca di incrociare lo sguardo di chiunque. Ha degli occhietti eccitati da furetto sotto anfetamina e le labbra sempre sorridenti. E' dal fatto che sembra felice pur stando su un treno che capisci che non ci sta con la testa. Si vede subito che muore dalla voglia di parlare con qualcuno, possibilmente di argomenti affascinanti, quali il tempo atmosferico o il caro-abbonamenti. E non si lascia scoraggiare nemmeno quando tutti intorno a lei sembrano inspiegabilmente concentrati su qualcosa che li assorbe completamente: il giornale del mese scorso, la pellicina del pollice sinistro, una macchia d'inchiostro simpatico sulla punta della scarpa. Se si commette il tragico errore di attraversare la traiettoria delle sue pupille dilatate è finita: tutto inizia con “Ha sentito che…” e può finire solo con l’harakiri.

La Fidanzata. Manda avanti, tutta da sola, una relazione a distanza, e lo fa sul treno. Del fidanzato non si sa molto, se non due cose, chiare a tutti gli altri passeggeri: le mette le corna e non ha il fegato per dirle che è finita. Chiare a tutti sì, ma non alla Fidanzata, che si ostina a chiamarlo "Tato" in un'alternanza di strepiti, lacrime e proposte d’incontro sempre disattese. Ma le buche che lui continua a darle riescono solo in parte a scalfire la sua fede nell’amore eterno, facendole chiedere almeno dieci volte per tratta: “Qualcosa non va? Ho fatto qualcosa che ti ha dato fastidio? Perché non ne vuoi parlare ora?”.
“Perché sei al telefono cazzo, a bordo di un treno pieno di gente che ha deciso di non fare la casalinga proprio per non doversi sorbire Beautiful!!” – questo le risponderesti tu.
Ma Tato non ha le palle per farlo.  Tato non ha nemmeno il coraggio di dirle che è finita, probabilmente solo perché Tato non sta sul treno con noi.

La Vamp. Crede che il modo migliore per portare a spasso un intero set di valigie sia il tacco dodici tempestato di Swarovsky. La si vede solitamente incastrata tra la banchina e le porte del treno, senza la più pallida idea di chi o cosa siano Archimede o il fulcro di una leva. La massima dimostrazione di problem solving di cui è capace nella giornata è abbinare la borsa alle scarpe, per tutto il resto si affida ciecamente al prossimo. Se riesce a salire sul treno è solo perché gli altri passeggeri l'aiutano, mica per altruismo, ma perché con tutte quelle valigie sta bloccando il passaggio. Comunque è inutile, perché se riesce infine a salire sul treno, è sicuramente il treno sbagliato. Il problema è che se ne accorge solo quando arriva al capolinea. Allora si ridesta dai suoi pensieri (???) ed esclama: "Ma abbiamo già superato la Stazione XY?!" -  Stazione che di solito sta su tutt'altra direttrice, talvolta persino in un altro Stato o Continente.

Il Ghiro. È il più innocuo di tutti. Si siede e un nano secondo dopo è già nel secondo ciclo di sonno REM. La testa che sballonzola sul petto, o reclinata all’indietro, a spregio dei potenziali tagliagole. Alla bisogna, può pure dormire in piedi, come i cavalli. È in sostanza il compagno di viaggio ideale, se si riesce ad ignorare i salutari grugniti e il filo di bava che gli cola dalla bocca semiaperta.

Lo Straniero. Non sa dov’è, come ci sia finito e soprattutto perché. Si guarda intorno con i suoi bagagli, in cerca di un qualsiasi cartello scritto in inglese che gli faccia capire cosa fare, ma trova solo la scritta “TO LETTE”. E per un po’ si chiede se Lette sia dalle parti di Milano Centro. Vorrebbe chiedere aiuto, ma la maggior parte delle persone che vede intorno a lui gli fanno sostanzialmente paura. A parlare con gente in divisa ci ha provato pure, ma si è visto sciorinare davanti una pantomima di gesti assurdi, frammisti a un linguaggio per iniziati fatto di “You go… go go go go and, on di dext, turn the angol. Take di Metro, L-I-N-E-A R-O-S-S-A. In front of you landscape, seaside, contryside, a big… Duomo… present? The big church with a golden Lady Mary on the top… in one word: Milan Centre.” A un certo punto ha rinunciato, perché si sa che “Italia. pizza, mafia, mandolino” e nessuno dei tizi consultati sembrava un pizzaiolo o un musicista. Decide di salire su un treno a caso, confidando nella voce metallica che annuncia le fermate, prima in italiano e poi in inglese. Eccola, finalmente! “Welcome all passengers aboard zzzzzzzzz. We inform zzzz very important zzzzzzz zzzz zzzz. There is a rail zzzzzzzz station in front of zzzzzzzzz. Please, don’t forget zzzzzzzzz zzzzzzz zzzzz. Zzzzzz zz zzzzz zzzzz and  hope see you again”.

E poi ci sono io: l'Asociale. Cuffie con musica a palla, cellulare in una mano e libro nell'altra. Il libro può pure essere lo stesso da oltre un anno, perché infondo non serve da leggere, serve a non incrociare per sbaglio lo sguardo della Socievole. Anche la musica che ascolta non fa grande differenza, perché tanto il Bauscia è comunque tre ottave sopra la soglia di sopportazione umana. L’Asociale è pronta a scavalcare chiunque stia salendo sul treno, perché deve assolutamente essere la prima. Le ci sono voluti anni per trovare il posto ideale: abbastanza vicino alle porte da sedercisi senza fare troppa strada, ma abbastanza lontano da non essere presa a zainate dalla Studentessa. Di fianco al sedile c’è l’unica presa funzionate dove può attaccare il cellulare scarico e il bocchettone dell’aria condizionata è a ragionevole distanza di sicurezza. Conosce così bene quel posto che ha la forma del suo culo. A volte pensa che dovrebbero metterci sopra il suo nome, dato che viaggia su quel treno da abbastanza anni da far scattare l’usucapione. Ogni mattina si alza almeno venti minuti prima del pendolare medio, solo per sedersi esattamente in quel posto, dove tra ritardi e guasti alla motrice, ha trascorso quasi metà della sua vita. E’ lo Smeagle del vagone: cerca di mantenersi nell’ombra, abbruttita da anni di pendolarismo, col suo tesssssssoro sotto il culo. Finge di non vedere né sentire nessuno, ma è sempre all’erta, anche quando pare dormire. Su quel treno ha già visto di tutto, senza scomporsi: svenimenti, attacchi di panico, cadute con effetto domino per una brusca frenata, sassi che colpiscono i finestrini, fumi acri e densi che invadono l’abitacolo. Ma da sempre, l’unica cosa in grado di farla scattare sull’attenti è il fruscio dell’interfono del treno, foriero di sciagure. Solo quello catalizza all’improvviso tutti i suoi sensi, roba che manco l’Occhio di Sauron.

Una cosa però accomuna tutti i pendolari.
A qualsiasi categoria appartenga, nessun pendolare andrà mai in Paradiso, ma se non altro si sarà già abituato all’Inferno.


venerdì 13 settembre 2013

Ciò che si perde quando non si ha nulla da perdere

Ci sono persone che decorano il proprio corpo con dei tatuaggi. Che piacciano o meno, quei tatuaggi sono stati scelti da chi li indossa e hanno per quella persona un significato specifico, che spesso racconta una storia. Anche il mio corpo racconta una storia: quella di due genitori disposti a provare qualsiasi cosa pur di migliorare la vita della loro bambina. 

Uè, capiamoci bene: alcune cose avevano un senso. 

Per quanto mi faccia incazzare la cicatrice a forma di biscione che ogni estate mi fissa dalla coscia sinistra, una biopsia era l'unico modo per approdare a una diagnosi e buona parte dei miei sanissimi parenti si sono sottoposti alla stessa procedura, lamentandosene molto meno di me. Si trattava di pochi millimetri di prelievo. Peccato che, se hai pochi mesi di vita, quei millimetri crescono in proporzione a quanto cresci tu. 

Dico solo che, se mai scoprissi che il prelievo muscolare si poteva fare anche in un punto meno visibile, prenderò un chirurgo a caso e gli farò fare la fine del Joker.

Dal ginocchio in giù, inizia invece l'arabesque di procedure sperimentali: tira un tendine là, metti un innesto muscolare qua... suppongo debba considerarmi fortunata a sembrare solo la cugina di terzo grado di Frankenstein. 

Ma i miei avrebbero provato di tutto, pur di riuscire a farmi camminare di nuovo. E per alcuni anni ci sono riusciti! 
Questo grazie a interventi e tutori ortopedici in cui sono stata ingabbiata per tutta l'infanzia e buona parte dell'adolescenza. 
C'è un motivo se una spilungona di un metro e settantacinque tiene un piede del 36: se lo fai alle bambine cinesi, si chiama "tortura". 
Però camminavo, più o meno alla velocità di 1 Km/h, barcollando, col cuore in gola, un po' per lo sforzo, un po' per la paura di cadere. Rossa come un peperone, per l'imbarazzo di rappresentare uno spettacolo penoso per gli astanti. I dolori alla schiena erano qualcosa che, segretamente, temevo mi avrebbero accompagnato tutta la vita e che assolutamente non valevano quella dozzina di maledetti passi. 

Lo capite ora perché amo la mia sedia a rotelle?

Ma quelle decisioni io posso capirle. Pure medici, terapisti e ortopedici le capivano e le consigliavano. Posso capire anche che mi abbiano fatto provare tutte le sostanze attualmente note nel mondo del doping, perché le probabilità che funzionassero erano concrete e verificate e alcune hanno davvero funzionato. 

Posso  capire un po' meno perché, quando dei gran Dottoroni ti dicono che una procedura non serve a nulla, tu debba ascoltare l'unica voce fuori dal coro, persino la voce di sedicenti maghi e pranoterapeuti. 

Ma no, non è vero: capisco benissimo anche quello.

Un genitore non ascolterà mai i novantanove medici che dicono che non si può fare nulla, ma sarà tutto orecchie per quei pochi che proporranno di tentare qualcosa.

E tutto questo discorso ci porta finalmente al Metodo Stamina.
Ma quelli che mi conoscono bene, sapevano già che era lì che sarei andata a parare.

Ora, vediamo di capirci.


Io credo davvero che il metodo Stamina sia un miracolo: la comunità scientifica non ci crede, nessuno riesce a replicare i risultati ottenuti in condizioni sperimentali e la casistica di guarigioni ha la stessa attendibilità di quelle della Madonna di Fatima.

Ma prima di questa sparata, avrei dovuto specificare che non faccio parte di nessun complotto di case farmaceutiche finalizzato a impedire la nascita di una cura che farebbe perdere degli introiti. Davvero: non metto nemmeno piede in un ospedale o in una farmacia da anni, sebbene mi ricordino un po' la mia infanzia.

Anche io sono convinta che le staminali siano il futuro, così come sono certa che non vedrò mai quel futuro, perché quel genere di ricerca è ancora a livello embrionale, mentre io sono fuori dall'utero già da troppo tempo.

Non sono un genitore, però non faccio nemmeno parte di nessuna ottusa commissione medica intenzionata a stroncare a priori qualsiasi metodo rivoluzionario solo perché non lo capisco o perché non ci sono arrivata prima io.

E allora perché parlo?

Perché io sono quella che per anni ha ricevuto le cure, persino le cure che quasi tutti dicevano non sarebbero servite a nulla. Il problema è che quasi tutti, di solito, hanno ragione.

Ma perché non provare? Tanto quei bambini morirebbero lo stesso!

Certo, perché al mondo esistono un sacco di persone contrarie alla sperimentazione animale, ma favorevoli a testare un protocollo non sperimentato sui bambini.

E voglio credere che siamo tutti abbastanza evoluti da non fare il ragionamento che, se tanto devono lo stesso morire, allora si possano usare come cavie.

Ma alcuni genitori ci dicono che, coi loro occhi, hanno visto dei miglioramenti nei figli. Prima non alzava la testa, ora la alza ... prima deglutiva a fatica, ora mangia senza che il cibo vada per traverso. Tutto questo con una sola applicazione.

E sicuramente non è una balla: è lo stesso genere di esperienza che raccontano genitori disperati che tornano dai viaggi della speranza. Quel genere di viaggi in cui riprendono a camminare persone affette da sclerosi multipla, ma in cui non è mai ricresciuto un arto amputato.

Oh, la Madonna di Lourdes adora quelli con la sclerosi! Che gli avremo mai fatto noi altri?

Lo so, sono una brutta persona a dire queste cose. E forse proprio perché sono una brutta persona, non mi vergogno di fare discorsi che potrebbero infrangere le speranze di madri e padri che soffrono indicibilmente, perché la verità è che nulla può uccidere le loro speranze.

Senza speranza, probabilmente, non riuscirebbero nemmeno a respirare.

Ma se la speranza ti fa andare avanti, la falsa speranza, una volta smascherata, uccide l'anima.

Esistono malattie tanto insidiose quanto imprevedibili. Malattie che possono colpire improvvisamente, cambiando la tua vita, e recedere, a volte senza un'apparente spiegazione logica.

E poi esiste la fede cieca.
Non importa che sia riposta nella Madonna o nel Metodo Stamina: la fede a volte ci fa vedere ciò che vogliamo disperatamente vedere, altre volte compie veri e propri miracoli.
Ma, per quanto sia agnostica, se proprio dovessi decidere dove riporre la mia fede, sarebbe in Dio e non in un protocollo medico irriproducibile.
Perché, quello che qui nessuno dice, è che se pregare sembra non abbia mai fatto male a nessuno, non esistono protocolli medici indolori. 

Ora, non vi sto dicendo di pregare. Io l'ho fatto per anni e i miei muscoli continuano ad avere la consistenza di un semifreddo, ma è una delle poche cose che, perlomeno, non mi ha sforacchiato la pelle da tutte le parti.

Nel caso delle cure mediche però, NON E' VERO CHE PROVARE NON COSTA NULLA.

Le cure - che funzionino o meno - fanno male, nel corpo e nell'anima, non solo di chi le subisce.
Gli aghi pungono, i medicinali bruciano nelle vene, gli ospedali spaventano.
Ogni terapia ha dei rischi e un costo in sofferenza, un costo che bisogna capire quando vale la  pena pagare. 

A volte è semplicemente giocare alle slot-machine: le probabilità di vincere sono infinitesimali, ma la speranza fa scommettere lo stesso.

E io ora scommetto che siete tutti pronti a condannare le slot-machine, ma poi approvereste Stamina, anche se le possibilità di cambiare vita sono probabilmente le stesse.

Ma anche con le scommesse scientifiche si può perdere la stessa cosa che mettiamo in gioco con l'azzardo: la dignità delle persone.

E visto che sono una donna orribile, perché non dirlo? Le cure hanno un costo anche monetario. Esistono già ricerche italiane che hanno prodotto risultati meno miracolosi, ma riproducibili, ricerche che non ricevono abbastanza fondi. Chiamiamolo triage: in un modo ideale, ci sarebbero soldi anche per finanziare le ricerche più strampalate, ma in quello reale sarebbe meglio non sottrarre soldi a protocolli rigorosi, per finanziarne altri che promettono di cambiare il mondo in poco tempo, anche se nessuno capisce come.

La storia è piena di fantastiche scoperte scientifiche non replicabili in condizioni sperimentali: i Raggi N che riuscivano a vedere solo i francesi, la fusione fredda, il Metodo DiBella...

Che val sempre la pena sperimentare e che talvolta si possono prendere delle scorciatoie, passare quanto prima alle prove sull'uomo, ditelo a quelli che hanno subito una lobotomia prefrontale.

Ma qualsiasi genitore infondo spera che dietro ogni Vannoni si celi un altro Louis Pasteur, pronto a inoculare a un bambino che non era sicuro avesse la rabbia, qualcosa che avrebbe pure potuto ucciderlo. 

Ma viva Pasteur e le botte di culo scientifiche!

Che sia la storia a decidere se sei un genio incompreso o un nazista scienziato pazzo che tortura la gente perché magari può fare la scoperta del secolo che salverà migliaia di persone.

Che sia la storia a decidere se dobbiamo incazzarci con le commissioni mediche che non ci lasciano provare o se dobbiamo incazzarci proprio perché ci hanno fatto provare il Metodo DiBella.

C'è sempre la possibilità che Vannoni sia un genio così avanti che nessuno riesce a capirlo... esattamente la stessa possibilità che vi era con DiBella.

Anche lì i malati di cancro guarivano miracolosamente. Non tutti certo, ma la gente sceglie sempre di vedere quello che si è salvato anziché le centinaia che hanno tirato le cuoia. 

Forza Signori! La ruota gira, Faites vos jeux!

Puoi giocare d'azzardo solo se sei maggiorenne, però puoi sempre decidere se mettere sul piatto la vita di tuo figlio in un piano non sperimentale, perché c'è una remota speranza di vincere.

Ma no, non è vero: non puoi decidere. Se l'alternativa è vedere tuo figlio morire, non puoi non provarci. 
Sei ormai un giocatore d'azzardo vero: tutti pensano che tu possa scegliere, ma se credi di aver già perso tutto, non hai ragione di fermarti.

Scrivo queste parole e mi sento cattiva, perché la verità è una cosa rivoltante ed è per questo che tanti non vogliono vederla, figurarsi dirla.

I genitori sono le persone meno adatte a scegliere le migliori cure per i figli: li amano troppo.

Per questo esistono le commissioni mediche, commissioni composte da persone glaciali, che devono mettere da parte il cuore e usare solo il cervello. Persone che a volte devono infrangere l'ultima speranza di qualcuno.

So che molti odieranno ciò che ho scritto, ma se l'ho scritto è solo per un motivo.

Se sei adulto, puoi decidere se provare a vivere ad ogni costo o se sei contrario all'accanimento terapeutico. Se sei un genitore, la verità è che devi provarci per forza a fare tutto il possibile e l'impossibile.

Quando ho potuto impormi, ho deciso che non volevo più provare a camminare ad ogni costo, forse non lo avevo mai voluto.

E so anche che voglio vivere, ma non ad ogni costo.